“Vattene Obama!”, ecco l’articolo di Newsweek che fa discutere l’America

“Vattene Obama!”, ecco l’articolo di Newsweek che fa discutere l’America

Sono stato un buon perdente quattro anni fa. «Nel grande schema della storia» ho scritto il giorno dopo l’elezione presidenziale di Barack Obama «quattro decenni non sono un tempo particolarmente lungo. Eppure in questo breve periodo l’America è passata dall’assassinio di Martin Luther King jr. all’apoteosi di Barack Obama. Non sarebbe umano non riconoscere questa come causa di grande giubilo».

Nonostante esser stato – grande rivelazione – un consulente di John McCain, ho riconosciuto le rimarcabili qualità del suo opponente: la sua retorica elevata, il suo temperamento freddo, difficile da turbare, e l’organizzazione della sua campagna elettorale praticamente perfetta.

Eppure, confrontando la situazione del paese appena quattro anni dopo, il problema non è chi fosse il miglior candidato quattro anni fa. Il problema è se il vincitore abbia mantenuto le sue promesse. E la triste verità è che non l’ha fatto.

Nel suo discorso inaugurale, Obama promise «non solo di creare nuovi posti di lavoro, ma di porre nuove fondamenta per la crescita». Ha promesso di «costruire strade e ponti, reti elettriche, linee digitali che sostenessero i nostri affari e ci legassero insieme». Ha promesso di «restituire la scienza al suo posto legittimo e usare le meraviglie della tecnologia per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria abbassandone i prezzi». E ha promesso di «trasformare le nostre scuole e i nostri college e università per rispondere alle esigenze di una nuova era». Sfortunatamente il risultato del Presidente su ognuno di questi audaci impegni è miserabile.

In un momento delicato di quest’anno, il Presidente ha commentato che il settore privato dell’economia stava «facendo bene». Certamente, il mercato azionario è in rialzo (circa del 74%) rispetto alla chiusura di Borsa del giorno d’Inaugurazione del 2009. Ma il numero totale di posti di lavoro nel settore privato è ancora di 4,3 milioni sotto l’apice del gennaio 2008. Intanto, dal 2008, una sconcertante cifra di 3,6 milioni di americani sono stati aggiunti ai programmi d’assicurazione per invalidità del welfare statale. Questo è uno dei molti modi in cui la disoccupazione è stata celata.

Nel bilancio dell’anno 2010 – il primo che ha presentato – il Presidente prevedeva una crescita del 3,2% nel 2010, 4% nel 2011, 4,6% nel 2012. I veri valori sono stati 2,4% nel 2010 e 1,8% nel 2011; pochi esperti si aspettano adesso che sia oltre il 2,3% quest’anno.

Si ipotizzava che adesso la disoccupazione sarebbe stata al 6%. Quest’anno è stata mediamente dell’8,2%. Intanto la media reale del reddito annuale delle famiglie è caduto del 5% dal giugno 2009. Circa 110 milioni di individui hanno ricevuto un sussidio pubblico, la maggior parte Medicaid o buoni alimentari.

Benvenuti nell’America di Obama: circa la metà della popolazione non è raffigurata nel reddito imponibile – quasi esattamente la stessa proporzione di chi vive in famiglia dove almeno un membro riceve qualche tipo di sussidio governativo. Stiamo diventando la nazione fifty-fifty – metà di noi paga le tasse, l’altra metà riceve i sussidi.

E tutto questo malgrado un ben più elevato aumento del debito federale di quanto ci era stato promesso. Secondo il bilancio 2010, si prevedeva che il debito pubblico sarebbe sceso, in relazione al Prodotto interno lordo, dal 67% del 2010 a meno del 66% in questo anno. Se solo così fosse. Per la fine di quest’anno, secondo l’Ufficio del Bilancio del Congresso, il debito raggiungerà il 70% del Pil. Questi numeri sottostimano comunque il problema del debito. Il rapporto che conta è il debito sulle entrate. Questo numero è balzato dal 165% del 2008 al 262% di quest’anno, secondo le cifre dal Fondo monetario internazionale. Tra le economie sviluppate, solo Irlanda e Spagna hanno visto un maggior peggioramento.

Non solo lo stimolo fiscale iniziale si è sbiadito dopo la corsa retorica del 2009, ma il Presidente non ha fatto assolutamente nulla per chiudere la differenza di lungo termine tra spese ed entrate.

La sua tanto decantata riforma sanitaria non eviterà che la spesa nei programmi sanitari salga da più del 5% del Pil oggi al circa 10% nel 2037. Si aggiunga l’incremento programmato nei costi del welfare e si vedrà un conto totale del 16% del Pil a 25 anni da oggi. Questo è poco meno del costo medio di tutte le attività e i programmi federali, messi da parte i pagamenti degli interessi netti, negli ultimi 40 anni. Sotto la politica del Presidente, il debito è in rotta per raggiungere il 200% del Pil nel 2037 – una montagna di debito che sicuramente ridurrà la crescita ulteriormente.

E anche queste cifre sottostimano il vero peso del debito. La stima più recente della differenza fra il valore attuale netto dei debiti del governo federale e quello dei debiti federali futuri – quello che l’economista Larry Kotlikoff chiama il vero “fiscal gap” – è di 222 mila miliardi di dollari. I sostenitori del presidente diranno, sicuramente, che i poveri risultati economici non possono essere attribuiti a lui. Piuttosto punteranno il dito contro il suo predecessore, o contro gli economisti che lui ha scelto come consiglieri, o contro Wall Street, l’Europa – chiunque, tranne l’uomo della Casa Bianca.

C’è del vero in questo. Era abbastanza difficile prevedere cosa sarebbe accaduto all’economia negli anni successivi al 2008. Eppure possiamo legittimamente criticare il Presidente per gli errori politici degli ultimi quattro anni. Dopo tutto, è compito del Presidente gestire efficacemente l’esecutivo – e condurre la nazione. Ed è su questo punto che il suo fallimento è stato enorme.

Sulla carta sembrava una squadra di economisti incredibile: Larry Summers, Christina Romer e Austan Goolsbee, per non parlare di Peter Orszag, Tim Geithner e Paul Volcker. Ma il Presidente è stato completamente incapace di gestire i grandi cervelli – e gli ego – che ha messo insieme per consigliarlo.

Secondo il libro di Ron Suskind, Confidence Men, nel maggio 2009 Summers disse a Orszag: «Sai, Peter, siamo davvero da soli a casa… Intendo proprio questo. Siamo da soli a casa. Non c’è un adulto al comando. Clinton non avrebbe mai fatto questi errori [di indecisione sui maggiori problemi economici]». Un problema dopo l’altro, secondo Suskind, e Summers ha prevalso sul Presidente. «Non puoi semplicemente andare avanti, fare un ragionamento e poi fargli prendere una decisione» disse Summers a Orszag «perché non sa cosa sta decidendo» (ho sentito storie ufficiose simili dette dai più importanti partecipanti agli interminabili “seminari” del Presidente sulle politiche in Afghanistan).

Il problema ha sommerso la Casa Bianca. Dopo la presidenza decisionista dell’era Bush, nei primi due anni dell’amministrazione Obama c’era qualcosa di più simile a un governo parlamentare. Il Presidente proponeva, il Congresso sistemava. È stata Nancy Pelosi e il suo entourage a scrivere la proposta di legge per lo stimolo fiscale e a riempirla di contenuti politici. E sono stati i Democratici al Congresso – guidati da Christopher Dodd e Barney Frank – a concepire le 2.319 pagine della Riforma Wall Street e della Legge per la Protezione del Consumatore (abbreviata Dodd-Frank), un esempio praticamente perfetto dell’eccessiva complessità nella regolamentazione. La legge esige che i regolatori creino 243 regole, conducano 67 studi, e promuovano 22 studi periodici. Elimina un regolatore e ne crea due nuovi.

Sono passati cinque anni da quando è cominciata la crisi finanziaria, ma i problemi centrali – l’eccessiva concentrazione finanziaria e l’elevata leva finanziaria – non sono stati affrontati.

Oggi, 10 sole istituzioni finanziarie too-big-to-fail sono responsabili dei tre quarti dei beni finanziari totali gestiti negli Stati Uniti. Eppure, le più grandi banche del paese sono sotto di almeno 50 miliardi di dollari dal nuovo livello di capitale richiesto dagli accordi di Basilea III sull’adeguatezza patrimoniale bancaria.

E poi c’era la sanità. Nessuno dubita che il sistema statunitense debba essere riformato. Ma la Protezione del Paziente e l’Affordable Care Act (Aca) del 2010 non hanno fatto nulla contro il nocciolo del problema: l’esplosione dei costi nel lungo periodo del Medicare ora che i nati durante il baby-boom andranno in pensione, il modello “tassa per il servizio” che spinge l’inflazione legata ai costi sanitari, il legame tra occupazione e assicurazione che spiega perché così tanti americani non abbiano copertura, e i costi eccessivi delle assicurazioni di cui i nostri dottori hanno bisogno per proteggersi dai nostri avvocati.

Ironicamente, l’idea centrale dell’Obamacare, l’“autorizzazione individuale” (che richiede a tutti gli americani di comprare l’assicurazione o pagare una multa), era qualcosa a cui si oppose lo stesso Presidente mentre era in gara con Hillary Clinton per la nomination democratica. Nel “Pelosicare” [da Nancy Pelosi, ndt] c’erano disposizioni molto più accurate, visto che era stata lei a combattere per far passare la legge al Congresso.

Pelosicare non è stato solo un disastro politico. I sondaggi mostravano chiaramente che solo una minoranza del pubblico apprezzava l’Aca, e questa era la ragione principale per la quale i Repubblicani ripresero il controllo della Camera nel 2010. Ed era anche un caos fiscale. Il Presidente promise che la riforma della sanità non avrebbe aggiunto un centesimo al deficit. Ma il Cbo [Congressional Budget Office, ndt] e il Comitato congiunto sulla tassazione hanno stimato adesso che la copertura assicurativa dell’Aca avrà un costo netto vicino a 1.200 miliardi di dollari tra il 2012 e il 2022.

Il Presidente ha semplicemente continuato a evitare il nodo fiscale. Dopo aver creato la Commissione Nazionale bipartisan per la Riforma e la Responsabilità Fiscale, guidata dall’ex-senatore repubblicano del Wyoming Alan Simpson e dall’ex capo di gabinetto di Clinton, Erskine Bowles, Obama ha semplicemente lasciato da parte i consigli per tagli da 3.000 miliardi di dollari circa e nuove entrate per 1.000 miliardi di dollari nel decennio a venire. Il risultato è stato la mancanza di una «buona discussione» con i Repubblicani della Camera – il che significa che, salvo qualche miracolo, il paese s’infrangerà, dal 1 gennaio, su uno scoglio fiscale, dopo che il taglio delle tasse di Bush sarà scaduto e il primo taglio da 1.200 miliardi di dollari sarà imposto in automatico a tutti i livelli. Il Cbo stima che l’effetto netto potrebbe essere una riduzione del 4% nella produzione.

Il fallimento della leadership sulle politiche economiche e fiscali negli ultimi quattro anni ha avuto conseguenze geopolitiche. La World Bank si aspetta che gli Stati Uniti crescano di appena il 2% nel 2012. La Cina crescerà quattro volte più veloce, l’India tre volte più veloce. Per il 2017, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, il Pil della Cina supererà quello degli Stati Uniti.

Intanto, il deragliamento fiscale è già cominciato in un processo di pesanti tagli al bilancio della difesa, in un momento in cui si è molto lontani dal vedere il mondo diventare un posto migliore – soprattutto nel Medio-Oriente.

Per me, il più grande fallimento del Presidente è stato non aver pensato alle implicazioni di queste sfide al potere americano. Lontano dallo sviluppo di una strategia coerente, lui ha creduto – forse incoraggiato dalla prematura assegnazione del Premio Nobel per la Pace – che tutto quel che gli serviva fosse fare discorsi toccanti in giro per il mondo, spiegando agli stranieri che non era George W. Bush.

A Tokyo, nel novembre 2009, il Presidente ha fatto il suo discorso standard abbraccia-lo-straniero: «In un mondo connesso, il potere non deve essere un gioco a somma zero, e le nazioni non devono temere il successo di un altro… Gli Stati Uniti non cercano di contenere la Cina… Al contrario, la nascita di una Cina forte e prospera può essere una fonte di forza per la comunità delle nazioni». Ma nell’autunno del 2011, questo approccio è stato abbandonato nella ricerca di un “punto d’appoggio” nel Pacifico, che includeva un dispiegamento ridicolo di truppe in Australia e Singapore. Da quando ha concesso questo punto in favore di Pechino, nessuna strategia è stata credibile.

Il suo discorso al Cairo del 4 giugno 2009 è stata una dichiarazione maldestra per ingraziarsi quella che si sarebbe rivelata come la vigilia di una rivoluzione regionale. «Sono anche orgoglioso di portare con me» ha detto agli egiziani «un saluto di pace dalla comunità musulmana del mio Paese: Assalamu alaikum… Sono venuto qui… Per cercare un nuovo inizio tra Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo, uno basato… sul fatto che l’America e l’Islam non si escludono a vicenda e non devono essere in contrasto».

Credendo che ripudiare il neo-conservatorismo fosse il suo ruolo, Obama ha completamente mancato l’onda rivoluzionaria democratica del Medio-Oriente – precisamente l’onda che i neo-con avevano sperato di far scattare con la detronizzazione di Saddam Hussein in Iraq. Quando la rivoluzione è scoppiata – prima in Iran, poi in Tunisia, Egitto, Libia e la Siria – il Presidente si trovò di fronte semplici alternative. Poteva cercare di cavalcare l’onda dando il proprio supporto ai giovani rivoluzionari e cercando di guidarla in direzione vantaggiosa per gli interessi americani. O poteva far nulla e lasciare che le forze reazionarie prevalessero.

Nel caso dell’Iran non ha fatto nulla, e i criminali della Repubblica Islamica hanno crudelmente schiacciato le manifestazioni. Lo stesso per la Siria. In Libia era stato persuaso a intervenire. In Egitto ha cercato di seguire entrambe le strade, esortando il Presidente egiziano Hosni Mubarak a lasciare, per poi tirarsi indietro raccomandando una “transizione ordinata”. Il risultato è stato un crollo di fiducia nella politica estera. Non solo le élite egiziane sono state spaventate da quel che sembrava un tradimento, ma i vincitori, i Fratelli Mussulmani, non avevano niente per cui essere grati. Gli alleati medio-orientali più vicini all’America – Israele e i Sauditi – hanno osservato con stupore.

«Questo è quel che accade quando si viene presi di sorpresa» ha detto un anonimo funzionario americano al New York Times nel febbraio 2011 «Abbiamo avuto riunioni senza fine negli ultimi due anni sulla pace nel Medio-Oriente, sul contenimento dell’Iran. E quanti di loro ragionano sulla possibilità che l’Egitto si sposti dalla stabilità al disordine? Nessuno».

Incredibilmente, il Presidente vanta un appoggio relativamente solido in materia di sicurezza nazionale. Tuttavia la sua amministrazione ha permesso, inaspettatamente, l’uso dell’assassinio politico per una strategia coerente. Secondo l’Ufficio di Giornalismo Investigativo di Londra, la percentuale delle perdite civili dovuta all’uso dei droni è stato del 16% l’anno passato. Chiedetevi come un giornale progressista avrebbe reagito se George W. Bush avesse usato i droni in questo modo. Eppure, in un modo o nell’altro, sono solo i segretari di Stato repubblicani a essere accusati di “crimini di guerra”.

Il vero crimine è che l’assassinio programmato, ogni volta che un drone colpisce, distrugge potenziali informazioni cruciali sul posto (così come suscita l’ostilità della popolazione civile). Questo mostra la decisione dell’amministrazione di abbandonare le azioni anti-rivolta in favore di una leggera azione anti-terroristica. Questo significa in pratica un abbandono non solo dell’Iraq, ma presto anche dell’Afghanistan. È comprensibile che gli uomini e le donne che hanno servito laggiù si chiedano a cosa siano serviti esattamente i loro sacrifici, se ogni idea di costruire le nazioni viene semplicemente messa da parte. Solo quando entrambe le nazioni affonderanno di nuovo nella guerra civile, realizzeremo il vero costo della politica estera di Obama.

L’America sotto questo Presidente è una superpotenza in ritirata, se non in pensione. Un 46% degli Americani – e un 63% di Cinesi – pensa che la Cina abbia già rimpiazzato gli Stati Uniti come la superpotenza dominante nel mondo, o che probabilmente lo diventerà.

E un segno di quanto Barack Obama, da quando è stato eletto, abbia già perso completamente la sua capacità retorica è che il meglio che ha fatto per essere rieletto sia stato dire che Mitt Romney non dovrebbe essere Presidente. Nel suo celebre discorso «Non hai costruito questo», Obama ha elencato quel che considera i risultati dei grandi governi: Internet, il GI Bill [una legge sui sussidi per i militari, ndt], il Golden Gate Bridge, la Diga di Hoover, l’atterraggio dell’Apollo sulla Luna, e anche (bizzarro) la creazione della classe media. Tristemente, non poteva menzionare nulla di paragonabile a quello che ha ottenuto la sua amministrazione.

Ora Obama è testa a testa con la sua nemesi: un politico che crede più nei contenuti che nella forma, più nelle riforme che nella retorica. Nei giorni passati molto è stato scritto a proposito del deputato del Wisconsin Paul Ryan, la scelta di Mitt Romney per la vice-presidenza. Conosco, apprezzo e ammiro Paul Ryan. Per me la questione su di lui è semplice. È uno dei pochi politici a Washington davvero sinceri quando si riferiscono alla crisi fiscale di questo paese.

Negli ultimi anni la “strada verso la prosperità” di Ryan si è evoluta, ma il punto essenziale è chiaro: rimpiazzare Medicare con un programma di ricevute di pagamento per quelli che adesso sono sotto i 55 anni (non beneficiari correnti o immediati), considerare il Medicaid e i buoni-pasto come finanziamenti a fondo perduto per lo stato, e – cruciale – semplificare la tassazione e abbassare le aliquote fiscali per cercare di re-immettere un po’ di ossigeno sul lato dell’offerta del settore privato statunitense. Ryan non predica l’austerità. Predica la crescita. E nonostante i veterani dell’era Reagan come David Stockman possano avere i loro dubbi, sottostimano la padronanza di Ryan di questa materia. Non c’è letteralmente nessuno in Washington che capisca meglio di lui le sfide di una riforma fiscale.

Ugualmente importante, Ryan ha imparato che la politica è l’arte del possibile. Ci sono parti del suo piano che lui sta comprensibilmente portando avanti con calma – importante la nuova fonte di entrate federali nella sua “Roadmap for America’s future” del 2010 come una “business consumption tax”. Stockman deve ricordarsi che i veri “piani di bilancio fantasiosi” sono stati quelli prodotti dalla Casa Bianca dal 2009.

Ho incontrato per la prima volta Paul Ryan nell’aprile 2010. Sono stato invitato a una cena a Washington dove l’argomento di discussione sarebbe stato la crisi fiscale statunitense. La materia mi sembrava così cruciale che mi aspettavo che la cena si sarebbe svolta nella sala di uno dei più grandi hotel della città. In realtà si svolse in una casa. Si presentarono tre deputati – un segno di quanto avesse avuto successo la versione del presidente del «non chiederne, non parlarne» (del debito). Ryan mi colpì. Da allora avrei voluto vederlo alla Casa Bianca.

Rimane da vedere se il pubblico americano è pronto ad abbracciare la svolta finanziaria radicale che Ryan propone. L’umore è profondamente ambivalente. L’appoggio del presidente è giù al 49%. L’indice di Confidenza Economica Gallup è a -28 (giù dal -13 di maggio). Ma Obama, nei sondaggi, è ancora di poco avanti su Romney fintanto che il voto popolare è preso in considerazione (50,8% contro il 48,2%) e tranquillamente in testa nei collegi elettorali. I sondaggisti dicono che la nomina di Paul Ryan non cambia le carte in tavola; invece lui è una scelta molto rischiosa per Romney perché troppe persone si sentono innervosite dalle riforme che Ryan propone.

Ma una cosa è chiara. Ryan spaventa Obama. Questo è diventato chiaro sin da quando la Casa Bianca si è lanciata in un’offensiva su Ryan nella primavera dello scorso anno. E la ragione per cui lo spaventa è questa: contrariamente a Obama, Ryan ha un piano – e non retorica – per il suo paese.

Mitt Romney non è quel che posso immaginare come miglior candidato per la presidenza. Ma era chiaramente il migliore tra i candidati Repubblicani delle primarie. Lui porta alla presidenza esattamente quel tipo di esperienza – sia dal mondo degli affari sia da incarichi di dirigenza – che Barack Obama chiaramente non possedeva quattro anni fa. (Se solo Obama avesse lavorato presso Bain Capital per qualche anno, invece di organizzare comunità a Chicago, potrebbe capire esattamente perché il settore privato adesso non «sta facendo bene»). E prendendo Ryan come compagno nella corsa presidenziale, Romney ha dato un primo vero segnale di come – contrariamente a Obama – lui sia un leader coraggioso che non nasconde le sfide sulle quali si affaccia l’America.

Ora gli elettori hanno davanti una scelta limpida. Possono lasciare che la retorica sconclusionata e solipsistica di Barack Obama continui fino a ritrovarsi in una versione americana dell’Europa, con bassa crescita, alta disoccupazione, debito ancora più elevato – e un vero declino geopolitico.

O possono optare per il vero cambiamento: il tipo di cambiamento che metterà fine a quattro anni di bassi risultati economici, un terrificante accumularsi di debito e una restaurazione di fondamenta fiscali solide per la sicurezza nazionale americana.

L’ho detto prima: è una scelta tra les états-units e la Repubblica dell’inno di battaglia. Sono stato un buon perdente quattro anni fa. Ma quest’anno, infiammato dall’ascesa di Ryan, voglio assolutamente vincere.
 

Per l’articolo originale, seguire il link, se invece vuoi leggere la risposta di Ferguson alle critiche ricevute clicca qui

(Traduzione a cura di Alessio Mazzucco)