In New Jersey dopo l’uragano, qui la voglia di votare è poca

In New Jersey dopo l’uragano, qui la voglia di votare è poca

(HOBOKEN, NJ) – L’acqua è stata riassorbita quasi completamente. È rimasta solo una linea orizzontale marrone nei vetri e nelle pareti degli edifici a indicare il livello raggiunto dalla piena. 

Camminando per Hoboken, a una settimana dalla furia distruttrice dell’uragano Sandy, ancora si respira un’aria stantia e umida. Soprattutto nelle aree più basse, dalla prima alla decima strada all’incrocio con Jackson avenue, dove ai lati dei marciapiedi sono accatastati mobili, tavoli, divani, giochi per bambini, libri, materassi.

Tutto da buttare. A destra e a sinistra di queste vie, le porte delle case sono aperte. È possibile guardare dentro ad ognuna. Non si temono furti, non è rimasto più nulla. Fango, pareti scrostate e pavimenti rovinati sono i resti di due giorni di allagamenti.

Mentre nel resto degli Stati Uniti si pensa solo alle elezioni, qui nessuno ha voglia di parlarne. È troppa la stanchezza e la delusione per riuscire a concentrarsi. Decine di volontari, con indosso le magliette “Vote november 6th” cercano di ricordare a tutti l’importanza del voto. A causa dell’emergenza, il governatore ha concesso allo Stato di poter esprimere la propria preferenza via email o per fax. Qui ad Hoboken, comunque, rispetto a molte altre cittadine, quasi tutti i seggi sono funzionanti.

Chi abita nei quartieri colpiti ancora dal blackout può recarsi direttamente in comune a votare. Nonostante i loro pensieri siano lontani dalla sorte dei due candidati alla presidenza, le persone per strada assicurano che non mancheranno all’appuntamento.

Il New Jersey è uno Stato democratico, Obama quindi non corre rischi. Indipendentemente dal partito di appartenenza però, tutti hanno avuto parole gentili verso Chris Christie, un repubblicano, che nel 2016 potrebbe correre per la presidenza.

Si vota anche a Hoboken quindi, nonostante il disastro. “Io ormai lo ripeto come un mantra subito dopo che consegno il cibo – spiega una volontaria – andate a votare, dico, e abbiate pazienza perché ci sarà sicuramente da aspettare, ma nessuna fila sarà mai troppo lunga quando si deve esercitare il diritto alla democrazia”.

Da nord e da sud, questa cittadina del New Jersey, che guarda Manhattan, è stata sommersa dall’acqua, in seguito allo straripamento del fiume Hudson. Sono bastate poche ore lunedì notte perché salisse fino a toccare i due metri d’altezza. Migliaia e migliaia di persone, come nel resto dello Stato, sono rimaste per giorni senza elettricità, riscaldamenti, gas. Ancora oggi il 30% della città è al buio.

Non solo Hoboken. Il Garden State è stato in generale il più colpito dall’uragano. Lungo tutta la costa orientale, intere aree allagate. Immagini spaventose di case sradicate, di persone portate via in barca dalle loro abitazioni, di litorali completamente distrutti. “I danni sono incalcolabili. Anche dopo la ricostruzione, niente tornerà come prima”, ha detto il governatore dello Stato, Chris Christie, in conferenza stampa il giorno dopo della tempesta.

Da Manhattan l’unico modo per arrivare a Hoboken se non si ha la macchina è il traghetto. I treni sono ancora fermi, fino a giovedì la città era isolata. “Solo ora capisco che cosa abbia significato l’uragano Katrina per New Orleans”, spiega Mark un signore di mezza età, mentre porta fuori sedie e divani dall’appartamento dei genitori. “Loro sono in ospedale, sono anziani. Se vedessero tutti i ricordi di una vita distrutti potrebbero morirne”.

Come lui, anche tutti gli altri abitanti della zona stanno lavorando incessantemente per cancellare la scia distruttiva lasciata dal passaggio di Sandy. Devono fare in fretta perché per mercoledì è atteso un altro temporale. Chi abita nelle palazzine non ha riportato gravi danni, ma nei quartieri a sud della città ci sono molte villette singole, con la cantina e il primo piano non troppo rialzato.

La mia famiglia ha perso tutto. Eravamo preparati, ma nessuno si aspettava quello che è accaduto”. Luigi Percontino è di Bari, ma da tanti anni vive qui ad Hoboken. Quella notte, la sua paura più grande è stata per il figlio: “è sceso in cantina, cercava di chiudere una porta, ma la potenza dell’acqua l’ha travolto. Per fortuna è riuscito a nuotare e mettersi in salvo”.

Camion della Croce Rossa e furgoni militari che distribuiscono cibo e bibite si vedono un po’ ovunque. Nei quartieri senza luce, infatti, i negozi sono ancora chiusi e manca il gas per cucinare. Quelli offerti dall’esercito sono gli unici pasti caldi in questi giorni per tante persone.

Nelle vie più sfortunate, l’acqua non è andata via del tutto, il rumore dei motorini che attraverso grosse pompe la sputano fuori dagli edifici traccia la mappa degli stabilimenti ancora allagati. In uno di questi, Carlos lavora quasi senza dormire da cinque giorni.

Lunedì era a casa, ma nel pomeriggio si è dovuto recare nel magazzino insieme ad altri colleghi per mettere alcuni macchinari al sicuro. Sandy li ha colti di sorpresa. “Non sono neanche riuscito a salvare la mia macchina. L’ho trovata sommersa. Non funziona più”. Sono stati in tanti a guardare impotenti dalle finestre le loro vetture allagate. Nelle zone in cui è tornata l’elettricità, molti hanno provato ad asciugarla addirittura con il phon.

La disperazione delle persone è attenuata solo da un forte spirito comunitario. Tutti si aiutano a vicenda. Dalle città vicine, tante persone sono venute a dare una mano. La solidarietà è palpabile proprio quanto lo sono i danni. In molti angoli delle strade ci sono banchetti che offrono cibo gratis; in una scuola superiore a Clinton avenue invece sono state raccolte tutte le donazioni arrivate dagli Stati vicini. Molte case sono ancora inagibili. Nei rifugi dove sono evacuate le persone, la stanchezza e il nervosismo inizia a farsi sentire. Sono tante quelle che dormono ancora lontane dalle loro abitazioni.