Cosa resta del salotto buono? Piazzate e conti in rosso

Cosa resta del salotto buono? Piazzate e conti in rosso

Quando i soldi finiscono, affiorano i problemi nascosti. E se chi dovrebbe risolvere i problemi non è all’altezza del compito, tutto degenera in una guerriglia di potere. È quello che accade da un anno a questa parte nei cosiddetti “salotti buoni” del capitalismo italiano, mentre la crisi che investe l’Italia sta mettendo via via sotto pressione situazioni e personaggi un tempo al di sopra di tutto, anche delle regole. Ma poiché la borghesia italiana manca davvero di una cultura della responsabilità e di una prassi realmente condivisa, lo sbocco inevitabile è il caos, la guerra per bande, le alleanze opportunistiche e i tradimenti repentini. Quasi tutti hanno in comune il fatto che concetti come mercato e concorrenza, merito e rispetto delle regole sono usati strumentalmente come una clava, senza mai accettarne fino in fondo le conseguenze.

Chi ha potere e posizioni cerca di difenderle anche se non ne ha più i mezzi o la credibilità, chi ha qualche munizione in più cerca di allargarsi, anche se fino all’altro ieri è stato al gioco degli altri. I più rientrano nel primo caso: da Giovanni Perissinotto, ex a.d. Generali, fino ad Alberto Nagel di Mediobanca, da Marco Tronchetti Provera (Pirelli) alla famiglia Gavio, a cui il gruppo Salini ha strappato il controllo di Impregilo, chiedendo l’aiuto degli investitori istituzionali. Ricadono nel secondo gruppo Diego Della Valle, che si agita per avere voce in capitolo sul Corriere della Sera e attacca a gamba tesa la Fiat di Marchionne e la famiglia Agnelli, a Leonardo Del Vecchio, che ha perso diverse centinaia di milioni per il suo investimento in Generali, fino alla famiglia Malacalza, accorsi prima in sostegno di Tronchetti Provera in Camfin-Pirelli e poi finiti ai ferri corti. Il quadro è noto: dalla defenestrazione di Cesare Geronzi, uno dei campioni (non certo l’unico) del capitalismo di relazione, è chiaro che nessuno che non abbia o capitali in proprio o risultati rotondi da dare in pasto ai propri azionisti può davvero stare tranquillo.

Ad aprile 2011, del resto, lo stesso Geronzi era stato cacciato via perché, nel tentativo di estendere la sua influenza sulle Generali, chiedeva spiegazioni su questioni tornate utili pochi mesi fa per licenziare Perissinotto. Una rottura a cui forse la Mediobanca di Nagel avrebbe di sicuro fatto a meno se non fosse che fra crollo del titolo e tentativi del manager ravennate di diluire i vecchi soci con un aumento di capitale ha irritato tutti. Messo sotto pressione da soci del Leone com eDel Vecchio, che ha attaccato frontalmente Perissinotto in un’intervista, e dal gruppo De Agostini, Nagel ha dovuto cedere. «La verità è semplice – ha dichiarato l’amministratore delegato di Mediobanca  – È stato messo a riposo dopo tanti anni perché in cda si è convenuto che i risultati della sua gestione non fossero performanti com’è giusto attendersi da un gruppo con il potenziale delle Generali». È uno shock culturale per un mondo che non ha mai concepito di cacciare un manager per i cattivi risultati aziendali. Un doppio shock: perché Nagel sa bene che questa regola potrebbe essere presto applicata anche lui. E a ragione visti lo stato dei conti di Mediobanca, che fra svalutazioni conseguenti a una cattiva gestione delle partecipazioni (Rcs, Telecom e la stessa Generali) e l’andamento del portafoglio crediti si appresta a chiudere un esercizio fra i peggiori della sua storia. 

Nel piccolo mondo antico e ormai in disfacimento del capitalismo relazionale italiano, capita che si tenti di punire i responsabili. O che si finga che sia così. Altrimenti non si spiega perché, nel caso FonSai, dall’originaria Opa di Unipol su Premafin, che avrebbe regalato ai Ligresti un centinaio di milioni, si sia passati a un accordo (quello siglato a fine gennaio 2012) che non la prevedeva più, pur continuando a beneficiare la famiglia siciliana con la previsione del diritto di recesso e la manleva sulle azioni di responsabilità sociale. Ma le vecchie abitudini sono dure a morire. Ecco dunque spuntare il presunto accordo segreto fra Nagel e i Ligresti, su cui oggi indaga la Procura di Milano, all’interno di un quadro più generale dove a saldare il conto del disastro gestionale dei Ligresti in FonSai sono stati gli azionisti di minoranza, mentre le banche, incluse quelle creditrici dell’azionista di controllo, hanno salvato i loro prestiti. Nel momento in cui si contorce e crolla sotto le sue contraddizioni e i risultati gestionali, insomma, il salotto buono sta dando il peggio di sè. E trova alleati inaspettati laddove dovrebbero esserci invece occhiuti cani da guardia: è il caso del presidente della Consob Giuseppe Vegas, che interpreta il suo ruolo come stabilizzatore o facilitatore degli equilibri di sistema (leggi Mediobanca) anziché di garante degli investitori di minoranza e dei risparmiatori.

Le difficoltà di alcuni diventano occasioni per altri: Della Valle, inacidito per essere tenuto ai margini dalle scelte su Rcs, è salito oggi al 8-9% del gruppo che pubblica il Corriere e punta a farsi spazio, o a crearne per l’amico Luca Cordero di Montezemolo, sempre più scalpitante per darsi alla politica. Da anni anche l’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli spera di “pesare” in Rcs, di cui è il primo azionista, ma a differenza del patron della Tod’s ha scelto un profilo più basso. Intanto, nessuno sa ancora che cosa ne sarà della società, appesantita dai debiti (750 milioni dopo la vendita di Flammarion) e che avrebbe bisogno di un’iniezione di mezzi freschi da 400 milioni. Come già sulle Generali, anche qui, Mediobanca cerca di non mettere mano al portafoglio e spinge perché si cerchino soluzioni alternative, come la cessioni di attività che magicamente diventano non più strategiche. Qualcun altro, come il costruttore Francesco Caltagirone, persi gli antichi appoggi bancari, ha provato a mettere un piede nella galassia del Nord, prima a Trieste e poi in Unicredit.

Del resto, basta vedere come questa classe dirigente privata finisca con l’essere sovrapponibile, nei toni e nei risultati che può rivendicare, a una certa classe politica, o a certi piccoli o medi gruppi di pressione che nell’agone politico dovrebbero (?) prima o poi calarsi. Convegni, chiacchiere, intrighi che dopo tanti anni un po’ stufano. E la mente ritorna a quel campione di centrismo sterile, sempre ben piazzato e considerato dentro al salotto buono, che si chiama Pierferdinando Casini, genero di Caltagirone. Proprio a lui, domenica, è arrivato un secco ben servito, per mezzo di editoriale firmato da Ernesto Galli della Loggia. I tempi cambiano, evidentemente la nuova linea del salotto buono è che un po’ più di buon senso non farà male. Dopo tutto il piatto piange, e ne va della ditta. La diplomazia mal si adatta alle fasi di recessione. 

Twitter: @lorenzodilena

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