“Taranto deve chiudere”, e tutta la filiera dell’Ilva trema

“Taranto deve chiudere”, e tutta la filiera dell’Ilva trema

A pochi giorni dall’arrivo dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), la procura di Taranto è stata categorica. Entro cinque giorni, l’Ilva deve cominciare a interrompere la produzione e a spegnere gli impianti. Dopo il no al piano da 400 milioni per gli interventi di risanamento della fabbrica, giudicati dai magistrati inadeguati e inconsistenti, dallo scorso sabato è cominciato il conto alla rovescia. Ieri in tarda serata, poi, come riporta l’edizione barese de La Repubblica, il termine ultimo è stato spostato a una settimana. Ma il programma non cambia: si partirà dallo spegnimento dell’altoforno numero 1 e poi di tutti gli impianti inquinanti. Compreso il grande altoforno 5. E i custodi dovranno segnalare all’autorità giudiziaria gli eventuali ritardi. 

Il destino dello stabilimento pugliese dell’Ilva, però, preoccupa (e non poco) anche gli altri quattro stabilimenti produttivi del gigante siderurgico del Gruppo Riva. Genova, Novi Ligure (Alessandria), Racconigi (Cuneo) e Patrica (Frosinone). A questi si aggiungono i centri di servizio, sei in tutto: Paderno Dugnano (Milano), Usmate Velate (Milano), Legnaro (Padova), Verona, Torino, Marghera (Venezia). Una galassia che dipende da Taranto, l’unico stabilimento in grado di produrre l’acciaio a partire dall’impasto di ferro e carbonio. E se manca quello, tanto vale chiudere baracca. «Se chiude Taranto, chiudiamo anche noi», dicono dalle Fiom locali.

Ma come funziona la produzione dell’acciaio? Il primo stadio del ciclo produttivo dello stabilimento di Taranto avviene nella cokeria, con la trasformazione del carbon fossile. In parallelo, 1.300 navi all’anno fanno avanti e indietro per trasportare 20 milioni di tonnellate di minerali e fossili sulle banchine dell’azienda. Si tratta di navi transoceaniche che possono caricare anche 250 mila tonnellate di materia prima, poi stoccata nei cosiddetti parchi primari. Da qui, il ferro viene prelevato, trattato e miscelato con altri minerali in modo da ottenere un «materiale dalla composizione chimica e dalla granulometria adatto alla carica in altoforno». 

È a questo punto che entrano in scena gli altiforni tarantini, cinque in tutto. Qui, il ferro viene trasformato in ghisa per effetto delle reazioni chimiche prodotte dal coke e dall’aria calda (1200 gradi centigradi) pompata nell’impianto. In questo modo, il gas sale e la carica scende. La ghisa fusa, poi, viene trasferita nella acciaieria grazie a speciali cavi ferroviari, chiamati carri-siluro per la forma allungata. Dagli altiforni, il materiale finisce nel cosiddetto convertitore LD (dalle città austriache Linz e Donawitz, dove è stato usato per la prima volta), che trasforma la ghisa in acciaio, a sua volta versato nelle siviera (caldaia) con l’aggiunta di altri minerali necessari a raggiungere la composizione chimica desiderata. Alla fine, l’acciaio liquido viene inviato alla stazione di trattamento fuori forno, che consente di affinare la composizione chimica del metallo. 

Arriva poi il momento del raffreddamento e del taglio dell’acciaio solidificato. Il nastro sottile ottenuto dalla lavorazionepuò essere avvolto in bobine, i cosiddetti coils, o essere rivestito da una copertura di zinco, che ne aumenta la resistenza. Così trasformato, in lamiere, tubi o nastri, da Taranto l’acciaio viaggia via mare o via terra (strada e ferrovia) per raggiungere gli altri quattro stabilimenti del gruppo (o i clienti in caso di vendita). I nastri arrotolati (coils) vengono usati per le carrozzerie delle automobili, per le parti interne degli elettrodomestici, le serrande, i mobili e i recipienti. Le lamiere sono impiegate nella cantieristica navale, per la costruzione di strade e ferrovie e anche per la fabbricazione delle pale eoliche. I tubi, invece, vanno a comporre le reti di rifornimento di petrolio, acqua e gas.

Ogni anno a Taranto vengono prodotte 10 milioni di tonnellate di acciaio, il 30 per cento del fabbisogno italiano e il 6 per cento di quello europeo. È evidente, però, che senza la produzione della materia prima a monte, anche le strutture a valle si fermano. Le aree sequestrate sono sei: i parchi minerali, la cokeria, gli altiforni, le acciaierie, l’agglomerazione e il deposito di materiale ferroso. Si tratta dei comparti più inquinanti, ma anche di quelli che stanno alla base del ciclo produttivo. 

Nello stabilimento genovese di Cornigliano, ogni settimana arrivano dalla Puglia tre navi cariche di coils, che qui vengono tagliati e trattati negli impianti di decapaggio (eliminazione della ruggine), laminazione a freddo e finitura. Al massimo due- tre settimane dopo l’arrivo degli ultimi rotoli dalla Puglia, lo stabilimento non avrebbe più materiale su cui lavorare. E i 1.760 operai, 954 dei quali hanno già sottoscritto un contratto di solidarietà (da poco rinnovato) dopo un lungo periodo di cassa integrazione, rischierebbero di perdere il lavoro. Oggi Fim Cisl e Uil hanno convocato una assemblea. La preoccupazione è tanta. «La mossa della procura di Taranto», ha detto il sindaco Marco Doria, «è un fatto assolutamente grave, non si può risanare lo stabilimento di Taranto interrompendo la produzione. Taranto è fondamentale per la vita di altri stabilimenti in Italia». 

Nel  capoluogo ligure già nel 2002 la magistratura aveva sequestrato la cokeria, dopo che uno studio epidemiologico aveva evidenziato una relazione tra polveri emesse negli impianti siderurgici e gli effetti sulla salute. Nel 2005, poi, anche l’altoforno numero due era stato spento. Ma in pochi mesi si era arrivati a un’intesa tra i ministeri delle Attività produttive e dell’Ambiente, sindacati, imprenditori e istituzioni locali sulla riconversione dello stabilimento in un polo di produzione a freddo. Il gruppo Riva a Cornigliano ha investito 700 milioni di euro per la costruzione dei nuovi impianti, l’ultimo dei quali (la zincatura quattro), avrebbe dovuto entrare in funzione a settembre. Ma a questo punto, sia per la crisi sia per il futuro industriale tutt’altro che certo, le nuove macchine rimarranno inutilizzate. 

Stesso discorso per lo stabilimento di Novi Ligure, 900 dipendenti tra cui una quarantina provenienti dalla struttura di Varzi (Pavia), chiuso a cavallo tra il 2008 e 2009, e quelli più piccoli di Patrica, 90 operai, e Racconigi, 184. A questi si aggiungono i sei centri servizi del gigante del Gruppo Riva. In particolare, in Veneto, come hanno già denunciato la scorsa estate imprenditori e sindacalisti, la chiusura dell’Ilva avrebbe forti ripercussioni su tutto il sistema produttivo e sui livelli di occupazione della regione, dove molte aziende lavorano l’acciaio pugliese. A porto Marghera, dove sono impiegati meno di cento addetti, esiste uno dei principali centri di smistamento dell’acciaio dell’Ilva: qui ogni settimana arrivano da Taranto due o tre navi di “laminati”, tra le 600 mila e 1,2 milioni di tonnellate all’anno, con un prezzo di vendita intorno ai 75 euro per tonnellata. Questi laminati vengono poi smistati in tutto il Nord Italia, ma anche all’estero, in particolare tra Germania, Francia e Slovenia, dove arriva il 30 per cento circa dell’acciaio che passa dal Veneto.

Una galassia, quella dell’Ilva, che dà lavoro a circa 20 mila persone, di cui oltre 12 mila solo nello stabilimento di Taranto (più 6-7 mila nelle ditte appaltatrici). Ma se nel golfo le ciminiere a strisce rosse e bianche smettono di fumare, la catena di montaggio si inceppa e smette di funzionare. Senza contare che lo spegnimento degli altiforni non è per niente una operazione semplice. «Ciò che avviene immediatamente», ha spiegato su Siderweb Carlo Mapelli, docente di Siderurgia al Politecnico di Milano, «è il fermo della produzione di ghisa, togliendo di fatto l’alimentazione all’acciaieria che ha il compito di convertire la ghisa in acciaio». In pratica, l’impianto non si fermerà immediatamente. Ma, bloccando la produzione di ghisa, anche la conversione in acciaio di conseguenza si fermerà subito.

E i rischi non sono pochi. «Il blocco dell’altoforno è un aspetto molto critico e delicato», dice Mapelli, «perché può produrre danni rilevanti a tutta la filiera produttiva se non operato correttamente. Il minimo errore durante la fase di spegnimento può provocare il crollo dell’altoforno, con il cedimento di tutto il materiale refrattario». 

L’altoforno è un una specie di reattore, spiega, «alto tra i 35 e i 40 metri con una base di 14 metri. Un crollo comporterebbe un danno ingentissimo e richiederebbe degli investimenti che si avvicinerebbero al miliardo di euro per poter rimettere in piedi l’impianto». Ma anche nel caso in cui non si verificasse alcun guasto, «il tempo per rimandarli a regime sarebbe tra i sei e gli otto mesi. Una volta che l’altoforno è stato svuotato senza aver subìto danni, tutto l’impianto potrebbe tornare a pieno regime non prima di 7/8 mesi. Anche senza danneggiamenti, dunque, in caso di fermata, di certo si avrebbero dei tempi tecnici lunghi, con conseguente danno per l’attività produttiva e per gli ordini persi». Produzione e lavoro da un lato, salute dall’altro. Il dilemma per Taranto potrebbe risolversi nel giro di una settimana. 

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