Enrico Letta si fa un altro giro di giostra, ma i cittadini non decidono mai nulla?

Enrico Letta si fa un altro giro di giostra, ma i cittadini non decidono mai nulla?

Se ormai la triangolazione Renzi-D’Alema-Bersani supera la barriera del ridicolo, assumendo i tratti patologici del «mamma, mamma, ciccio mi tocca, toccami ciccio che mamma non c’è», qualcosa di molto più profondamente inquietante sta accadendo all’interno del Partito Democratico tra le cosiddette prime linee-bis.

Una dimostrazione indiretta ma significativa è contenuta in una piccola, minuscola, insignificante riga di Repubblica, all’interno di un pezzo che ha un titolo già di per sé piuttosto esaustivo: «Pd in subbuglio, lite sulla rottamazione». Poco dopo la metà dell’articolo si parla di una «rivoluzione generazionale in atto», alla quale si associa una illuminante dichiarazione di Enrico Letta, il vice segretario: «Sono in Parlamento da nove anni e la prossima sarà la mia ultima legislatura».

Consigliandovi la calma, vorremmo sottoporvi alcune domande che potreste agevolmente rivolgere al medesimo Letta. La prima: “Gentile vicesegretario, lo ha stabilito lei che dopo nove, lunghi, anni di milizia parlamentare ci dev’essere per forza ancora un giro di giostra?» La seconda: «Non ritiene, sempre gentile vicesegretario, che a questo punto della nostra storia patria i suoi destini futuri (per quanto riguarda il soggiorno in Parlamento) debbano essere almeno condivisi con i cittadini-elettori?» La terza e ultima: «Lei, sempre molto gentile vicesegretario, è proprio così certo di aver lasciato in questi nove anni un segno di incalcolabile capacità politica?»

Ma porca di quella miseriaccia, non si era detto che i cittadini sarebbero stati coinvolti ai massimi livelli nelle scelte dei partiti, non ci si è sciacquato molto la bocca con la democrazia partecipativa, non vi siete riparati dietro la società civile in attesa che il disgusto per la casta si placasse almeno un po’?

Naturalmente, il caso di Enrico Letta (ovviamente non è un fatto personale) è paradigmatico di una certa mentalità, di una (presunta) condizione di inattaccabilità più ancora che di intoccabilità, insomma di quel territorio agilmente e abilmente sfruttabile solo da chi lo bazzica quotidianamente e non «inquinabile» da gente estranea come sarebbero i cittadini ficcanaso.

Lo si può notare con nettezza anche nel dibattito che accompagna il benedetto problema delle «deroghe». Neppure tanto paradossalmente, questo sarebbe lo stagno perfetto per far sguazzare gli elettori del partito, ai quali andrebbe almeno chiesto un parerino sull’opportunità, ma anche sulla necessità, che un certo deputato che siede in Parlamento praticamente da una vita intera, debba continuare a godere di questa condizione. A parte il caso D’Alema, di cui purtroppo sentiremo ancora parlare, altre situazioni incombono, per esempio quella di Anna Finocchiaro, che bambina era un bravo magistrato ma che si è fatta i capelli bianchi da deputato del Pd. E molti altri, naturalmente.

Ecco, su tutte queste situazioni che richiederebbero una deroga, non crede, segretario Bersani, che oltre alla Direzione Nazionale del partito debba essere anche scomodata una certa opinione pubblica? E non è detto che le riposte sarebbero così scontate, creda. Pensi a quanto sarebbe bello se un vecchio deputato del Pd ricevesse proprio dai cittadini un rinnovato lasciapassare politico, non sarebbe una risposta anche un minimo di buon senso all’istinto rottamatorio del suo competitor?

Invece ci si avvia a una stanca ripetizione di cerimoniali già visti, dove tutto si decide all’interno di corridoi politici, in cui i regolamenti valgono sempre più delle espressioni umane. Caro segretario Bersani, non è che l’aver aperto alle primarie per il candidato premier vi placa la coscienza e per tutto il resto sono solo affaracci vostri?