Jean Améry, il filosofo del risentimento che litigò con l’altro superstite Primo Levi

Jean Améry, il filosofo del risentimento che litigò con l’altro superstite Primo Levi

Il 31 ottobre 1912, a Vienna, nasceva Jean Améry. Si chiamava in realtà Hans Mayer, era ebreo da parte di padre. Nel ’38, dopo l’Anschluss, scappò in Belgio e ad Anversa entrò nella resistenza. La Gestapo lo arrestò nel luglio del ’43, lo torturò nel forte di Breendonk. È stato ad Auschwitz, a Buchenwald, a Bergen Belsen. Era un intellettuale, uno scrittore. Un superstite dell’Olocausto.

Una vittima in esilio, senza patria e senza identità. Disse una volta il poeta antifascista Rafael Alberti, alla mostra del cinema al Lido dove era giurato, che il suono della lingua tedesca gli riusciva a decenni di distanza ancora insopportabile. Ad Amery, a guerra finita, riuscì insopportabile la lingua, la cultura, il paese. La sua Heimat era “terra nemica”. Tornò in Belgio e cambiò nome in un quasi-anagramma. Con la Germania troncò ogni legame: “Noi non avevamo perso il paese: dovevamo riconoscere di non averlo mai posseduto. Ciò che riguardava questo paese e la sua gente – avrebbe scritto in Intellettuale a Auschwitz, cinque saggi sulla sua esperienza nel Terzo Reich – rappresentava per noi l’equivoco di un’intera esistenza”.

Améry ha avuto un rapporto non facile con Primo Levi, compagno di baracca. Un rapporto a tratti teso, segnato forse da malintesi e incomprensioni. Si può perdonare il proprio carnefice? Conciliarsi con il male assoluto? Améry avrebbe definito Levi il “perdonatore”, e Levi gli rispose attraverso un capitolo nei Sommersi e i salvati: “Non ho tendenza a perdonare, non ho mai perdonato nessuno dei nostri nemici di allora… chiedo giustizia, ma non sono capace, personalmente, di fare a pugni né di rendere il colpo”.

C’è un episodio, nel saggio “amaro e gelido” (come lo definì Levi) di Améry, che esemplifica lo scarto tra i due testimoni della catastrofe. Ad Auschwitz il Kapo Juszek, un “criminale polacco di terrificante vigoria”, lo colpì al volto, Améry gli restituì l’offesa: “La mia dignità si era espressa nel pugno stampato sulla sua mascella, e il fatto che alla fine fui io, fisicamente molto più debole, a soccombere e a prenderle di santa ragione, non ebbe più alcuna importanza”.

Ecco, nel “rendere il colpo” sta forse l’inconciliabilità tra Améry e Levi. Améry non cercava sconti. In una società che tende a rimuovere integrando nell’oblio delitti e castighi, la verità paradossale è che solo le vittime, non gli oppressori, restano “pietrificate – come osserva Claudio Magris – dalla Medusa del passato”. Valeva nel 1966, quando Améry scrisse il suo libro, ma vale oggi in tempi di Alba Dorata e rigurgiti neonazisti. “Talvolta si ha l’impressione che Hitler abbia conseguito un trionfo postumo”, avrebbe annotato lo scrittore austriaco due anni prima di morire.

Améry è invece il filosofo del “risentimento”. Lo nobilita come categoria etico-politica, rompendo con la tradizione che da Nietzsche in poi l’aveva relegato a sentimento rancoroso degli schiavi. Solo il ressentiment, inteso come ri-sentire, consente in realtà “l’inversione morale del tempo” attraverso la quale il carnefice potrà finalmente accostarsi alla vittima come suo simile. Non è la distanza dei fatti nel passato, non è il “quel che è stato è stato” che può giustificare la prescrizione del male: “Il senso naturale del tempo ha le sue radici effettivamente nel processo fisiologico del rimarginarsi delle ferite ed è entrato a far parte della rappresentazione sociale della realtà. Proprio per questo motivo esso ha un carattere non solo extramorale, ma antimorale. È diritto e privilegio dell’essere umano non dichiararsi d’accordo con ogni avvenimento naturale, e quindi nemmeno con il rimarginarsi biologico provocato dal tempo”.

Amery si suicidò a Salisburgo, nel 1978, in una stanza d’albergo. Come Tadeusz Borowski prima di lui, come (forse) Primo Levi dopo di lui.