Nell’anno nero di Mediobanca piange anche il bilancio

Nell’anno nero di Mediobanca piange anche il bilancio

Questa mattina il titolo Mediobanca svettava con rialzo superiore al 3% in un listino lievemente in calo. Poi sono usciti i conti e le quotazioni della banca guidata dall’amministratore delegato Alberto Nagel sono crollate del 4 per cento. La reazione di pancia della Borsa – il titolo ha poi chiuso a 4,07 euro (-3,5%) – riassume il giudizio degli investitori sull’esercizio 2011/2012 e soprattutto sul secondo trimestre 2012, che per Mediobanca è però l’ultimo del suo anno fiscale (chiuso al 30 giugno). Il trimestre aprile-giugno si è chiuso con una perdita di 24 milioni.

Sui 12 mesi, invece, la banca di Nagel ha registrato utili consolidati di 81 milioni contro 368,6 milioni dell’esercizio precedente. Nel conto, però, vanno considerati 91 milioni di plusvalenza sulla vendita della partecipazione nelle Autostrade cilene e altri 26 milioni di benefici fiscali. L’anno nero di Nagel, che ha visto l’a.d. di Mediobanca impegnato nell’operazione FonSai fino al coinvolgimento nell’inchiesta della Procura di Milano sul presunto patto segreto con Ligresti, si chiude dunque senza veri utili. Ciononostante, il cda presieduto da Renato Pagliaro ha deciso di distribuirli: cinque centesimi per azioni per un totale di 43 milioni (contro 146 milioni di un anno fa). Un pensiero piccolo ma sincero per soci e consiglieri che fingono di essere contenti. 

Quanto ai ricavi, si segnala la tenuta del margine di interesse (circa 1 miliardo sui 12 mesi). Colpisce invece il dato sulle commissioni nette, compenso tipico della banca d’investimento, che sono calate del 7% sull’anno e crollate  del 17% nel trimestre aprile-giugno, il dato più debole degli ultimi cinque anni. Pesa l’assottigliarsi dei volumi d’affari nell’attività di banca d’investimento: da un lato, il mercato delle quotazioni, dei collocamenti e della consulenza finanziaria si è ristretto, dall’altro la banca di Piazzetta Cuccia si trova di fronte a una competizione più dura per conquistarsi i mandati delle imprese. 

Alla luce di questi numeri, continuare ad etichettare come «one-off», una tantum, svalutazioni su partecipazioni e titoli che ormai vanno avanti da anni, in modo da scorporarli dai risultati e sostenere che il core business va bene, è più che altro un auspicio da parte di Nagel. Lui stesso, del resto, ha detto agli analisti che il margine di interesse sarà in calo nel 2013 e che si aspetta una prosecuzione del detoriamento della qualità del credito, il che richiederà nuovi accantonamenti. Anche togliendo i “one-off” e proiettando su 12 mesi il risultato dell’ultimo trimestre, l’utile di Mediobanca non andrebbe molto oltre 300 milioni. E fa apparire generose le quotazioni correnti, che per tutti i soci stabili significano perdite implicite da centinaia e centinaia di milioni (v. i calcoli del Sole 24 Ore).

Unico dato positivo, a parte il contenimento dei costi del personale (leggi meno bonus), è la tenuta del coefficiente patrimoniale (11,5%), nonostante rettifiche su crediti per 468 milioni, una bella fetta delle quali arrivati dal settore credito al consumo. Altre pesanti svalutazioni sono state registrate su titoli e partecipazioni. L’abbattimento dei valori di carico di Rcs, Telco, Delmi, Générale de Santé, dei cashes Unicredit e di altri titoli supera 600 milioni: l’ennesimo prezzo da pagare al moloch del salotto buono.

Ma c’è una cosa che, in prospettiva, potrebbe essere positiva per la banca e non solo. «Siamo convinti che dovremmo ridurre la nostra esposizione sui titoli azionari perché danno troppa volatilità al nostro risultato netto. Nei prossimi mesi, quando la situazione dall’euro sarà un po’ più chiara, una volta deciso, daremo indicazioni al mercato su cosa vogliamo fare», ha dichiarato Nagel agli analisti. Traduzione brutale: Mediobanca venderà o alleggerirà le sue partecipazioni, la più importante delle quali è Generali. È il pre-annuncio di una svolta? Forse. Ma il piano industriale arriverà solo dopo quello della compagnia triestina. Ci vorrà del tempo, insomma, ma questo, al punto in cui si è arrivati, è il meno. Nagel ha di fatto ammesso che il business di Mediobanca così come è oggi – attività bancaria più holding di partecipazioni – non gira più. La crisi crea opportunità: il «salotto buono» smonta non per buona volontà ma per necessità. 

Twitter: @lorenzodilena

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