“Keynes contro i liberisti, che discussione provinciale!”

“Keynes contro i liberisti, che discussione provinciale!”

Mi si chiede di commentare il post di Guido Roberto Vitale su Linkiesta, un ennesimo poco originale attacco alla “scuola di Chicago”. Rispondo non perché mosso da speciale e malriposto amor di patria né perché impressionato (positivamente o negativamente) dalle argomentazioni del post, ma perché convinto che l’idea dell’economia come disciplina che è sottesa a questo tipo di attacchi sia al contempo abbastanza comune in Italia e profondamente errata.

Il post in sé denota quell’attitudine frettolosa di chi possiede verità supreme in un mondo semplice, di quei mondi coi buoni e i cattivi che vestono maglie diverse facilmente riconoscibili, in cui tutto sembra tenersi così bene, in modo così ovvio, che non val nemmeno la pena di fare uno sforzo analitico. E allora Luigi Zingales ha la maglia di Chicago come Larry Summers. Ma Luigi è sì a Chicago, alla business school però (che qualunque vero Chicago-boy disconoscerebbe come perfido covo di infiltrati), e ha studiato all’Mit (quando ancora c’era Modigliani, cioè con l’altra maglia): sarà pure trasformista questo Zingales, oltre che liberista idolatra? E Larry è un Democratico (non sono buoni i Democratici?), però è uomo di destra (no, non tutti i Democratici sono buoni, evidentemente); e soprattutto non ha alcuna relazione con Chicago (!); anzi, studi a Mit, carriera ad Harvard (posti indubbiamente buoni), lavori accademici anti-Chicago, e addirittura famiglia keynesiana doc (al quadrato: Larry è nipote sia di Ken Arrow che di Paul Samuelson).

Quanto a frettolosità (o è confusione?) del post anche il confronto tra Pil mondiale e il nozionale dei derivati Otc non scherza. Le posizioni sui derivati sono stock (cioè cumulate nel tempo) e per definizione si annullano (ad ogni attività corrisponde una passività) mentre il Pil misura produzione di beni e servizi come flusso annuale, valore aggiunto. Pil e derivati non sono commensurabili, insomma: lamentare che «i derivati sono pari alla quantità di ricchezza prodotta in un anno in tutto il mondo, moltiplicata per dieci: una vera e propria follia» è come asserire che «non c’è assolutamente storia tra una Ducati 1199 Panigale e Luna Rossa, una ha 195 cavalli e l’altra solo due vele».

Ma veniamo alle cose serie: esiste questa famigerata “scuola” di Chicago che tra un golpe fascista e l’altro produce supporto intellettuale a ogni nefandezza economica inclusa la crisi finanziaria del secolo (più o meno)? Esiste. O meglio è esistita. È un modo di fare economia, un metodo, che nel corso degli anni ’70 (ovviamente si possono trovare radici prima, ad esempio nel lavoro di Milton Friedman, ma non vorrei esagerare coi nemici del popolo) ha travolto la disciplina come un tornado, spazzando via il metodo allora dominante, lasciando i keynesiani «che le balle ancora gli girano» direbbe Paolo Conte, senza terra sotto i piedi.

Questo metodo, che richiede di studiare economie popolate da agenti razionali in equilibrio dinamico (lo sappiamo che la parola “razionale” e la parola “equilibrio” possono facilmente essere esposte a ludibrio dal lettore – o commentatore – non avvezzo alla loro accezione gergale in economia; ma il lettore si risparmi la battuta ed eviti così una brutta figura), è a sua volta diventato dominante, non solo per la sua superiorità logica ma soprattutto per la sua solidità empirica. Il metodo però, è diventato dominante, non i risultati.

Economisti neo-keynesiani hanno sostituito i loro padri intellettuali, che non si sono mai ripresi dalla batosta, hanno accettato il nuovo metodo e ora popolano l’accademia, incluso la University of Chicago. Giusto per dare un altro esempio di quanto poco le contrapposizioni comuni in Italia su Chicago e il resto del mondo abbiano senso: uno tra gli economisti neo-keynesiani probabilmente più noti e celebrati (tra quelli che fanno ricerca; non includo quelli passati armi e bagagli alla miglior vita del giornalismo) è Mike Woodford: ebbene, Mike ha fatto il college a Chicago, un dottorato da Mit, ed è poi tornato come professore a Chicago dove è rimasto vari anni (sì gli economisti girano negli Stati Uniti, che c’è un maledetto mercato). Che maglia avrà Mike?

Tutto questo non per dire che non vi è distinzione alcuna tra economisti, che sono tutti d’accordo su tutto, e che Chicago non abbia ancora una sua peculiarità nel modo di intendere l’economia. È che l’economia come è concepita in Italia, dibattito tra scuole ideologiche contrapposte, non esiste (da molto ma molto tempo). L’economia è un metodo comune con diverse applicazioni (modelli): gli economisti discutono modelli diversi e quanto questi si avvicinino alla realtà dei dati – basta esser stato ad un seminario in un buon dipartimento per accorgersi che le discussioni sono spesso vivaci, ma mai tra “scuole” che parlano linguaggi diversi.

In 20 anni di onorata carriera non ho mai sentito nessuno tacciato di “liberismo”, “mercatismo”, o altri inutili neologismi (al di fuori dell’Italia, si intende). Ho sentito invece centinaia di discussioni teoriche ed empiriche sugli effetti della regolamentazione in finanza o in altri mercati, per usare gli esempi nel post; modelli con implicazioni diverse (anche opposte) sugli effetti della regolamentazione, dati che possono (e spesso sono) interpretati in modo diverso (anche opposto). Analisi che trasudano impostazioni ideologiche spesso (anche gli economisti sono uomini), ma contrapposizioni ideologiche mai.

Insomma, l’economia è una disciplina con pregi e difetti discutibilissimi, Chicago è una grande università con un dipartimento di economia che ha fatto e continua a fare la storia dell’economia, le “scuole” come approcci ideologici distinti sono una finzione che non rappresenta la disciplina. Quelle che in Italia sono considerate “scuole” alternative, dai neo-marxisti ai keynesiani vecchio stampo, passando per gli sraffiani sono approcci sconfitti che oggi sopravvivono in riserve indiane – parte dell’università italiana ne è un esempio.

Questo non significa affatto che non possano risorgere, ma per farlo hanno bisogno di molto più dell’esegesi simil-biblica a cui da tempo si esercitano o di analisi ridicolmente superficiali tipo crisi finanziaria=crisi della finanza come disciplina. Nuovi (non vecchi, nuovi) metodi, diciamo pure “scuole”, si fanno strada nella disciplina (come lo ha fatto la “scuola” di Chicago negli anni 70). Ad esempio, l’economia comportamentale, che introduce concetti ed analisi dalla psicologia cognitiva e dalle neuroscienze per ri-calibrare e superare l’ipotesi di razionalità, imponendosi con successo negli ultimi 10-15 anni. Lo sta facendo attraverso nuovi modelli e soprattutto nuovi dati, con cui tutti gli economisti oggi si confrontano, Chicago o non-Chicago.

Oh, a proposito, il padre (uno dei padri almeno) dell’economia comportamentale è Dick Thaler, e sta a Chicago da una vita (ebbene sì, alla business school però).

Sono davvero così riconoscibili queste maglie? Sono io daltonico o le verità in cui tutto sembra tenersi non sono solo semplici ma anche semplicistiche?  

* Alberto Bisin è professore di economia alla New York University e fra i curatori del blog noiseFromAmerika

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