Fumi dell’Ilva, “a Taranto non si muore solo di tumore”

Fumi dell’Ilva, “a Taranto non si muore solo di tumore”

Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha dichiarato più volte che «l’eccesso di mortalità di cui si parla a Taranto non ha riscontro». Il balletto delle cifre ha di volta in volta rappresentato diverse stime sull’eccesso di tumori nell’area tarantina (50% Asl, 10% Regione Puglia). E in occasione della presentazione de “L’impatto sulla salute dei siti contaminati: il Progetto Sentieri” del 18 settembre, si era accennato a un «eccesso di casi» nei siti contaminati per quasi tutti i tipi di tumore e un aumento del 5% della mortalità dei neonati. I comitati tarantini e i Verdi – che hanno reso pubblici i dati aggiornati al 2008 dello studio Sentieri già in possesso della magistratura tarantina – sono stati minacciati di denuncia perché avrebbero diffuso dati falsi. Dati shock, che il ministero della Salute ha divulgato solo oggi: la mortalità a Taranto è più alta rispetto al resto della regione del 14 per cento per gli uomini e dell’8 per cento per le donne. Ma, avverte Valerio Gennaro, dirigente del dipartimento di Epidemiologia e prevenzione dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova, «parlare solo di tumori equivale a sottostimare il problema». 

Professore, siamo in grado di sapere se e quanto gli italiani muoiono e si ammalano di tumore, a Taranto e in Italia, e quali patologie e morti possono essere messe in relazione con le attività industriali e produttive?
Parlare solo di tumori equivale a sottostimare il problema. Si dovrebbe invece considerare il complesso della mortalità, i ricoveri, le malformazioni, i parti pretermine, gli aborti, ecc. Considerando 44 siti di interesse nazionale (Sin) su 57, lo studio Sentieri ha iniziato un bel lavoro, ma la realtà italiana è ben più ampia e drammatica di quella evidenziata dal “Programma nazionale di bonifica dei Sin”, dove sono stimati circa 1200 morti all’anno evitabili. Tutti noi abbiamo ben presente che la media di due siti inquinati per regione è una stima inaffidabile, che non rappresenta la realtà; ancorché non classificati Sin, possiamo immaginare che in Italia i siti contaminati siano decine di volte più numerosi. Ampliando la definizione di “prevenzione primaria”, l’Istituto superiore di sanità (Iss) ha stimato in oltre 50 mila le morti evitabili annualmente se si facesse prevenzione primaria. La confusione di numeri segnala l’urgenza, per l’Italia, di costituire una task force affidabile che su base regolare e in modo tempestivo possa elaborare dati complessivi e di qualità, a verifica di quelli ufficiali. Non possiamo pensare di dover predisporre di volta in volta i dati di singoli aree, magari su richiesta della magistratura. Dovremmo invece disporre tempestivamente di dati ambientali e sanitari aggiornati e completi relativi alla popolazione dell’intero territorio italiano. Per ogni impianto a rischio dovremmo monitorare tempestivamente sia i lavoratori occupati sia la popolazione generale. Allo stesso modo, non possiamo considerare solo l’inquinamento atmosferico e ignorare tutti gli altri fattori di rischio.

Cosa rileva dal suo specifico osservatorio e quali sono le sue proposte?
Intanto propongo di applicare davvero l’articolo 32 della Costituzione italiana. Contestualmente, la task force di cui dicevo prima dovrebbe vagliare nuove ipotesi, affinché si possa interrompere la produzione industriale di nuovi malati e nuovi morti in corso in Italia e che continuerà se non corriamo immediatamente ai ripari. Il precariato o la cattiva educazione alimentare, ad esempio, rientrano tra le cause di malattia? Stanno producendo danni alla salute individuale e collettiva? Certamente non sono ereditarie o genetiche, e neppure casuali. Le nostre amministrazioni si ostinano, sistematicamente, a non misurare i problemi sanitari né le loro possibili cause. Ci si chiede perché abbiano timore di usare in modo “diagnostico” quell’enorme massa di dati socio-sanitari, ambientali, economici – anche di buona qualità – che esistono in Italia. Importiamo, adattandoli, i buoni esempi che già esistono a livello internazionale e talvolta anche locale. Creiamo una registrazione sistematica e tempestiva delle patologie pediatriche, non solo tumori, estesa all’intera popolazione italiana. I dati esistono, dobbiamo smettere di usarli per soli scopi economico-amministrativi e farne un uso sanitario- preventivo. Dobbiamo salvare dall’agonia i registri tumori, che non coprono neppure la metà della popolazione italiana e non sono ancora – anche se vorrebbero esserlo – tempestivi né eziologici (ovvero utili per studiare e capire le cause). Anche la privacy è usata come pretesto per bloccarli. Tolleriamo la fuga di cervelli e la presenza di personale completamente precario, quindi poco indipendente, che potrebbe invece essere una vera risorsa per la comunità. Mi riferisco a ricercatori, antropologi, epidemiologi, sociologi, inchiestisti, statistici, filosofi, ecc. Abbiamo informazioni – quelle che trattano la riduzione della qualità della vita o il costante aumento percentuale delle dosi di farmaci assunti giornalmente dagli italiani – che potremmo e dovremmo studiare per cambiare rotta e risolvere i problemi a monte.

Sulla base dei dati epidemiologici di mortalità e malattia si possono stimare la speranza di vita e la speranza di vita in salute. Qual è la differenza e perché, secondo lei, si parla molto della speranza di vita, che è in regolare e costante aumento, e molto meno della speranza di vita in salute?
La speranza di vita – alla nascita e a 65 anni – ci consente di stabilire un numero medio di anni che una persona può aspettarsi di vivere, se per il resto della sua vita mantenesse le stesse condizioni di mortalità registrate nell’anno di riferimento, in base al sesso e all’età. La speranza di “vita in salute”, invece, è il numero medio di anni che una persona può aspettarsi di vivere senza problemi di salute – gravi o moderati – dalla nascita – e dai 65 anni – in poi. È un dato che deriva da campionamenti italiani e internazionali e ci permette di dire quanta anticipazione o ritardo di malattia c’è nei vari periodi e nelle popolazioni dei diversi paesi. Perché non si parla mai della speranza di vita in salute? Mi pongo la stessa questione e sono preoccupato per la sistematica omissione di questa informazione essenziale, al punto da pensare che sia in malafede chi non ne parla mai. Che ci sia la volontà di oscurare ciò che invece è percepito dalla popolazione, cioè che si vive peggio ora rispetto a una decina di anni fa. Questo dato non è stato previsto né segnalato per tempo. Da qualcuno è considerato un dato statistico – quindi poco affidabile – difficile da capire, sostanzialmente ignorato. Al contrario, accettiamo in modo completamente acritico i dati statistici positivi prodotti dalla stessa fonte e analizzati dallo stesso pool europeo – quelli riferiti all’aspettativa di vita. L’Unione europea riconosce nell’aspettativa di vita sana un indicatore prezioso su cui ragionare collettivamente, perché ha ricadute sociali, economiche e etiche. Oltre che sanitarie. È indicatore di vero progresso – o regresso – sociale.

L’incremento dei ricoveri per tumore a Taranto, con tutti i limiti che abbiamo visto a proposito dei dati disponibili, ci dice che lì si è ridotta l’aspettativa di vita in salute. Abbiamo un’ipotesi a proposito della situazione italiana? 
Abbiamo più di un’ipotesi. L’Eurostat ci dice che in Italia dal 2004 al 2009, in termini di speranza di vita sana alla nascita, le femmine hanno perso circa 9 anni e tutto il loro storico vantaggio rispetto ai maschi che, invece, hanno perso “solo” 4 anni. Nello stesso periodo, non più alla nascita, ma all’età di 65 anni, le donne italiane potevano attendersi una vita in salute di circa 7 anni (8 per gli uomini), contro i quasi 15 anni stimati per i migliori paesi europei (13.6 per gli uomini). Questo dato, completamente oscurato e in regolare peggioramento (fino al 2009), si contrappone al declamato trend dell’aspettativa di vita, in miglioramento. I dati sono autorevoli e varrebbe la pena di guardare alle nazioni virtuose, che, come la Svezia, vanno in controtendenza nello stesso periodo storico. A parità di crisi economica ci sono Paesi che migliorano l’indicatore della salute, che è quello della qualità della vita, il gran finale degli indicatori. Vorrei che diventasse una priorità parlare di salute, che fosse chiaro che lo “spread” con i paesi europei non è solo economico ma può essere anche sanitario. In questo caso sarebbe bene non seguire i consigli dei tedeschi. In termini di spread, sull’aspettativa di vita sana, la popolazione tedesca è sotto l’Italia e si ammala ben 4 anni prima. Abbiamo gli indicatori. Usiamoli. Invece questo non diventa mai argomento di discussione, poi ci si meraviglia se a Taranto dopo oltre vent’anni di segnalazioni dei cittadini la magistratura fa il proprio dovere utilizzando dati scientifici. I dati c’erano. Come a Genova. I dati ci sono e devono essere utilizzati. Il benessere della popolazione è indice di progresso, noi non dobbiamo parlare di ricerca “strana” o generica. Possiamo applicare la ricerca non solo per acquisire finanziamenti, ma anche per risolvere i problemi delle persone. Subito.

Quali sono i problemi delle persone?
È questa la domanda cui dobbiamo rispondere, dobbiamo cercare le cause delle malattie per controllare tempestivamente – anche con il solo uso dei dati correnti – lo stato di salute della popolazione. In termini sia di mortalità sia d’incidenza o prevalenza, di quantità e qualità della vita dei cittadini e di quella moltitudine di lavoratori ricattati nel loro posto di lavoro, che – come a Genova, Taranto e altrove – non possono neppure sapere se, come gruppo, hanno avuto un numero normale di morti e malati. Molti cittadini pensano che siano argomenti troppo difficili. E invece devono diventare edotti e dare il proprio contributo, porre questioni e pretendere risposte da chi amministra e fa politica. Le regioni del Sud hanno una minore mortalità media per il complesso dei tumori rispetto a quelle del Nord (i picchi sono al centro nord, in Lombardia, Emilia Romagna, ecc.). È un dato che dovrebbe essere diffuso e discusso in modo serio e partecipato, per capire la forza e la debolezza di questi numeri. Per sapere come stiamo e decidere che fare. 

Abbiamo citato Genova, dove c’è forte preoccupazione per le ricadute occupazionali indotte dall’eventuale chiusura dell’altoforno 5 di Taranto. Al proposito il Cardinal Bagnasco (arcivescovo di Genova e Presidente della Cei) ha auspicato “una soluzione equa di tutti i problemi”. Esiste una soluzione equa di tutti i problemi? 
Non so come fosse contestualizzata la frase del Cardinal Bagnasco, credo tuttavia che obiettivo di tutti dovrebbe essere il ripristino dell’ordine dei fattori. Quello che conta è la qualità della vita delle persone, non l’economia o altri parametri. Io credo che sia stata questa inversione di priorità – l’aver messo le persone al servizio della produzione e degli affari e non viceversa – ad aver determinato il problema. È chiaro che le zone inquinate hanno morti, malati e costi maggiori, non c’è da meravigliarsi. Abbiamo mai pensato a quanti lavori e lavoratori non sono mai nati? A causa di certe produzioni che per dare un po’ di reddito a un gruppo di persone impediscono la creazione di lavori pur convenienti ma meno devastanti per l’ambiente, la salute, i diritti e la cultura? Questo sarebbe stato un calcolo da fare, per tempo, in tutta Italia. Bisogna ragionare su come riconvertirci, a partire dai bisogni delle persone e delle comunità. Il problema occupazionale è un’emergenza in Italia. Stupisce che non si crei lavoro, con tutto ciò che di urgente bisognerebbe fare, e nonostante la disponibilità delle risorse umane. Io sarei disposto ad adottare dei lavoratori che non producessero più acciaio ma si occupassero di salute, di qualità della vita, di benessere. Invece di pensare a occupazione/disoccupazione solo in termini numerici, chiediamoci quali sono i lavori che servono e quali quelli dannosi. C’è molta gente di valore che è andata all’estero o che è disoccupata. Personalmente mi sembra un crimine socio-economico. È in questi ambiti che si dovrebbe lavorare. Il malessere è diffuso, si vuol fare credere che il disagio sia dei singoli individui mentre è l’intera comunità che soffre. Le dosi quotidiane di farmaci, a partire dagli antidepressivi, aumentano di anno in anno e questo è di una gravità inaudita – se non per il mercato, che spinge per il consumo di questi farmaci.

Quali sono le priorità? 
A parità d’inquinamento le classi povere hanno più danni alla salute rispetto a quelle più abbienti, sono dati confermati. Auspico che si riesca a fare meno retorica e cercare invece di ragionare su ciò che possiamo fare per risolvere le priorità socio-sanitarie. Partendo dai dati oggettivi di cui disponiamo, dovremmo fare una radiografia della situazione italiana e delle sotto-aree già riconosciute a rischio. In una stessa città italiana ci sono quartieri con grandi sofferenze socio-sanitarie – con mortalità nettamente superiori alla media – accanto ad altri che non sono un’emergenza ma che possono essere anzi un modello da seguire. Quando si hanno risorse e tempi limitati è bene lavorare sulle criticità, non a pioggia, a tappeto, a caso o privilegiando gli amici, come pare stia accadendo. La conoscenza è parcellizzata, in ritardo, spesso sotto-utilizzata. Bene fanno i comitati di cittadini a sollecitare le amministrazioni e le procure affinché si occupino di questi temi. Perché il primo passo è la consapevolezza, poi le soluzioni arrivano. Stiamo parlando di problemi risolvibilissimi. Bisogna stilare una graduatoria delle comunità di persone che soffrono di più, vere e proprie emergenze. I bambini, i disabili o gli anziani, ad esempio, quanti sono, dove sono, che problemi hanno e come possiamo intervenire velocemente sulle loro criticità? È una sfida lavorativa e tecnologica offrire servizi a questa enorme massa di persone che ha spesso un problema di semplice soluzione – ad esempio motorio. Problema che non solo non stiamo risolvendo ma che non stiamo neppure quantificando. Per i lavoratori, al danno lavorativo e di qualità della vita si aggiunge la beffa di non avere quei riconoscimenti minimi dovuti al lavoro usurante, ripetitivo quando non rischioso, a breve, medio e lungo termine. La stragrande maggioranza di malattie professionali (che insorgono dopo la pensione) non vengono neppure contate, solo stimate. Un’enormità di malati correlati all’amianto, che hanno anche fumato sigarette, avrà grandi difficoltà a farsi riconoscere la malattia professionale. La beffa oltre al danno, una vera ingiustizia. 

Una rivoluzione copernicana. Sostituiamo lavori dannosi con altri che non solo non lo siano ma che abbiano anche un’utilità che vada oltre la produzione di reddito e profitto. 
Lavorare non dovrebbe essere questo? Offrire un servizio alla comunità, che ti ripaga equamente. Ciascuno lavora se e perché serve il prodotto del suo lavoro. La comunità ti paga se tu dai qualcosa. Non possiamo pretendere di fare armi solo perché generano un profitto. Le armi non si fanno. I 500 euro a testa che spendiamo ogni anno in Italia per le spese militari – siamo circa 60 milioni – potrebbero essere tranquillamente, urgentemente e opportunamente riconvertiti per le spese sociali, civili, ambientali. Abbiamo ricchezza. Continuare a dire che siamo poveri è un depistaggio, siamo tra i paesi più ricchi del mondo ma usiamo malissimo le nostre ricchezze. Se l’obiettivo è di impossessarci delle ricchezze altrui, allora servono le spese militari. Dobbiamo partire dai bisogni e cominciare a pretendere di conoscerli meglio, avremo così un’indicazione su cosa dobbiamo e cosa dobbiamo smettere di fare. Occorre che la comunità riprenda fiducia nella possibilità e nell’opportunità di partecipare alla costruzione del proprio destino.