“La mia odissea negli Usa a caccia di uno schermo per vedere l’Italia”

“La mia odissea negli Usa a caccia di uno schermo per vedere l’Italia”

Salire su un aereo con la consapevolezza di atterrare, nel giro di poco più di dieci ore, sul suolo americano, fa sempre un gran bell’effetto, “wow, unbelievable!” rende ancor meglio l’idea.
Però. C’è un però. La voce del comandante, che, in un inglese alquanto didattico e formale, al momento dell’atterraggio comunica l’orario locale, mi spinge istintivamente a gettare un’occhiata al mio orologio, ancora sincronizzato con l’ora italiana, sebbene conscio delle sette ore di differenza dovute al fuso: le 20.20, del 28 giugno 2012. Ebbene, per un italiano tutto ciò significa un’unica cosa: venti minuti al fischio di inizio di Italia-Germania, semifinale degli Europei di calcio, e noi tutti ben sappiamo quante soddisfazioni spesso diano le partite contro i rivali tedeschi, pronti a recitare a memoria le migliaia di occasioni per le quali quel match ha significato “vittoria”, dal celebre “Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!” del 1982 al più recente “Andiamo a Berlino! Andiamo a prenderci la coppa!” nel 2006.

Che dire, va bene l’America, va bene il jet lag, però noi italiani siamo incorreggibili, potremmo essere a Chicago così come in mezzo al deserto del Sahara o fra i ghiacci del Polo Nord, ma una semifinale con la Germania non possiamo perdercela, cascasse il mondo.

Essendo ospite da un amico per l’intero mese di permanenza negli States, suonerebbe come una richiesta alquanto arrogante e maleducata quella di percorrere nel più breve tempo possibile il tragitto aeroporto/casa, per poi fiondarmi su un divano e pregare Nostro Signore affinché uno dei migliaia di canali sportivi della tv americana trasmetta la partita. Decisamente un oltraggio alla sua ospitalità ed un gigantesco incentivo ad enfatizzare lo stereotipo dell’italiano medio, quindi il peggior biglietto da visita possibile.

In queste situazioni, cariche di momenti di incertezza sulla decisione da prendersi, combattuto fra l’ostentare o meno una maledetta ansia che attanaglia le viscere, la qual cosa trasmetterrebbe in modo limpido ed esplicito il fatto che non vorrei altro al mio arrivo a casa se non un televisore acceso esattamente sincronizzato con il momento dell’Inno di Mameli, le possibilità sono due: o l’amara rinuncia a vedere la partita con il conseguente aggiornamento ogni tre minuti della pagina web del risultato direttamente dal proprio telefonino, mossa decisamente più anonima rispetto alla conquista del divano dopo nemmeno dieci minuti di soggiorno a casa di un amico,oppure l’inaspettato sopraggiungere dell’aiuto della provvidenza divina.

Ebbene, giunto a casa, noto che divani e poltrone sono occupati da quattro ragazzi che, opportunatamente muniti di birra e noccioline (Dio benedica l’America), non stanno seguendo una partita di baseball piuttosto che di football americano, ma stanno attendendo con trepidazione il fischio d’inizio di Italia-Germania, aspettando solamente l’arrivo del sottoscritto per condividere considerazioni, pronostici e previsioni sulla partita.

Dopo cinque minuti di chiacchierata per stemperare la tensione iniziale pre-partita così come il lieve imbarazzo che accompagna immancabilmente persone che, oltre a non conoscersi, parlano lingue diverse e necessitano di un inglese un po’ approssimativo ma sufficientemente adatto a permettere una conversazione comprensibile, mi è finalmente tutto più chiaro: sono americani a tutti gli effetti, ma di origini polacche (la comunità polacca di Chicago è la più vasta del mondo al di fuori dei confini nazionali) che hanno mantenuto una forte passione per uno sport che in patria è seguito come e forse più che nella stessa Italia, e per loro non può esserci evento migliore che quello di ospitare il campionato europeo per affermare la loro passione; tifano Italia, non aspettano nemmeno un secondo a comunicarmelo, e conoscono tutto della nazionale, dal buon momento che stanno vivendo gli azzurri alle peripezie di Mario Balotelli nelle sue ultime stagioni in terra inglese.

In un lampo il primo tempo finisce, e ci si trova nell’ intervallo; stiamo sopra due a zero e Mad Mario (come amano chiamarlo, in pieno stile British) ha già ampiamente provveduto a tenere alto l’orgoglio bresciano, quando ecco che accade un altro fatto alquanto insolito ai miei occhi: uno dei ragazzi chiede al mio amico qualcosa da bere, e quello in risposta cosa fa? Apre il frigo e prende dell’acqua frizzante, del vino bianco…e una bottiglia di Campari.

Coglie subito il mio sguardo confuso e perplesso e, con un ghigno piuttosto divertito, mi spiega: dopo l’ultimo viaggio in Italia (ospite a casa mia a Brescia per una ventina di giorni) è rimasto affascinato da quella bevanda che noi bresciani chiamiamo Pirlo, dal sapore così diverso rispetto a quelli a cui è abituato, tanto da aver sentito il bisogno di importarla nella sua cricca di amici. Allibito, chiedo se il parere positivo a riguardo sia comune, e tutti sono totalmente entusiasti. Quando poi realizzano che quel drink, così strano per loro, non abituati a mischiare dolce e amaro, ma perfetto da sorseggiare accompagnandolo a noccioline o patatine che siano, ha lo stesso nome di quel calciatore azzurro con la maglia numero ventuno che dispensa lezioni di classe dall’inizio del campionato europeo, il clima si scalda ancor di più, le risate contagiose prendono il sopravvento, proprio come è consono all’effetto che il Pirlo Made in Brescia deve provocare.

È il mio primo giorno in America, anzi sono le prime ore che trascorro negli States, e quasi mi sembra di non essere partito; cosa mi trovo a fare? Ad esultare per l’ennesima vittoria azzurra contro i poveri tedeschi, commentando le prodezze dei due gioielli bresciani, mentre sorseggio il più classico degli aperitivi. Qui non siamo in Piazza Duomo né sul lungolago di Salò, ma sempre di aperitivo si tratta, in quanto non manca all’appello nessun ingrediente: amici, compagnia, risate, noccioline, vino bianco, ghiaccio e Campari, con una partita di calcio a fare da sottofondo, conferendo certamente un tocco in più di autenticità.

Particolare non secondario, che ai miei occhi rende il tutto ancor più incredibile, è il fatto che in America la parola “aperitivo” nemmeno esista, non è traducibile come tale, con la connotazione che ne diamo noi in Italia. Viene così a mancare quell’aspetto di “sacralità ” che noi bresciani conferiamo a tutto ciò, riducendo l’abitudine a un rito, forse a discapito del piacere, della spontaneità e della serenità, rischiando di rendere il tutto stucchevole, con mega happy hour super accessoriati che si trasformano in passerelle per sfilate mondane dove ragazze rigide e impettite fanno di tutto per risultare le più appariscenti, in una gara di sguardi minacciosi dove il senso di sfida si nasconde sotto uno scambio di sorrisi troppo smaccatamente falsi, o dove ragazzi, stregati dal bisogno di ostentare ricchezza e agio, con le loro automobili sparano accelerate evidentemente spropositate e fuori luogo uscendo dai parcheggi di un bar del centro città.

L’aperitivo è “roba” nostra, su questo non c’è ombra di dubbio, ma tornare ad una sorta di fase primordiale ed essenziale di esso, spogliandolo del suo aspetto ritualistico, così ridondante e inutile se osservato con un occhio anche solo minimamente critico, non sarebbe un cattivo correttivo.

Comunque sia, siamo in finale, il secondo giro è d’obbligo. Esco a cercare disperatamente una bottiglia di Aperol, vi saprò dire cosa ne pensano, anche se probabilmente non noteranno troppo la differenza, per loro quella fra i due tipi di spritz non è una scelta di vita esistenziale, o perlomeno non ancora. 

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