Paola Antonelli, l’italiana che ha conquistato il Moma di New York

Paola Antonelli, l’italiana che ha conquistato il Moma di New York

«Quando si parla di design, l’Italia è molto più avanzata rispetto all’America». A dirlo è una delle voci più autorevoli nel settore: Paola Antonelli, nata a Sassari e cresciuta a Milano, definita da Time «una visionaria». Il successo, però, Paola l’ha trovato proprio oltreoceano: il 4 ottobre è stata nominata Direttore della Ricerca e Sviluppo al Moma di New York, all’apice di una carriera iniziata con un inserto sul giornale.

Laureata in Architettura al Politecnico di Milano, Paola Antonelli ha lavorato per alcuni anni come curatrice freelance e giornalista. Ha allestito mostre in Italia, Francia e Germania, collaborando nel frattempo con testate come Domus e Abitare. In America ci è arrivata nei primi anni Novanta, quando insegnava alla University of California di Los Angeles. «Un giorno ho visto su un quotidiano un annuncio per un posto da curatore al Moma di New York – racconta -. Ho risposto, e mi hanno presa». Era il 1994, e il suo era un incarico come Associate Curator del Dipartimento di Architettura e Design. É diventata Curator nel 2000, e infine Senior Curator nel 2007 (carica alla quale affianca ora quella di Direttore della Ricerca e Sviluppo). In questi vent’anni, il suo nome è comparso su Time e sull’Economist, oltre ad essere associato ad alcune delle mostre più avanguardistiche degli ultimi tempi.

«Gli spunti per i miei allestimenti mi vengono dalla vita quotidiana – commenta -. Hanno tutti un carattere fortemente sperimentale, ma partono sempre da una lettura di quello che vedo intorno a me». Sono nati così Humble Masterpieces (2004) e Design and the elastic Mind (2008), rispettivamente dedicati agli oggetti di uso comune e alle interazioni tra design e scienza. Il più recente è Talk to me: design and communication between people and object, che indaga le nuove forme di comunicazione della rivoluzione digitale. Solo una volta il legame tra arte e realtà si è rotto di fronte agli eventi. «Nel 2000 ho cominciato a lavorare a una mostra che avevo chiamato Emergency. Poi c’è stato l’11 settembre e l’ho abbandonata completamente: non ne volevo sapere di occuparmi delle stesse cose che vivevo quotidianamente. L’ho ripresa qualche anno dopo, e ho cercato l’altra faccia della medaglia, impostando tutto sulla relazione tra design e sicurezza, e spaziando dai dispositivi antimine alle protezioni per le manifestazioni di piazza. Abbiamo inaugurato la mostra nel 2005, e l’abbiamo chiamata Safe: Design takes on risk».

Nonostante i successi, Paola Antonelli ha una visione disincantata del suo lavoro: «So perfettamente che l’80% del pubblico viene al Moma per vedere Picasso e Matisse, e alle mie mostre ci capita quasi per caso. Il punto è che per la gente le cose utili sono molto meno interessanti. Gli oggetti che usiamo tutti i giorni vengono dati per scontati, e in un certo senso è anche normale». Sul concetto di utilità per chi si occupa di design Paola Antonelli insiste molto: il designer deve restare ben ancorato al contesto in cui opera, e far sì che l’innovazione – in ogni campo – penetri nella vita quotidiana. I suoi artisti preferiti – solo per fare qualche esempio – sono figure che studiano come migliorare un dosatore di medicinali per bambini, o giocattoli per la stimolazione sensoriale di soggetti con difficoltà psicomotorie.

Forse questo attaccamento alla realtà le viene proprio dalle sue origini, da un Paese che lei stessa definisce “abituato” al design: «Da noi il design fa parte della vita di tutti. Se vuoi comprarti una lampada e vai al negozio all’angolo, la prima che trovi probabilmente è di buona qualità. Per fare la stessa cosa a New York devi seguire un vero e proprio rituale, trovare il posto giusto, e soprattutto spendere un sacco di soldi. Se in Italia vai dal parrucchiere, tra le riviste da leggere ci trovi Grazia e Io donna, ma trovi anche Abitare e Domus».

Resta il fatto che in Italia nessuno l’avrebbe mai nominata curatrice a trent’anni, e difficilmente sarebbe entrata nel museo d’arte moderna per antonomasia rispondendo a un’inserzione. Di questo non ha mai fatto mistero, così come spesso ha sottolineato il potere e la visibilità che un ruolo come il suo comporta. Inutile chiederle se tornerebbe nel suo Paese, d’altro canto Paola non lascia spazio alle solite lamentele sulla fuga di cervelli. «Il mondo è open», ha dichiarato in passato: della serie, basta piangersi addosso, il Made in Italy ha ancora qualcosa da dire.

Ma è davvero pensabile – pur con i talenti che vantiamo – l’esistenza di un museo come il Moma anche da noi? «Me lo chiedono in tanti, ma penso che si tratti di due contesti troppo differenti, sia a livello culturale che turistico. Tanto per cominciare, il Moma è un museo privato, e conta sulle sue proprie forze per sopravvivere, c’è dietro un’iniziativa completamente diversa. L’altro problema è che in Italia c’è troppa competizione. Per avere un museo come il Moma, dovremmo far sparire tutte le piazze, tutte le chiese, gli anfiteatri, le ville… e allora la gente verrebbe in massa a visitare le mostre. Qui sono i musei i veri centri di attrazione turistica, in un certo senso sono loro le cattedrali e le piazze di New York».

A noi un po’ rimane il dubbio che al Moma non si vada proprio solo per mancanza di alternative, e che tra un cultore di Picasso e uno di Matisse, ci scappi ogni tanto anche qualche appassionato di caratteri tipografici, lampade e dispositivi antimine.

@ChiaraPanzeri
 

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