Viva la FifaOrmai la Roma di Zeman è un cliché: la fai sfogare e poi la affondi

Ormai la Roma di Zeman è un cliché: la fai sfogare e poi la affondi

Ormai giocare contro la Roma significa avere a che fare con un copione noto a tutti. Si comincia con la sfuriata iniziale di circa 20 minuti; se poi l’avversario non è crollato comincia a prendere metri e alla fine almeno un pareggio a casa se lo porta, magari con la soddisfazione di avere rimontato anche due gol. Anche nel derby, la squadra di Zdenek Zeman non si è smentita. La Roma va forte e per i primi 20 minuti circa è sembrata non esserci partita. In maniera tatticamente intelligente, De Rossi ha tagliato più volte fuori il pressing del centrocampo biancoceleste con dei lanci lunghi verso la zona d’attacco, proprio come aveva fatto il Catania di Maran la scorsa settimana. I rientri di Osvaldo per favorire gli inserimenti da dietro e i tocchi di Totti per i tagli in mezzo di Florenzi hanno mandato in confusione la Lazio. Poi, come detto, la Roma è indietreggiata, finendo la benzina. E poi c’è il solito problema difensivo, che è più che altro una questione di atteggiamento. Basta guardare il gol di Klose. Nell’azione che porta al gol, Lamela esce verso il portatore di palla per poi restare a guardarlo senza aggredirlo; la palla finisce in mezzo dove Balzaretti allarga troppo la diagonale e tiene in gioco l’attaccante tedesco, che da lì non può sbagliare.

La Lazio non è bella, ma è pratica. Fa del pressing il suo punto forte (ieri ha vinto il 78% di contrasti) e ha in un centrocampo di ordine e fantasia il suo punto forte: Ledesma con i suoi 668 passaggi effettuati è il quarto giocatore in serie A per numero di palle giocate, mentre ieri il mattatore è stato Hernanes. Il ‘Profeta’ ha disputato, nonostante il campo pesante, una partita da incorniciare. Leggete i numeri: 56 passaggi, 6 tiri, 5 dribbling andati a segno e 1 assist. Per dire, dall’altra parte Totti è partito (ovviamente) forte come tutta la Roma con 2 cross e 3 sponde, poi si spegne e perde palla 18 volte. La Lazio ha meritato insomma. E con giocatori con il vizio del gol come lo stesso Hernanes (5 reti) e Klose (7) ecco spiegato il buon campionato di mister Petkovic, che ora deve trovare continuità.

Chi riesce a fare concorrenza ai problemi in difesa della Roma è il Milan. Il match di ieri tra i rossoneri e la Fiorentina è la perfetta sintesi della stagione fin qui disputata dalle due squadre. Da una parte c’è la squadra di un Allegri che deve sì fare con quel che passa il convento, ma che con i suoi continui cambi di modulo non contribuisce a dare stabilità ai giocatori. Prima la difesa a 4, poi a 3, poi a 5, poi il 4-2-3-1 che sembra essere diventato lo schema definitivo. Quindi gli uomini da usare: dalle ultime prestazioni del Milan, leggermente più incoraggianti del solito, era sembrato di capire che Allegri avrebbe schierato Pazzini prima punta con Bojan, El Shaarawy e Emanuelson. E invece ieri ha tenuto fuori i primi due, mettendo nella mischia un disperso Boateng e un bolso Pato. La squadra è scollata, sfibrata: prendere due gol nel primo tempo da rimessa laterale, con un Mexes ridicolizzato da Valero nel secondo, è un segnale preoccupante.

Dall’altra parte c’è una Fiorentina che – ormai è assodato – è una delle realtà migliori del nostro campionato. Tatticamente la squadra è non solo ben messa in campo, ma Montella è anche uno che sa quando deve giocarsela. Ieri si è presentato a San Siro con un centrocampo fatto interamente di costruttori di gioco: Aquilani, Pizarro, Borja Valero (688 passaggi in stagione, terzo in assoluto in serie A). Nessun incontrista. In questo modo i viola hanno potuto premere il Milan, costruendo gioco in maniera totalmente equilibrata: i flussi di gioco sono nati al 34% al centro e sulla destra e al 32% sulla sinistra. Con 5028 passaggi, la Fiorentina è la terza squadra di serie A a giocare di più la palla. La curiosità è che al secondo posto c’è il Milan (5238 passaggi), che ieri ha pure realizzato il 71% di vantaggio territoriale. Te ne fai però ben poco di certi numeri, visti i problemi elencati.

Se Atene piange, Sparta non ride. Perde il Milan, perde l’Inter. Certo tra le due sconfitte passano molte differenze, anche se c’è un particolare non di poco conto ad unirle: la tenuta difensiva. Ieri sera a Bergamo i nerazzurri hanno avuto la certezza che senza l’esperto Samuel e un crescente Ranocchia dietro si balla di più. Ma molto di Più. Denis si è trovato più volte libero di fare quello che voleva in area: si spera che a fine partita Stramaccioni abbia chiesto a Silvestre se la prossima volta sarà intenzionato a scendere in campo e giocare, visti gli enormi buchi dell’ex Catania. L’Inter ha anche capito una volta per tutte che il problema non è tanto la stanchezza dell’Europa League, ma la mancanza di alternative. A centrocampo Stramaccioni ha dovuto schierare una formazione obbligata viste le defezioni e in attacco se Milito non gira l’unica alternativa e Livaja, bravo ma giovane e non ancora incisivo. Il tecnico nerazzurro evrebbe tatticamente potuto impostare una partita diversa, magari con un 3-5-2 che avrebbe visto Nagatomo e l’eterno Zanetti tappare le ali dell’Atalanta. I bergamaschi infatti hanno colpito soprattutto sulle fasce, dove si possono contare almeno 6 situazioni di due contro uno. La squadra di Colantuono ha fatto una grande gara ed è apparsa in ripresa (3 vittorie nelle ultime 3 gare), ma dai numeri si capisce che per l’Inter non si può parlare di crisi o crollo: 62% di possesso palla, 30 dribbling a 14 vinti, 512 passaggi riusciti a 304. Ma i numeri a volte sono solo una consolazione per chi perde.
 

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