Non solo vino, in Italia i birrifici artigianali sono 450

Non solo vino, in Italia i birrifici artigianali sono 450

In Italia sono circa 450, ma ogni anno ne nascono di nuovi, piccole realtà locali sparse per il territorio, che non si fanno la guerra fra loro ma si aiutano l’un l’altro grazie alle associazioni, nate per lo più da accordi tra amici. Sono i birrifici artigianali, piccole aziende a conduzione familiare o micro birrifici che producono solo per il locale. E in Italia, forti anche del mercato in crescita, sono sempre di più gli appassionati che decidono di fare di un hobby un lavoro, un po’ per reinventarsi un po’ per gioco. Come Michele Barro, che nel 1999 ha fondato a Trieste il Birrificio Cittavecchia, uno dei più apprezzati d’Italia.

Michele, cosa caratterizza una birra artigianale e perché è meglio di una artificiale?
Prima di tutto la qualità degli ingredienti che nel caso della birra artigianale sono scelti con più cura e saranno prevedibilmente superiori, cosa che l’industria non può permettersi. E poi un grande contenuto di creatività. Mentre le birre industriali, infatti, sono fatte per soddisfare un gusto uniforme, le artigianali nascono per soddisfare un pubblico più piccolo ma che ama i gusti particolari. Sono sapori differenziati che non piaceranno a tutti ma che hanno maggior personalità e qualità diverse.

È questo il segreto delle birre artigianali? La creatività?
Sì, bisogna pensare di produrre o progettare o creare una birra come se fosse un prodotto della propria creatività. Ogni mastro birraio mette nelle ricetta la propria personalità, gusto e perché no, aspirazioni artistiche.

Perché produrre birra? Da dove nasce questa passione?
Prima facevo un lavoro diverso ma che comunque aveva a che fare con la creatività. Mi piaceva la birra e ho sempre amato l’artigianato, le cose fatte a mano a partire dalle materie prime che elaborate danno un gran bel risultato. Poi un po’ per gioco e per hobby ho iniziato a interessarmi a come produrla, anche perché quello della birra artigianale in Italia alla fine degli anni Novanta era un campo ancora poco esplorato, c’era sì qualche birrificio ma ancora poca roba. Così ho iniziato con i primi esperimenti e ho scoperto che in Inghilterra, come in Belgio e in America, molti privati per passione si producevano la birra. A quel punto, dovendo anche reinventarmi, ho pensato che della produzione del liquido ambrato potevo farne una professione.

Ci vuole tanto sacrificio per far partire una start up di questo tipo?
Sì, ci vuole tanto. Gli investimenti sono grossi, perché nel settore alimentare bisogna stare a norme molto rigorose, avere macchinari in acciaio inossidabile e ambienti a norma, inoltre molte fasi del lavoro devono essere automatizzate. Poi riuscire a entrare nel mercato è difficile, visto che il 98 per cento della quota appartiene alla birra industriale, che ha dei costi molto contenuti. Bisogna trovare una nicchia di intenditori che apprezzano il prodotto di qualità anche se più caro, ma le nicchie per definizione sono piccole e prima di avere il tanto per ripagarsi e guadagnare, ci vuole un po’ di tempo. Bisogna possedere anche l’arte di sapersela cavare, ma alla fine si riesce.

Consiglierebbe ora di aprire un birrificio?
Entrare ora in questo bussiness, in maniera acritica, può essere pericoloso. Quando ho iniziato io c’erano solo una trentina di birrifici, ora sono 450. Certo, molte sono realtà piccole che non escono dai confini del loro territorio o hanno dei locali dove ci si reca apposta per bere quella birra. Per fortuna l’offerta della birra artigianale è cresciuta in questi anni, così come l’interesse del pubblico e i consumi, però, non dico che siamo alla saturazione, ma gli operatori sono molti e il prossimo passo deve assolutamente essere di allargare il mercato. È necessario diffondere la conoscenza del prodotto, attraverso nuove strategie di marketing e puntare su costi più contenuti, in modo che aumentino i consumi. Ma d’altra parte i prezzi scendono solo se si beve più birra artigianale. Quello che manca agli italiani forse è la cultura della birra artigianale, del prodotto di qualità fatto a mano, cosa che possiedono per molti altri prodotti alimentari invece. La birra per noi è sempre stata quella industriale e l’unica soluzione per aumentare il mercato delle birre artigianali è un cambio di mentalità.

Difficile però favorirne la diffusione se non si trovano al supermercato, perché questa scelta? Fa parte di una strategia?
Sì, è difficile trovare la bottiglia di birra artigianale nei supermercati, ma si trovano solo in negozi specializzati o in gastronomie di qualità perché da una parte sono prodotti costosi che non tutti i negozi possono vendere, o per lo meno devono avere un pubblico che li compra. Dall’altra il negozio di qualità che vende questi prodotti di nicchia, se li vede al supermercato non è contento. Quindi sì, il negozio sotto casa aumenta la diffusione ma allo stesso tempo si aliena la simpatia di quei negozi che fanno tendenza. Insomma l’aspetto merceologico del nostro prodotto è ancora tutto da sviluppare, anche perché noi nasciamo non come imprenditori ma come amanti della birra cha hanno fatto del loro hobby un lavoro. Sono scelte difficili che richiedono tempo e prove. Noi per adesso siamo presenti a Trieste, che è la mia città, anche nei supermercati a prezzi più contenuti, perché vogliamo esser presenti in maniera più capillare. Fuori invece le nostre birre si trovano solo in negozi particolari o ristoranti di qualità. Ma è solo un esperimento, poi vedremo se funzionerà.

Com’è il mercato italiano attualmente? Ha risentito della crisi?
In generale i consumi dei cittadini italiani si sono contratti su tutti i prodotti, e la birra non fa eccezione. Gli italiani poi sono fra i più bassi consumatori di birra in Europa, con circa trenta litri di birra procapite, mentre in altri Paesi si arriva anche a 80-90 litri. La birra di qualità ha comunque un mercato in espansione proprio perché è stata scoperta da poco dal pubblico e gode di un fase di crescita. Oggi occupiamo poco meno del 2 per cento nel mercato nazionale italiano, che non è poco considerando che si tratta di produttori artigianali. Quello americano per esempio gira intorno al 10 per cento e porta via una fetta molto più importante di mercato alla produzione industriale, ma stiamo parlando di produttori più grossi che noi qui chiamiamo piccole medie imprese. Niente di paragonabile alle italiane, per lo più a conduzione familiare.

Lei fa anche parte della Unionbirrai, l’associazione dei birrifici, in cosa consiste e qual è la sua utilità?
L’associazione è nata praticamente subito, nella fase pioneristica della tradizione, e fra amici, con l’intento di promuovere la cultura della birra artigianale. E in questo senso sono stati fatti grandi passi avanti perché se le birre artigianali prendono sempre più piede è proprio merito dell’associazione Unionbirrai. Poi son venute fuori altre idee, come dare supporto al piccolo operatore che sta appena iniziando, fare attività in comune e molte altre cose che da soli non si possono fare. Noi addirittura vorremo che diventasse un’associazione di categoria ma per ora rientriamo in quella degli artigiani. Certo l’associazione da un alto mette insieme diversi concorrenti ma dall’altra è un supporto e conferma la regola che l’unione fa la forza. Da un anno poi ho disegnato anche una bottiglia che vuole essere “la bottiglia birra artigianale italiana” e che ancora una volta ha anche lo scopo di unire tutti noi.