E se il Fatto vendesse solo perché fanno un buon giornalismo?

E se il Fatto vendesse solo perché fanno un buon giornalismo?

Dei grandi giornalisti si dice in genere che sono così bravi, così importanti, cosi amati dai loro lettori, che non ne spostano neppure mezzo quando cambiano giornale. Il realismo dei lettori è generalmente la salvezza (saldezza) dei quotidiani ma anche un contrappasso di una ferocia senza pari. Fu così per Gianni Brera, così grande che oggi arrossirebbero per la sua bravura, è stato così persino per il più illustre e geniale della nostra storia, l’Indro nazionale quando si fece Voce e piano piano dovette soccombere sotto i colpi dell’abbandono. I lettori sanno che l’impresa culturale (ammesso che si voglia chiamare ancora così un quotidiano) è talmente più importante dei singoli che non c’è scossa tellurica che tenga: un giornale lo si abbandona semmai perché è il suo complesso a non convincerti più.

Da quando è nato, «Il Fatto Quotidiano» è diventato un piccolo fenomeno editoriale. Da zero e senza soldini pubblici (noi di LK uguale, sia chiaro), il quotidiano diretto da Antonio Padellaro ha certamente vinto una sua prima scommessa: resistere su un territorio così accidentato. Ha convinto lettori di altri giornali e probabilmente ne ha creati di nuovi, apparentemente niente di così strabiliante sotto il cielo dei giornali, solo purissima concorrenza vincente. Il mondo cosiddetto liberale dovrebbe essere fiero.

Quando è morto (politicamente) Berlusconi, si è dato per morto in automatico anche «Il Fatto Quotidiano» perché tutti noi (tutti no, ma tirarsi fuori adesso sarebbe un atteggiamento troppo snobistico) abbiamo creduto che venisse a mancare la colonna portante di tutta l’impresa travagliesca e cioè la lotta al mostro a sette teste. Non dubitiamo che il decesso berlusconiano abbia prodotto all’interno del giornale un certo qual dibattito e magari qualche copia sarà anche mancata, ma l’errore (nostro) è stato sinceramente quello di considerare le anime vere di quel giornale come puri e semplici soggetti politici in lotta col Cavaliere e sol per questo totalmente inadatti a rimodulare il senso di un quotidiano. Se avrete la buona creanza di dare un occhio alla storia professionale di Antonio Padellaro, il direttore, capirete forse perché il Fatto è ancora in piedi. Nella sua vita Padellaro ha fatto sempre il giornalista, pensate un po’, niente paghetta dai servizi, nessun piegamento servile al potere, un tipo davvero banale.

Adesso ci risiamo. Dimenticata molto in fretta la celebrazione troppo affrettata di quel funerale, abbiamo dovuto scovare il nuovo e «vero» motivo per cui il Fatto è ancora in piedi e non sottoterra. C’è da dire che i ragazzi di Padellaro non si nascondono nei loro intenti, per cui noi cercatori di doppi registri abbiamo riscovato immediatamente e anche con una certa facilità la fonte della tenuta editoriale post-mortem del Tiranno: la contiguità con la procura di Palermo, l’esserne anima giornalistica, l’averne proiettato sul territorio le bizzarre teorie, che racconterebbero di un patto tra stato e mafia nei primi anni ’90. Ecco, sarebbe in virtù di questa stranissima forma di collaborazione editorial-giudiziaria per cui il vascello di Padellaro va ancora saldamente per mare. Non per aver scovato qualche carta o per aver interpretato meglio degli altri gli umori della società (e su questo aspetto, un piccolo dolore personale è che Peppino Caldarola privilegi il cotè “contiguità” a quello semplicemente giornalistico). 

Altra gente poi si stupisce che il giornale lanci le sue campagne demagogiche, attraverso raccolte di firme che hanno sempre un notevole successo. Questione di marketing, si potrebbe concludere, ma cosa cambia – nel senso più ampio dell’operazione commerciale – con le cassette dei film che un secolo fa Walter Veltroni allegava all’Unità?
La realtà è che non vogliamo piegarci al pensiero debole, debolino, deboluccio (che non ci porterebbe a scrivere neppure mezza riga di nulla) che quelli del Fatto facciano solo giornalismo, il loro giornalismo, che per definizione non è meglio di quello degli altri, ma neppure quello degli altri per definizione è meglio del loro. Lo so che è un pensiero normale e per questo scandaloso, ma forse è proprio la cosa più giusta e rispettosa da pensare. Rispettosa perché mette nel conto anche il sudore delle idee, qualcosa che nei giornali non si vende un tanto al chilo e non è poi così diffuso.

Come vedete, non ho mai parlato di Travaglio in questo pezzo, eppure completamente dedicato al giornale di cui è vicedirettore. Ho la presunzione di non pensarlo solennemente decisivo, al punto da far chiudere il Fatto nel caso in cui dovesse andarsene. Dopo Brera e il grande Montanelli ci sarebbe forse la terza delusione?