Per battere Obama, Romney spera in un sottomarino fantasma

Per battere Obama, Romney spera in un sottomarino fantasma

Accusare Sergio Marchionne per colpire Obama? Pessima idea. Ma il candidato repubblicano alla Casa Bianca in passato ha fatto (probabilmente) di peggio

Qualche giorno fa, la fase finale della campagna elettorale di Mitt Romney ha preso una deriva un po’ scomposta caratterizzata da un attacco al rivale Barack Obama accusato di aver svenduto Chrysler alla Fiat di Sergio Marchionne che, per ricompensa, sposterà la produzione delle fuoristrada Jeep in Cina. Lo stesso Marchionne, però, s’è affrettato a smentire con decisione, precisando che quella cinese sarebbe semmai una produzione “aggiuntiva” rispetto a quella degli stabilimenti Usa e che, quindi, nessun operaio americano perderà il lavoro. Insomma, Romney ha dimostrato di non voler trascurare alcun tentativo di screditare l’avversario, anche a costo di esternare su pericoli inesistenti per l’economia americana evocando scenari del tutto destituiti di fondamento.

Il candidato repubblicano non è nuovo ad avventurismi elettorali basati su argomentazioni quantomeno dubbie. Secondo lo scoop di un quotidiano online americano questa estate un sottomarino nucleare russo sarebbe penetrato in acque americane incrociandovi per quasi un mese all’insaputa dell’Us Navy. In altre parole, questa è la tesi: l’onnipotente marina Usa, che ormai regna quasi incontrastata su tutti gli oceani del pianeta, sarebbe stata incapace di scoprire un pericoloso intruso che navigava sotto il suo naso in acque metropolitane. Ma molti analisti militari hanno espresso i loro dubbi sull’intera vicenda, che potrebbe essere stata inventata di sana pianta dall’entourage di Romney proprio per screditare un Obama che non fa mistero di voler ridurre le enormi spese militari del Paese.

Il “siluro” nei confronti del Pentagono, diretto in realtà a Obama, è arrivato dal quotidiano online The Washington Free Beacon, il quale ha rivelato che tra giugno e luglio un sottomarino nucleare d’attacco russo della classe Akula avrebbe operato indisturbato per alcune settimane in pieno Golfo del Messico, cioè in una zona di mare che gli Stati Uniti considerano un po’ come casa loro e dove si affacciano importanti città come Houston, New Orleans, Tampa, Galveston e Corpus Christi. In pratica, una delle più temibili unità della flotta subacquea di Putin avrebbe scorrazzato per quasi un mese portando a termine una missione i cui scopi restano ignoti.

L’affronto seguirebbe di poco gli sconfinamenti nello spazio aereo statunitense dei bombardieri strategici russi Tupolev TU-95 Bear H che almeno in due distinte occasioni, sempre in giugno e luglio, hanno violato lo spazio aereo della California e dell’Alaska. Uno nel corso di un’esercitazione e l’altro, sembra, per una missione reale. Almeno nel caso dello sconfinamento californiano, però (avvenuto significativamente il 4 luglio, cioè l’Indipendence Day americano), l’invasore è stato gentilmente “accompagnato” all’uscita dai caccia intercettori Usa decollati su allarme. Il sottomarino, invece, se si dà credito alla storia, è rimasto un fantasma e la notizia s’è diffusa solo dopo che ha lasciato il Golfo per fare rotta su Gadzhiyevo, la base artica nei pressi di Murmansk da dove quasi certamente potrebbe essere salpata.

Qualche analista ha avanzato l’ipotesi che l’episodio non sia in realtà mai avvenuto, anche se l’articolo che ha svelato l’imbarazzante brutta figura americana è firmato da Bill Gertz, un giornalista che negli ambienti militari Usa gode di una certa reputazione. Qualche altro ha sottolineato che The Washington Free Beacon è una testata di chiaro orientamento conservatore che ha esordito lo scorso febbraio con finalità puramente elettorali, avvalorando così il sospetto che lo scoop sia in realtà una semplice montatura. Comunque sia, la marina russa ha rifiutato ogni commento sull’episodio e la portavoce ufficiale di quella americana, Wendy Snyder, l’ha smentito, anche se successive richieste di chiarimenti sono semplicemente cadute nel vuoto. Ovviamente va considerato che entrambe le marine, come da prassi consolidata, avrebbero tutto l’interesse a smentire: ammettere o negare che il sottomarino sia riuscito nei suoi intenti o che abbia fallito rivelerebbe infatti sia le debolezze, sia le effettive capacità delle due forze navali.

Alcuni esperti (o sedicenti tali) hanno dichiarato il loro scetticismo riguardo alla veridicità della vicenda. Alexander Nikitin, per esempio, un ex-ufficiale sommergibilista russo che ora collabora con Bellona (l’organizzazione che ha denunciato le incredibili leggerezze russe-sovietiche nella gestione e nella disattivazione della flotta nucleare), ha dichiarato di non credere alla storia del The Washington Free Beacon poiché gli Akula sono comunque sottomarini troppo rumorosi per evitare gli odierni sistemi di scoperta americani. Un altro esperto, questa volta statunitense, ha confermato, dichiarando (anche se la motivazione appare francamente discutibile) che il reattore nucleare degli Akula non può essere spento in navigazione, cosa che rende questi sottomarini costantemente rumorosi e quindi più facilmente rilevabili.

Al di là delle considerazioni tecniche più o meno sensate, però, nell’intera faccenda c’è in effetti una vistosa falla logica che legittima qualche dubbio: com’è possibile che si sia arrivati a identificare addirittura il tipo esatto di sottomarino se l’Us Navy non l’ha nemmeno scoperto? L’identificazione delle unità subacquee immerse avviene mediante la registrazione della loro traccia sonora (cioè, il rumore irradiato) rilevato da altre unità navali di superficie o subacquee aeree oppure, in passato, dalla rete di ascolto del sistema SOSUS costituita da particolari boe idrofoniche posate sul fondo degli oceani. La traccia viene poi confrontata con le altre contenute nelle “librerie sonore” che molte marine militari (compresa quella italiana) già possiedono.

Le tecniche di analisi sono già da anni così sofisticate che consentono di determinare con precisione non solo di quale tipo di sottomarino si tratta, ma addirittura di identificare la singola unità appartenente a una serie realizzata in più esemplari uguali: ognuna di esse, infatti, emette un rumore inconfondibile, una specie di “firma” acustica che consente di riconoscerla senza errori. Quando la traccia non corrisponde ad alcuna unità conosciuta, viene creato un nuovo file acustico da inserire nel database.

Se nel caso in questione si è parlato con certezza di un sottomarino tipo Akula e non di altri, significa che qualcuno (e chi, se non gli americani?) l’ha innanzitutto rilevato, poi l’ha identificato e quindi l’ha presumibilmente tenuto sotto stretto controllo fino a quando non ha lasciato il Golfo del Messico. In altre parole, la Navy non avrebbe fatto alcuna brutta figura, ma avrebbe anzi svolto alla perfezione il suo compito. Se le cose sono andate così, effettivamente l’intero scoop non può essere altro che un colossale imbroglio. Se invece il sottomarino ha davvero agito senza essere scoperto, non si capisce come sia stato possibile identificarne con precisione il tipo.

Certo, la notizia dell’incursione dell’unità navale potrebbe essere stata fatta trapelare dai russi a missione compiuta, un chiaro messaggio con il quale Putin può aver voluto dimostrare molte cose. Per esempio, che la ripresa delle attività militari delle Forze Armate russe in cieli e mari lontani dopo anni di assenza, più volte annunciata da Mosca, non è una semplice minaccia, ma una realtà. Oppure, l’incursione può essere stata una dimostrazione “muscolare” volta a sottolineare l’irritazione di Mosca nella complessa partita siriana che vede il blocco occidentale non del tutto restio all’opzione militare per porre fine al regime di Bashar el Assad, mentre Russia e Cina non ne vogliono invece sentir parlare. O ancora, Mosca potrebbe aver voluto lanciare un monito preventivo nei confronti dell’eventuale successore di Barack Obama, cioè proprio il bellicoso Mitt Romney che ha già dichiarato di recente che la rinuncia dell’attuale inquilino della Casa Bianca a realizzare un vero scudo anti-missile in Polonia (cioè, a meno di 200 km dall’enclave russa di Kaliningrad) è stata “un’azione a danno degli amici polacchi per inseguire un’impossibile alleanza con i russi”.

La missione dell’Akula, oltre che a mostrare i muscoli, sarebbe servita in un certo senso a ridicolizzare la Marina americana e a dimostrare che, scudi o non scudi, le Forze Armate russe possono comunque operare in modo insidioso anche a breve distanza dalle coste americane. Ma non è da sottovalutare nemmeno un’altra ipotesi, è cioè che l’intera faccenda dell’incursione del sottomarino, campagna elettorale o meno, sia stata inventata e fatta circolare ad arte dalla lobby militare americana per dimostrare che i robusti tagli al budget della difesa annunciati da Obama (487 miliardi di dollari in 10 anni) mettono in pericolo la sicurezza nazionale.

Incidentalmente, questo è però un argomento rispetto al quale una buona parte dell’opinione pubblica americana, cioè quella riferibile all’elettorato repubblicano, è sempre abbastanza sensibile. In effetti, uno dei settori dove in passato le risorse del Pentagono sono state ridotte (anche in considerazione della diminuita presenza o della totale sparizione dei sottomarini russi in quasi tutti mari del mondo dopo il collasso del regime sovietico) è stato quella della lotta anti-sommergibile.

Oggi, anche se Mosca sembra voler tornare ad affacciarsi sui mari e nei cieli del mondo siamo ben lontani dagli scenari della guerra fredda, però qualche similitudine con il passato permane ancora. All’epoca, il silenzioso confronto non guerreggiato tra i sottomarini dell’Us Navy e quelli della Voenno Morskovo Flota era una faccenda all’ordine del giorno e le profondità degli oceani erano zeppe di unità nucleari Nato e del Patto di Varsavia che si fronteggiavano in un pericoloso gioco a rimpiattino. Una volta (ma certamente anche più di una), il 24 febbraio 1982, toccò al nostro sommergibile Da Vinci cogliere con le mani nel sacco un’unità nucleare d’attacco russa della classe Victor III che se ne andava a zonzo nel Golfo di Taranto, a poche miglia di distanza dalla nostra base navale più importante. Il Da Vinci, coadiuvato da un paio di aerei da pattugliamento Breguet Atlantic, tallonò il Victor per 18 ore, cioè fino a quando non riuscì a dileguarsi lasciando il Golfo.

Ma davvero un’unità del genere potrebbe oggi spingersi in acque limitrofe alle coste americane senza essere scoperta? Intanto, andrebbe chiarito il tipo esatto di sottomarino autore della presunta impresa. Le unità della classe Akula (secondo il codice Nato, oppure Shchuka B, o Bars, o anche Project 971 secondo la denominazione russa) sono state specificamente progettate per dare la caccia ai grandi sottomarini lanciamissili balistici americani (prima della classe Lafayette, oggi non più in servizio, e poi degli attuali Ohio).

Gli Akula sono suddivisi in tre sotto-classi: Akula I, Improved Akula e Akula II. Gli Akula I sono entrati in servizio in 7 esemplari a partire dal 1984 e la loro tecnologia risale dunque agli anni ’70. Gli Akula Improved (5 unità, la prima entrata in servizio nel dicembre 1991) hanno un armamento più consistente (6 tubi di lancio da 533 mm invece di 4, oltre ai soliti quattro tubi da 650 mm per il lancio di missili presenti sugli Akula I). Gli Akula II (ne sono state completate tre unità in tutto a partire dal 1995 e una, il Nerpa, è stata noleggiata per 10 anni all’India, che l’ha ribattezzata Chakra) hanno ricevuto ulteriori modifiche, tra le quali tutta una serie di accorgimenti volti a migliorare la silenziosità e altre prestazioni in termini di “discrezione”, che hanno comportato l’allungamento dello scafo.

Esiste anche una singola unità, il Gepard, definita Akula III (ma la denominazione non è ufficiale Nato e molti analisti considerano il Gepard una semplice variante degli Akula II), che costituisce l’ultima evoluzione del tipo (risale al 2001) e presenta caratteristiche di silenziosità ancora più spinte. Il Gepard e i quasi gemelli Akula II sono di fatto i sottomarini d’attacco più avanzati della Marina russa a parte quelli della classe Yasen (Severodvinsk secondo la denominazione Nato), la cui prima unità, però, ha iniziato le prove in mare nel settembre 2011 e difficilmente può essere considerata già pronta a impegnative missioni di infiltrazioni in acque americane.

Il Gepard, il più grande e sofisticato tra gli Akula, ha (come gli altri) lo scafo in acciaio amagnetico, è un “mostro” lungo oltre 113 metri e il suo dislocamento si aggira intorno alle 13.800 tonnellate in immersione, cioè è insolitamente elevato per un’unità d’attacco di tale lunghezza. Il motivo risiede nella considerevole distanza tra lo scafo interno resistente e quello esterno, un accorgimento adottato per rendere il sottomarino meno vulnerabile nei confronti delle esplosioni subacquee. Propulso da una turbina a vapore da 35 mW alimentata da un reattore nucleare ad acqua pressurizzata da 190 mW, il Gepard è dotato anche di due motori diesel da 750 CV ciascuno per la propulsione d’emergenza. Immerso, ha una velocità di punta di circa 35 nodi e la sua profondità operativa massima è stimata in 600 metri. Questi ultimi due dati, vitali, sono presunti, in quanto quelli reali (come avviene sempre per la unità subacquee) sono rigorosamente classificati.

L’armamento comprende 28 missili suddivisi tra gli antinave SS-N 15 Starfish (con portata di 45 km) e gli antisommergibile SS-N 16 Stallion (100 km). Gli Akula, o almeno qualcuno di essi, vengono accreditati anche della possibilità di lanciare il recente missile multiruolo SS-N 27 Sizzler e di imbarcare anche 12 “cruise” missile SS-N 21 Sampson (3mila km di portata) armati sia con testate convenzionali, sia nucleari da 200 kT, oltre a siluri di vario tipo. Gli Akula sono inoltre tra i pochissimi sottomarini al mondo a essere dotati di un sistema antiaereo per l’autodifesa, l’SA-N 8 Strela, con una riserva di 18 missili. Le dotazione sensoristiche del Gepard sono di tutto rispetto e il loro sistema di combattimento viene ritenuto equivalente, e in certi aspetti superiore, a quello dei sottomarini americani della classe Los Angeles migliorata. In altre parole, se esiste un sottomarino russo in grado di penetrare indisturbato nel Golfo del Messico, questo è il Gepard, con qualche chance in meno per i molto simili ma meno evoluti Akula II.

Certo è che dal punto di vista della fattibilità, quella della fantomatica unità russa, se pure realmente portata a termine, non è stata un’impresa da poco. A parte l’ovvia esclusione del Canale di Panama, infatti, il sottomarino può essere entrato nel Golfo del Messico solo dallo Stretto della Florida oppure dal Canale dello Yucatan. Il primo, delimitato dalla Penisola di Key West e dalla capitale cubana, nel suo punto più stretto è largo circa 150 km (cioè non molti per passare inosservato, anche se il transito potrebbe anche essere avvenuto più a ridosso delle coste di Cuba, che mantiene ancora ottimi rapporti con Mosca), ma tale rotta comporterebbe l’attraversamento preventivo di un altro braccio di mare altrettanto angusto, quello tra le Bahamas e la costa americana dove sorgono Fort Lauderdale e Miami Beach.

Il Canale dello Yucatan, invece, tra Cabo Catoche in Messico e Cabo San Antonio a Cuba, è largo circa 220 km, quindi è certamente più adatto al transito occulto di un sottomarino, anche perché le coste che lo delimitano non sono americane e le capacità anti-sommergibili della Marina messicana sono assai poco sviluppate. Ovviamente una missione del genere comporta, oltre alla disponibilità di un mezzo tecnologicamente adeguato, anche quella di un equipaggio ottimamente addestrato nelle tecniche di navigazione occulta in acque ostili, attività ancora più impegnative in una zona di mare quasi chiusa come il Golfo del Messico.

Va anche considerato che l’elevato traffico marittimo in quell’area rende per certi versi più difficoltosa la sorveglianza subacquea da parte di altre unità navali e quindi, in un certo senso, potrebbe aver facilitato il compito del comandante russo. In ogni caso, se Mosca ha davvero portato a termine una missione del genere, significa che i tempi bui della Voenno Morskovo Flota sono davvero finiti e che, forse, sono iniziati quelli dell’Us Navy. 

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