Fondi Ue sprecati, a cosa servono le elezioni in Sicilia?

Fondi Ue sprecati, a cosa servono le elezioni in Sicilia?

Qualche settimana fa, è scoppiato per l’ennesima volta un allarme Sicilia sui Fondi Strutturali: “Irregolarità in Sicilia: l’Ue congela 600 milioni” (La Gazzetta del Mezzogiorno); “La Sicilia non spende. L’Europa ferma il flusso dei finanziamenti” (La Stampa); “Fondi europei, Bruxelles chiude i rubinetti alla Sicilia” (Il Mattino). Il dimissionario Presidente della Regione Sicilia Lombardo ha gridato all’ennesimo complotto, ma c’è chi è già pronto a dire che mal comune è mezzo gaudio.

Quello che non emerge né dai titoli né dagli articoli è il significato di tale congelamento e il contesto nel quale si colloca. Tenteremo, allora, la via della chiarezza terminologica e procedurale per rispondere ai fautori della teoria del complotto e a quelli della teoria del “così fan tutti”, per provare a spiegare l’unicità e la gravità di questo nuovo “caso Sicilia”.

Nel periodo 2007-2013, nell’ambito del Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr), per la Sicilia sono stati previsti oltre 6,5 miliardi di euro. Di questi, la metà proviene dall’Ue.

Trattandosi di soldi pubblici, destinati in particolare allo sviluppo regionale, la Commissione europea ha un obbligo di controllo. Nel tempo, è stato affinato il metodo di verifica, passando da indagini a campione (molto criticate dal Parlamento europeo perché giudicate poco rigorose) a indagini a tappeto. Grazie a questa nuova impostazione, anche la Baviera, la Cornovaglia e l’Andalusia sono finite sotto la scure dell’Esecutivo Ue.

Di fronte a presunte carenze significative nel funzionamento dei sistemi di gestione e controllo o gravi irregolarità non rettificate nelle dichiarazioni di spesa, la Commissione può interrompere per sei mesi i termini di pagamento. L’interruzione termina non appena la Regione (o lo Stato) adotta le misure necessarie per rispondere ai rilievi della Commissione. (Articolo 91 del Regolamento 1083/2006 sui Fondi Strutturali).

Le interruzioni sono “normali”, nel senso che fanno parte della fisiologica attività di controllo esercitata dalla Commissione su Fondi che, in parte, le appartengono. Sono così normali che le hanno subite anche Paesi di solito super virtuosi come la Germania, l’Austria, la Francia e i Paesi Bassi (la lista, in effetti, non risparmia praticamente nessuno). Quindi, non c’è un accanimento “ad regionem”, come evocato dall’ex Presidente della Regione Siciliana Lombardo.

Normali le interruzioni e “normali” anche le rimozioni delle interruzioni, perché le Regioni (o gli Stati) hanno tutto l’interesse a rispondere in tempo – e bene. D’altra parte, il ruolo della Commissione, in questo contesto, non è quello di sanzionare ma di promuovere investimenti che riducano le disparità regionali. È così vero che, per esempio, la regione Campania si è vista sbloccare praticamente quasi tutti i pagamenti e oggi, come ci spiega un alto funzionario della Commissione, è di fatto “pulita”. Ancora la Commissione, ad un certo punto, ha bloccato tutti i programmi francesi e austriaci. Prima dello scadere del termine dei sei mesi, ha sbloccato del tutto quelli francesi e in parte quelli austriaci.

Il problema sorge quando, al termine dei sei mesi, la Commissione non ritiene ci siano i margini per rimuovere l’interruzione: è quello che è successo con la Sicilia. In questo caso, si corre il rischio di una sospensione dei pagamenti (articolo 92 del Regolamento del Regolamento 1083/2006 sui Fondi Strutturali). La Regione Siciliana è stata avvisata con una lettera che suona più o meno, così: “Cari siculi, guardate che non avete risolto i problemi indicati con l’interruzione. Avete due mesi per convincerci che avete messo a posto le cose, altrimenti sospendiamo i pagamenti” (pre-sospensione). Se entro due mesi la Regione non adotta le misure richieste, la Commissione può sopprimere una parte o la totalità dei fondi. In altre parole, la Regione perde definitivamente i soldi.

Una precisazione: le interruzioni si fanno sulle richieste di pagamenti. Finora, la Sicilia ha richiesto pagamenti per 600 milioni. Naturalmente, al momento, è interrotto tutto il programma, quindi se dalla Regione dovesse arrivare un’ulteriore richiesta di pagamento si aggiungerebbe ai 600 milioni. Si corre il rischio di un blocco che potrebbe arrivare a sfiorare 1,4 miliardi di euro, se si considera che i fondi impegnati, alla data del 29 febbraio 2012, sono più o meno 2,7 miliardi (sui quasi 6,5 complessivi) e che, anche in questo caso, il contributo Ue è la metà

Ad oggi, in Europa si contano solo due sospensioni (tra queste, c’è la Calabria), quindi c’è poco da dire “mal comune, mezzo gaudio”.

Mentre la Commissione si mostra ottimista per gli altri casi di interruzione che riguardano l’Italia (Sardegna, Lazio, Ricerca, Educazione), sulla Sicilia lancia un vero e proprio allarme: «La questione sicula è grossa e va ben al di là dei Fondi strutturali», ci dice l’alto funzionario interpellato. «Una performance così negativa, e reiterata nel tempo, non trova riscontri in Europa (Calabria a parte), ci confessa. La Sicilia potrebbe così diventare il terzo caso di sospensione in Europa e questo anche perché i seri rilievi della Commissione accompagnano la Regione dai tempi della programmazione 2000-2006: insufficiente e/o inadeguato controllo di primo livello; mancato o inadeguato rispetto dei termini; inammissibilità di alcuni giustificativi di spesa; spese non pertinenti; affidamenti in house non conformi ai principi delle sentenze della Corte di Giustizia europea; mancanza delle autorizzazioni necessarie.

Raffaele Lombardo ha derubricato alla voce «adempimenti di carattere prettamente tecnico», i rilievi della Commissione. Ma come si fa a spiegare alla gente normale e, in particolare, agli euroscettici tedeschi o finlandesi che i controlli su flussi di miliardi denaro pubblico – cioè pagato dai contribuenti – sono considerati quisquilie tecniche, da una Regione che da quando ci sono i Fondi strutturali spende poco e male? Siamo quasi allo scontro di civiltà. Che, come noto, “fa alzare lo spread”. 

Battute a parte, quello che emerge è la continuità nella pessima gestione, tra la giunta dell’ex governatore Cuffaro e quella dell’ormai ex governatore Lombardo. Famiglie diverse, accomunate da identico malcostume: incapacità di spendere, incapacità di spendere bene.

Già, perché se è vero che per mala gestione è finita sotto accusa una parte dei fondi che la Regione ha programmato di spendere, non bisogna dimenticare che dei 6,5 miliardi circa complessivi destinati allo sviluppo dell’Isola, quasi il 46%, alla data del 29 febbraio 2012, risulta ancora da impegnare, per un totale di quasi 3 miliardi di euro, di cui la metà europei.

La Sicilia, così, rischia di dover restituire all’Ue, in virtù del cosiddetto disimpegno automatico (cfr. articolo 93 e ss. del Regolamento 1083/2006 sui Fondi Strutturali) i soldi impegnati e non spesi alla data del 31 dicembre 2012 (circa 1,4 miliardi di contributo UE) e i soldi non ancora impegnati alla data del 31 dicembre 2013 (circa 1,5miliardi di contributo UE). Un ben di Dio sprecato, soprattutto in tempo di crisi. Eppure, la maggioranza delle regioni che ha usufruito del Fesr ha centrato rapidamente l’obiettivo, (basti pensare ai Laender dell’ex Germania dell’Est), con buona pace del fu governatore Cuffaro, che festeggiava la permanenza della Sicilia tra le regioni in ritardo di sviluppo, nonostante la pioggia di investimenti da Bruxelles: «Arriveranno ancora più soldi», diceva.

Ora il tempo sta per scadere davvero e la crisi ha esacerbato gli animi, facendo emergere diffusamente insofferenza per una gestione disinvolta, sciatta e spesso fraudolenta delle risorse. Non ci sarà più un’altra occasione da sprecare. Dimissionato Lombardo, a questo punto, la domanda da riproporre per l’ennesima volta ai siciliani è: vi potete permettere il lusso di rinunciare a questi soldi? 

* Club Archimède