D’Alema va cacciato come Del Piero. Ma Bersani non è Agnelli

D’Alema va cacciato come Del Piero. Ma Bersani non è Agnelli

La realtà è che scaricare D’Alema sarà difficile come scaricare Del Piero. Non ce la potrai fare con le buone maniere, ti toccherà essere sgarbato, cattivo, perché l’interessato vive una dimensione parallela, si considera un mondo a sé non rapportabile con l’evoluzione della società circostante. Alla fine, con il capitano della Juventus Andrea Agnelli, che già di suo non ha il dono della simpatia, ha dovuto imboccare la strada di un dissidio neppure tanto sottile, palpabile, praticamente alla luce del sole. Certo, avrebbe potuto essere più elegante, ma non era più pensabile un punto di sintesi virtuosa tra un giocatore che ha fatto la storia bianconera e la necessità primaria di non sentirlo come un peso all’interno della squadra. E Del Piero faceva massa, la sua gestione era per l’allenatore (sin da Capello) un lavoro nel lavoro.

Così D’Alema. Solo che Bersani è un simpatico e il lavoro sporco gli costerà molto, molto più caro.

D’Alema dice che la sua disposizione è a non candidarsi. E che si candiderebbe solo nel caso in cui fosse il suo partito a chiederglielo. A essere particolarmente scortesi, come è stato il presidente della Juve, basterebbe far scorrere impietosamente la lancetta del tempo e dimenticarsi dell’ex premier sino al momento del non inserimento in lista. Bersani non ha questo cinismo, né tanto meno la forza di licenziare in tronco un compagno di partito così autorevole e ingombrante. Però questa mattina, nel forum a Repubblica, con quel minimo di opportunismo il segretario ha ributtato la palla nel campo avverso: «Io non chiederò a D’Alema di candidarsi. Io non chiedo a nessuno di candidarsi. Applicherò la regola: chi ha fatto più di quindici anni in Parlamento, deve singolarmente chiedere una deroga alla Direzione nazionale» 

Ecco, poi c’è questa pagina pesante uscita (a pagamento) sull’Unità in cui 700 personalità del mondo meridionale testimoniano della necessità che D’Alema sia ancora della partita. Che significato dare? Già il fatto che sia un’inserzione a pagamento, induce a pensare che chi ha commissionato l’operazione (non vogliamo credere al medesimo D’Alema, ma è una malizia quasi automatica) volesse eliminare in radice la questione puramente sentimental-politica e certificare ufficialmente al Pd il peso di una corrente di pensiero dalemiana, che potrebbe tradursi in voti sonanti. E i voti, si sa, fanno la differenza.

E poi la scelta del momento. Impeccabilmente sospetta. Quasi cadenzata sull’addio del buon Veltroni. (Persino un figlioccio come Latorre racconta che è stata un’iniziativa un po’ patetica. A proposito, vogliamo parlare di quelli che D’Alema ha creato – Velardi, Latorre, appunto – e che adesso maramaldeggiano?)

Bersani è chiamato a una scelta che sarà comunque dolorosa. Un pezzo importante di storia del Partito Democratico, che peraltro avrebbe abbondantemente l’età della pensione, gli ha messo interamente sulle spalle il peso di una decisione – dicendogli però e neppure tanto «low profile»: se ti posso essere utile io ci sono. Bene, a questo punto le strade non sono molte: o ne perdi l’amicizia, lasciandolo al suo destino, o la mantieni, perdendo un pezzo di faccia di fronte agli elettori che chiedono il rinnovamento della classe dirigente.  

Incredibilmente, è stato quel satanasso di Renzi a cacciare Bersani in questo guaio, ponendo da subito nel suo mirino la figura di D’Alema come simbolo dei “rottamandi”. Ne è proprio lui il carnefice Massimo, lo sta cuocendo a fuoco lento, e in ogni caso, qualunque sia fine della storia, il sindaco di Firenze ne uscirà tranquillamente vincitore. Se D’Alema resterà, potrà agilmente giostrarsi l’argomento nelle primarie ponendo il dito sul rinnovamento-zero di Bersani, se D’Alema invece si farà da parte, se la venderà come una personalissima impresa (mai riuscita prima).

Ma anche il povero D’Alema, paradossalmente, ha visto nel suo carnefice l’unica risorsa possibile per sopravvivere ancora un po’. Ha cercato di usarne l’arroganza a fini personali, una bella lotta, ammetterete: volevo lasciare, ha detto, ma con uno che si comporta così mi vedo costretto a rimanere in campo.

Pare che degli elettori del Pd interessi poco a tutti.  

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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