La Cina fa paura e nel Sudest asiatico ora è corsa al riarmo

La Cina fa paura e nel Sudest asiatico ora è corsa al riarmo

Da una parte si cerca una sempre maggiore integrazione economica, magari seguendo il modello dell’Unione europea. Dall’altra, la regione del Sudest asiatico è coinvolta in una corsa al riarmo sulla scia dell’espansione cinese in questo settore e con, sullo sfondo, le tensioni per le dispute territoriali nel Mar cinese meridionale. Questioni sul tavolo degli incontri dell’East Asia Summit che ha visto riuniti a Phnom Penh i leader dei dieci Paesi membri dell’Associazione delle nazioni del Sud asiatico (Asean) e le loro controparti statunitense, cinese, giapponese e australiana. E prima ancora nell’agenda del vertice Asean ospitato nel fine settimana nella capitale cambogiana.

Secondo i dati dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri), nel 2011 la spesa per il comparto difesa nella regione è lievitata del 13,5 per cento, arrivando a oltre 25 miliardi di dollari che secondo le previsioni diventeranno 40 entro i prossimi quattro anni. Nell’ultimo decennio Vietnam, Thailandia e Cambogia hanno visto le proprie spese aumentare a un tasso che oscilla tra il 66 l’82 per cento.

Ad agosto, il portavoce del ministero della Difesa indonesiano annunciava il piano di raddoppiare la flotta di sottomarini entro il 2010. Tre sono già stati appaltati alla Corea del Sud in consorzio con i cantieri locali Pal. Ma Giacarta punta anche a sistemi radar dalla Cina e dagli Usa e, come scrisse l’Economist già lo scorso marzo, spenderà quest’anno 8 miliardi di dollari. Il budget per la difesa vietnamita è invece per quest’anno di 3,1 miliardi di dollari, un più 35 per cento rispetto a dodici mesi fa. Hanoi, assieme alle Filippine che hanno richiesto un squadriglia di F-16 agli Usa, è direttamente coinvolta nelle dispute territoriali contro la Cina per la sovranità su alcuni gruppi di isolotti in tratti di mare i cui fondali sono ricchi di materie prime e posizionati in punti strategici per il controllo delle rotte.

Il tema non ha mancato di sollevare polemiche all’interno dell’Asean. Durante il vertice dello scorso luglio i dieci Stati membri non erano erano riusciti a trovare un accordo su un comunicato finale congiunto proprio per le divergenze sul ruolo della Cina. Un fatto senza precedenti nei 45 anni di storia dell’organizzazione costato alla presidenza di turno cambogiana l’accusa di essere troppo prona agli interessi e all’influenza del governo di Pechino.

Nel fine settimana la spaccatura si è ripetuta. Il presidente filippino Benigno Aquino ha smentito le dichiarazioni del primo ministro cambogiano Hun Sen che dava per raggiunto il consenso all’interno del blocco per non “internazionalizzare” la questione dispute. «Le Filippine sono per l’unità dell’Asean, ma sosteniamo allo stesso tempo la necessità di difendere i nostri interessi nazionali», ha detto il segretario agli Esteri, Albert del Rosario, citando le parole di Aquino, dalla cui parte si è schierato anche il Vietnam.

Non è un mistero che Pechino preferisca trattare la questione bilateralmente, evitando approcci multilaterali che implicherebbero un ruolo per gli Stati Uniti. È in questo clima che il presidente statunitense Barack Obama ha preso parte all’East Asia Summit nel primo viaggio istituzionale dopo la sua rielezione per un secondo mandato lo scorso 6 novembre. Durante la campagna elettorale i Paesi della regione non hanno mancato di far conoscere il proprio appoggio a Obama, la cui amministrazione ha mostrato un rinnovato interesse verso l’Asia, diventata uno dei perni della strategia sulla sicurezza statunitense.

Non a caso le tappe del viaggio di Obama hanno toccato tre Paesi chiave: Thailandia, Birmania e Cambogia. L’incontro a Bangkok con la premier Yingluck Shinawatra ha rimarcato un’alleanza di lunga data. La visita a Rangoon ha invece sottolineato il sostegno di Washington alle riforme nel Paese dei pavoni, un tempo stato paria, sia nell’incontro con la leader dell’opposizione democratica e collega di premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, sia in quello con il presidente Thein Sein che si è mosso dalla capitale Naypyidaw per ricevere il leader Usa. Molti alla vigilia hanno definito la tappa birmana ancora prematura, quando non si sa bene dove andrà il processo di riforma e con il Paese costretto a fronteggiare le violenze e le discriminazioni contro i musulmani rohingya nel nordovest. Ma finalmente accettata da tutto il consesso nazionale la Birmania, o Myanmar a seconda che si scelga l’antico nome coloniale preferito dai difensori dei diritti umani o il nuovo scelto dai militari a lungo al potere, è una pedina chiave dello scacchiere, tanto da essere stata invitata a partecipare a Cobra Gold, le più grandi esercitazioni militari al mondo.

Terza tappa è stata la Cambogia, come già sottolineato alleata della Cina, ma con il cui governo lo stesso segretario alla Difesa, Leon Panetta, ha rimarcato i legami in campo militare.

Come spiegato dal spiegato da Carl Thayer, professore all’ Australian Defence Force Academy dell’Università del Nuovo Galles del sud, citato dal Sydney Morning Herald, «il Sudest asiatico è un’area di grandi rivalità, ma non conflitti. La causa è la sfiducia strategica tra una Cina militarmente sempre più potente e gli sforzi degli Stati Uniti per mantenere l’attuale equilibrio delle forze».

Confronto che rischia di replicarsi anche sul piano economico. Al vertice di Phnom Penh si è discusso infatti anche di aree di libero scambio. Da una parte c’è la Regional Comprehensive Economic Partnership, che vede i dieci Paesi del Sudest asiatico trattare assieme a Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e India. Dall’altra la Trans-Pacific Partnership (TPP) in cui si muovono quattro Paesi dell’Asean -Singapore, Brunei, Malaysia e Vietnam – e su cui Obama ha speso molto. 

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