“Azionariato popolare e crowdfunding, io il mio film l’ho finanziato così”

“Azionariato popolare e crowdfunding, io il mio film l’ho finanziato così”

«Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme un progresso, ma lavorare in collaborazione un successo». Se Emanuele Caruso conoscesse questa frase di Henry Ford, è certo che svetterebbe su ogni locandina dei suoi film indipendenti. Classe 1985, fisico possente del mangiatore seriale e  sguardo deciso, Emanuele Caruso è un giovane regista consumato da un sogno che molti considererebbero pura follia: girare con 65 mila euro un film che ne richiederebbe tre volte tanto. Per farlo ha dovuto raccogliere euro dopo euro i finanziamenti  per dare al suo sogno la dignità di un prodotto cinematografico, recuperare pezzo per pezzo la sua troupe e architettarsi modi sempre nuovi per farla continuare a stare insieme. E, per seguire il ragionamento di Ford, tutto questo dovrebbe condurlo al successo.

La “follia” di Emanuele Caruso ha nome e cognome: E fu sera e fu mattina, film che il regista originario di Alba, in provincia di Cuneo, ha da poco finito di girare nelle Langhe, nello splendido borgo di La Morra. Il titolo è estrapolato dal primo libro della Genesi secondo la formula che chiude ognuna delle sei giornate in cui Dio crea il mondo. Solo che nel film di Caruso, la creazione avviene al contrario: ogni giorno che nasce e tramonta è un  passo in più verso una catastrofe che cambierà le vite di ciascuno dei personaggi.  

Non possiamo svelare di più sulla trama, certi che sarà una sorpresa. Ma il film di Caruso è un avventura prima ancora che sugli schermi, nella vita reale. Nonostante il giovane regista abbia alcuni lavori alle spalle (i cortometraggi Una scelta di vita, Elogio alla solitudine e il lungometraggio Piove), questa volta voleva puntare più alto: «Sono stato sceneggiatore, regista, perfino attore dei miei primi film», racconta. «Ho sempre lavorato con persone reclutate fra il mio gruppo di amici. Ora avevo bisogno di professionisti, di fare sul serio». E fare sul serio, nel mondo del cinema, significa prima di tutto trovare i finanziamenti necessari a far girare una macchina assai complessa.

L’avventura del fund raising comincia dalle case di produzione, quasi due anni prima delle riprese: Rai Cinema, Fandango, Lucky Red. Perfino la Sacher di Nanni Moretti viene interpellata. Tutti leggono con piacere la sceneggiatura di Emanuele, ne lodano l’originalità. Ma quando si parla di soldi sono solo porte in faccia: «Il dramma del cinema indipendente sta proprio nel fatto di essere non dipendente», scherza Emanuele, «deve guadagnarsi i soldi come un libero professionista, contando sulle proprie forze e la capacità di vendere il suo prodotto».  

Se la forza di Emanuele Caruso è la caparbietà, la spregiudicatezza è il suo entusiasmo. «Ho capito che i soldi non sarebbero venuti dall’alto, allora ho cominciato a cercarli dal basso». A circa un anno dalla data del primo ciak, Emanuele affida le sorti del film ad un progetto di crowdfunding. Sceglie il portale Produzioni dal Basso e chiama a finanziare il suo film il popolo della Rete. Ma fa un passo oltre. Di solito, chi lancia un crowdfunding utilizza una sorta di “ricompensa” per attirare i piccoli investitori: in cambio del denaro ricevuto si impegna a spedire una copia del prodotto realizzato. Il dvd del film, una maglietta, un libro con dedica. «Al contrario, io non volevo che i miei supporter acquistassero un prodotto», attacca Caruso, «volevo metterli insieme attraverso un legame che li spingesse a credere nell’opera che andavo realizzando».

Così, Emanuele divide il costo atteso del suo film in 3 mila quote da 50 euro, per un totale di 150 mila euro. Ad ogni quota assegna una percentuale sui futuri incassi del botteghino e comincia a vendere le quote su Internet. Conia anche uno slogan: «Questa non è beneficenza, ma un modo di sostenere un progetto diventandone produttore». Senza nemmeno accorgersene, introduce in Italia un sistema di crowfunding totalmente nuovo, che ha riscontri in pochi altri posti al mondo come la Svezia e gli Stati Uniti. Si tratta di lontana forma di crowd equity: la possibilità di acquistare titoli di una piccola società che verranno ripagati quando la società comincerà ad essere profittevole. Il tutto senza passare dalla Borsa o attraverso intermediari.

La raccolta dei fondi è un successo. In meno di un anno E fu sera e fu mattina ottiene 65 mila euro. Non sono tutti i soldi che Caruso si era aspettato, ma sono un ottimo inizio. Come piazzare, però, il resto delle quote? L’idea vincente arriva da un film che Emanuele venera come una reliquia. Si tratta del capolavoro Il Vento fa il suo giro di Giorgio Diritti: «Ho incontrato personalmente Giorgio durante un workshop a Milano e sono rimasto colpito dalla sua intraprendenza», confessa. «Non avendo a disposizione i soldi per pagare la troupe, Diritti ha coinvolto i suoi professionisti nella produzione della pellicola, promettendo a tutti una parte dell’incasso».

È con questa promessa, folle come solo alcuni sogni sanno essere, che si forma la troupe di E fu sera e fu mattina. Il primo film italiano ad “azionariato diffuso”: centinaia di produttori telematici da una parte, e dall’altra gli attori, i macchinisti, i truccatori, gli addetti alle luci: «Ero riuscito a metterli insieme, ora dovevo convincerli a rimanere con me e a collaborare».

La seconda parte dell’avventura comincia a giugno di quest’anno, quando iniziano le riprese sulle colline di Alba: data prevista di fine lavori, 15 agosto. La troupe è composta da oltre 30 persone provenienti da tutta Italia, quasi tutte sotto i trent’anni, quasi tutti precari. Coordinare decine di persone per oltre due mesi di fila è una vera impresa: «Quando giri un film senza soldi, spesso saltano i ruoli», svela Caruso, «è il regista che si deve mettere al servizio degli attori, e non viceversa». Una grossa mano all’organizzazione arriva da Giuseppe Masengo, braccio destro di Emanuele, aiuto regista e tuttofare del set. Maniacale e intransigente, eppure affabile e sempre pacato, Masengo ha dovuto orchestrare le 110 scene di E fu sera e fu mattina in modo che ciascun pezzo del film avesse le persone giuste al momento giusto: «Non potevamo costringere attori e tecnici a stare sempre con noi: abbiamo dovuto studiare un organigramma che venisse incontro alle esigenze di ciascuno, al tempo che ci avrebbero potuto dedicare».

«Riuscire a farsi produrre un film è un calvario ma l’inferno è riuscire a farselo distribuire», ha detto una volta Vittorio Moroni, regista indipendente di culto, uno che a inizio carriera si portava le pellicole sul camper e trattava direttamente con le sale. Dopo 10 settimane, 650 ore di lavoro, 7 truccatrici cambiate in corso d’opera e oltre 300 comparse, Emanuele Caruso è ora in questo «inferno». Il girato è pronto, mancano la postproduzione e una distribuzione che renda il suo film accessibile al pubblico. «Con 65 mila euro sono riuscito a far lavorare una troupe che me ne sarebbe costati 100 mila a settimana», attacca il regista albese, «non sono spaventato e ho già cominciato a prendere contatti».  

Mentre le luci del 69esimo festival di Venezia si spengono, il direttore Alberto Barbera ha assicurato che mai come in questo anni a venire la Mostra sarà attenta al cinema indipendente: «Ci sono periodi del cinema in cui vedo una porta chiusa e un’altra spalancata. Questa volta vedo quella spalancata», ha affermato. «Bene a sapersi», commenta Emanuele Caruso. E scherzando conclude: «Ma a noi Venezia non basta».