“Abbiamo sbagliato tutto?” La Cina comunista in dubbio

“Abbiamo sbagliato tutto?” La Cina comunista in dubbio

Il partito comunista cinese ha emendato il proprio statuto con un voto cui i media locali hanno attribuito grande importanza, e che costituisce l’atto politico più solenne, insieme alla nomina dei nuovi vertici, dell’intero congresso. Non se ne è parlato molto, da noi, ma guai a sottovalutare le parole dei documenti ufficiali cinesi. Che cosa dice l’emendamento, che ha un significato come al solito un po’ criptico per gli osservatori esterni? Esso prevede l’inserimento nello statuto del partito del nuovo concetto, attribuito a Hu Jintao, di “visione scientifica dello sviluppo” (Scientific Outlook on Development, nella traduzione ufficiale dal cinese all’inglese), in fondo alla sequenza di riferimenti teorici fondativi, che – come nello statuto precedente – parte dal richiamo al marxismo leninismo, passa attraverso il “Pensiero di Mao Zedong” e la “Teoria di Deng Xiaoping”, e arriva all’”Importante Pensiero delle Tre Rappresentazioni”. Una novità non semplice da capire, ma l’esperienza dice che sono cose da prendere sul serio.

Anche nel 2002, due congressi fa, l’inserimento nello statuto dell’“Importante Pensiero delle Tre Rappresentazioni” apparve poco comprensibile e venne trascurato dagli analisti più distratti. Richiamava i tre riferimenti sociali della politica del partito, identificati (da Jiang Zemin, il leader allora uscente) nell’ordine: al primo posto nelle “forze sociali e produttive avanzate”, in secondo luogo nella “cultura avanzata”, e in terzo luogo negli “interessi della stragrande maggioranza (overwhelming majority) della popolazione”. Qui c’erano indizi di una svolta vera e propria e di quelle radicali, che si potevano cogliere a prima vista. Nessun riferimento al proletariato urbano e rurale, matrice della rivoluzione, sostituito al primo posto (e anche le posizioni negli elenchi cinesi vanno prese sul serio) dal richiamo, appunto, alla parte avanzata della società. Solo parole? Tutt’altro. In nome di questo riferimento alle “forze avanzate”, divenuto statutario, il partito si è aperto a una nuova categoria sociale, quella degli imprenditori, inclusi i grandi imprenditori rampanti, quelli enormemente ricchi, legittimati dall’essere protagonisti “avanzati” dello sviluppo da Deng in poi.

L’ emendamento abbatteva in un colpo un tabù resistente dalla lunga marcia, dichiarando di fatto chiusa la lotta di classe, almeno quella fra grande impresa privata e lavoro: grandi capitalisti e operai potevano essere uniti nel partito comunista. Dopodiché, come usa da quelle parti, si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica: i ricchi imprenditori sono entrati davvero nel partito, dalla porta principale – “et pour cause”, dal loro punto di vista – con un certo peso, se è vero che da ultimo il comitato centrale superava, per ricchezza pro capite, il congresso americano. Il tutto, promosso da quell’emendamento un po’ misterioso, ma che dava il senso dell’eredità lasciata dalla terza alla quarta generazione di leader del partito. 

E quindi oggi la domanda è: che indizi lascia il nuovo emendamento su ciò che la quarta generazione lascia alla quinta, Hu lascia a Xi? Bisogna fare i conti ancora con la banalità apparente del riferimento alla “Visione scientifica dello sviluppo”, e prenderlo sul serio. Provo a interpretare che cosa ci dice: ci dà almeno due indicazioni importanti. La prima che lo sviluppo, essendo materia da approcciare scientificamente, non va e non sarà lasciato alla spontaneità: diremmo non sarà affidato al mercato. Il che fa pensare a una risposta strategica alla crisi dell’occidente, e a una svolta rispetto alle distorsioni del turbo capitalismo, magari promosso dai grandi imprenditori da poco comunisti, e prelude al consolidamento del ruolo guida del partito, depositario esclusivo dell’ interpretazione dei risultati dell’analisi scientifica, sulla parte pubblica dell’economia, che siano imprese di proprietà pubblica, banche, o gestori di servizi pubblici locali, a cui il piano quinquennale dedica peraltro spunti interessanti. Se è un’interpretazione corretta, da Xi non dobbiamo aspettarci meno stato e più mercato, ma più partito nel mercato. E vedremo come andrà a finire. 

La seconda indicazione è che l’approccio ai problemi sarà realistico (“scientifico”) e senza concessioni a ideologie e trionfalismo, in linea con l’approccio problematico se non autocritico dell’ultimo Hu Jintao. Il quale, al culmine della corsa trionfale della Cina, al congresso non si è autocelebrato ma, nel nome appunto della “visione scientifica dello sviluppo”, ha definito il modello dell’economia cinese “sbilanciato, scoordinato, insostenibile”: niente di meno, tre aggettivi di un peso impressionante. Vista in questo quadro, e con occhi occidentali, fa pensare che con la nuova leadership la crescita potrà continuare a essere pacifica, lo sviluppo più equilibrato anche se più lento, le tensioni sociali più riconosciute nelle loro ragioni obiettive, l’ambiente più rispettato. E che la politica di apertura non si arresterà. Più partito nel mercato, sì, ma con equilibrio e senza avventure. Non c’è ragione di illudersi troppo: restano ovviamente tutti i problemi che l’occidente conosce e non manca di fare presenti alle leadership cinesi, e sui quali il congresso ci ha deluso, primi fra tutti quello di uno stato di diritto che stenta ad affermarsi come modello di riferimento, di un partito che resta confuso inestricabilmente con lo stato, della mancanza di opposizione politica che fra l’ altro rende fragile, e per intero dipendente dalla tenuta del partito unico, il quadro istituzionale di un paese che non può permettersi di sbandare. Ma sembra esserne consapevole, e questo è già molto.

*presidente di Nomisma