Perché i politici di centro non hanno il coraggio di affrancarsi da Casini?

Perché i politici di centro non hanno il coraggio di affrancarsi da Casini?

Nei giorni scorsi, ho avuto l’opportunità di scambiare alcune email con Luca Ricolfi, autorevole commentatore di testate giornalistiche, tra cui questa. La domanda che il Professore si poneva, a proposito delle manovre che stanno caratterizzando il quadro politico, era in sostanza: «Ma cos’ha l’Udc che la fa percepire come una polizza di assicurazione per chi – laico, liberaldemocratico o federalista – si vuole buttare in politica?».

Ricolfi è intervenuto sulla Stampa di lunedì 19 con una riflessione sulla nuova “centralità del centro”, apparentemente di nuovo decisivo in questa fine di seconda repubblica, dove la crisi dei partiti tradizionali mette in pericolo il bipolarismo cui ci eravamo ormai abituati. Questo centro, osserva però Ricolfi, è accomunato solo dalla posizione su quello che lui stesso ha identificato come l’asse delle ascisse (quello della tradizionale geografia politica unidimensionale, lungo la quale il centro è ciò che non sta né a desta né a sinistra). Ma da almeno vent’anni Ricolfi ha osservato nei suoi studi una seconda dimensione, corrispondente all’asse delle ordinate, che misura il grado di propensione al cambiamento. E su questo asse gli appartenenti al centro tradizionale si distanziano molto, dividendosi in riformatori e conservatori dello status quo.

Difficile dargli torto, ma rimane aperta l’altra questione che mi poneva Ricolfi in privato: perché, tra quanti si affacciano per la prima volta sulla scena politica collocandosi né a destra né a sinistra sulle ascisse, si fa così fatica ad affrancarsi da Casini e dal mondo che esso ha tradizionalmente rappresentato? Perché, cioè, si fa così fatica a spingere perché, sulle ordinate, prevalga il polo liberal-riformatore e non quello statal-conservatore?

In effetti, nella mia esperienza di coordinatore piemontese del movimento Fermare il Declino, fondato tra gli altri da Oscar Giannino, ho assistito da vicino a quanto sia difficile affermare istanze riformiste senza che alcuni compagni di strada cedano al fascino apparentemente irresistibile delle forze politiche esistenti, e in particolare di quelle di derivazione democristiana.

Il riferimento è da un lato alle scelte del movimento Italia Futura di Montezemolo, dall’altro a quelle di Gabriele Albertini in Lombardia. Come Fermare il Declino, avevamo avviato un dialogo con entrambi questi soggetti, nel tentativo di unire le forze dietro a una serie di istanze in senso lato liberali di riforma delle istituzioni.

Su tali istanze di per sé era stato possibile raggiungere un accordo, o comunque trovare un significativo terreno comune, almeno fino al Manifesto per la Terza Repubblica promosso da Italia Futura, a nostro avviso mancante di alcuni punti imprescindibili. Vi è stata però una divergenza insanabile per via della scelta di Albertini di non troncare di netto il rapporto con i vecchi partiti, prima l’Udc e ora pezzi di Pdl: noi confermiamo il nostro apprezzamento per la sua persona e per come ha governato Milano, ma è altamente sintomatico che non abbia voluto accettare la nostra condizione di rompere con la vecchia politica.

Ma anche la convention romana di sabato scorso di Montezemolo ha un dichiarato intento di includere tutte le forze politiche che abbiano dato il proprio convinto sostegno al governo Monti, la più convinta delle quali è sicuramente l’Udc, e con l’Udc Fermare il Declino ha detto sin dal primo momento di non voler avere nulla a che fare.

Perché questa mancanza di coraggio? Perché questa rinuncia alla rottura, e la preferenza per il rassicurante cabotaggio dell’usato sicuro, offerto dal vecchio scudocrociato della spesa pubblica, delle posizioni confessionali in materia di diritti civili, ma anche dei Cuffaro?

La mia sensazione è che queste vicende mettano in luce un carattere spiacevole di tanta parte della classe dirigente: l’avversione al rischio. Siamo il Paese dove esistono tanti capitalisti senza capitale, tanti businessmen che investono solo se hanno reti di sicurezza politiche che danno loro garanzie di guadagno, tanti imprenditori che puntano sui buoni rapporti con le stanze del potere più che sulla forza delle proprie idee.

Non è un caso, allora, che in un Paese come questo, anche chi a parole si propone di portare un po’ di sano liberalismo in un Paese incrostato dallo statalismo finisca poi per dire, come ha fatto a un certo punto Albertini, che andrà avanti solo se avrà con sé l’Udc (cercando poi l’appoggio di altri pezzi di vecchia politica quando l’UDC ha preso un’altra strada); o per orientare il proprio progetto in direzione di Casini e verosimilmente anche Fini, come fa Montezemolo.

Il coraggio, è noto, uno non se lo può dare: eppure, in economia come in politica, questo Paese ne avrebbe un enorme bisogno. Tempi bui come questi richiedono infatti il coraggio di contare sulla forza delle proprie idee e guardare, come nel famoso detto, non soltanto alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni.

Occorre la voglia di rischiare e di mettere sottosopra lo status quo: è chiaro che, come insegna la public choice, il 10% di un partito esistente può finire col pesare di più del 40% di un elettorato disperso, e che pertanto i partiti esistenti hanno per i nuovi entranti l’attrattiva di poterli aiutare a superare le forti barriere all’ingresso, tirandoli dentro insieme a loro.

Cedere a questo abbraccio mortale di un Casini o di altri pezzi di vecchia politica (vale anche per Renzi che vuol restare nel vecchissimo Pd anche se perderà le primarie che il Pd ha disegnato per farlo perdere) potrà funzionare a ottenere un risultato migliore alle prossime elezioni regionali e politiche (ed è ancora da vedere). Ma sorge più di un dubbio che sia la strada giusta per avere qualche realistica chance di ottenere quella drastica riduzione del peso di tasse e burocrazia che a parole tutti, da Albertini a Montezemolo a Renzi, dicono di volere, e senza la quale il Paese ha di fronte soltanto un’accelerazione del declino o, peggio, l’abisso greco. Ma le parole non bastano: ci vuole anche coraggio e assunzione di rischi, senza i quali nessuna grande impresa è possibile.

*Coordinatore Piemonte Fermare il Declino

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