«Quattrocento metri sottoterra, con i minatori della Carbosulcis»

«Quattrocento metri sottoterra, con i minatori della Carbosulcis»

Per arrivare alla miniera di Nuraxi Figus devi arrivare a Cortoghiana, vicino Carbonia. Da Cagliari dista circa un’ora di macchina. Giungerci non è facilissimo, anche perché lungo la strada, incontri i resti di quella che prima fu una civiltà industriale che dava migliaia di posti di lavoro. Se non sei pratico, rischi di finire in una miniera abbandonata o dismessa. E non puoi fare a meno di pensare che il grande Aurelio Galeppini (Galep) il disegnatore principe di Tex Willer si ispirava ai paesaggi brulli del Sulcis-Iglesiente per ambientare le storie del ranger. «Erano i posti più simili all’Arizona che potessi conoscere» disse una volta.

E in effetti, arrivati alla miniera della Carbosulcis, il paesaggio è questo: arido, cotto dal sole, desolato. Ma terribilmente affascinante. Ai cancelli c’è una scritta su un lenzuolo. Qualcosa che ha a che fare con la speranza. È una frase che rileggo sul profilo facebook del mio amico deputato Mauro Pili, in occupazione della miniera insieme a tutti gli altri operai, a turno. Ai cancelli pensavo di avere una cattiva accoglienza. Non è così. Alcuni amici e i sindacalisti più tosti mi vengono incontro. C’è un caldo infernale e vogliono sapere se abbia intenzione di scendere giù, a fare una visita là dove vi è il cosiddetto tesoretto, un arsenale di esplosivo pronto all’uso.

«Se non rompo le scatole a nessuno, scendo giù volentieri» dico. Mi accompagnano un paio di amici. Uno soffre di claustrofobia, un altro accetta di venire giù con me. Ci portano in uno spogliatoio, ci spiegano che dobbiamo spogliarci e rivestirci completamente con l’equipaggiamento classico del minatore. Ci tiene compagnia Ivo Porcu. È uno dei leader. Una bella faccia. Magra e aperta. Con un sorriso franco e ironico. Gli chiedo un po’ di informazioni. Come vanno le cose. Chi è venuto e chi no. «Qualcuno non si è fatto vedere – dice – ma non avevamo dubbi». Arriva l’inviato della Stampa Giovanni Cerruti. Gli permettono di tenere con sé l’iPad e il taccuino dai fogli gialli. Infiliamo gli stivali e siamo pronti.

La discesa con una gabbia che chiamano ascensore dura circa due minuti e mezzo. Intorno vedi nero. Ci informiamo sui turni di lavoro, sulle ore e tutto il resto. Ivo dice di essere in miniera da 32 anni. Dice: è il mestiere più bello del mondo. L’ascensore cigola, ma le chiacchiere ci rendono la discesa persino piacevole. Tengo con le mani una pila caricata da una batteria che ho fissata sulla cintola. Gli altri l’hanno infilata sul casco, io non sono riuscito. La punto per terra. Siamo a circa 380 metri sotto il suolo. Vedo i passaggi polverosi, le reti di protezione scure. Vedo i minatori che ci attendono in una sorta di quartier generale. Su un grosso tavolo di legno dove ci fanno accomodare saremo una decina. Ci sono un po’ i giornali sparsi, un grosso telefono appeso alla parete, cartoni d’acqua. C’è molto caldo. Chiedo quanti gradi ci siano. Mi risponde una ragazza-minatrice. Ventisette gradi. La temperatura è sempre quella.

Pensavo di trovare delle belve: per il momento sono tranquilli. Facce serene. Belle persone, idee chiare. Spiegano i motivi della rivolta. Pili racconta a Cerruti di una rivolta in miniera con dei morti, ai primi del ‘900. Il ribellismo è una tradizione di questi minatori, di queste miniere. Poi parla Stefano Meletti, un sindacalista della Uil. Attacca diretto l’Enel e le contiguità varie. Dice che c’è una speranza, che il governo deve impegnarsi. Sto pensando alle decine di tavoli aperti e mai chiusi per ogni vertenza sarda.

Mi guardo intorno. La testa mi suda sotto il casco, il cinturone pesa. Ci sono operai che ascoltano i discorsi. Alcuni sono molto giovani. Ci sono i grossi e vecchi fuoristrada Toyota in fila, più una specie furgone che trasporta i minatori. Uno di questi precisa: «Questo è il quartier generale. Il lavoro vero della miniera è molto più in là». Infine andiamo alla “Riservetta”. Facciamo una cinquantina di metri. C’è un cancello chiuso da una catena. Più in là una porta: dentro un mitico arsenale, chili e chili di esplosivo. I giornali hanno fatto i titoli sulla possibilità che qualche pazzia portasse a fare esplosioni. Meletti, Porcu e tutti gli altri sorridono. Loro vogliono arrivare alla riunione del 31 agosto in ministero con un impegno preciso e non con un ennesimo rinvio.

Per un  attimo penso che il posto possa essere infestato dai topi. Ivo Porcu mi dice di non averne visti mai in 32 anni di lavoro sottoterra. Nelle chiacchiere, mentre si torna alla base il tema è sempre quello: a fine anno si rischia la chiusura. L’Enel dice di non voler più le 300mila tonnellate di carbone prodotte qui. Che fare? È una domanda che ancora non ha risposta. Saluto il mio amico Mauro Pili. Gli auguro in bocca la lupo. Un operaio ride: «Lo metteremo a dieta», dice. Riprendiamo la gabbia di ferro. In due minuti e mezzo siamo in un altro mondo. Riprendiamo gli abiti, poggiamo le tute, gli stivali e i caschi. Lasciate lì, dicono, ci pensiamo noi. Fuori il sole è accecante, ci sono le troupe della Rai, di Mediaset e Sky. Io accendo l’iPhone, avviso che sono riemerso.