Le banche italiane tremano per l’arrivo dell’Fmi

Le banche italiane tremano per l’arrivo dell’Fmi

Nei corridoi dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, c’è grande agitazione. È iniziato il conto alla rovescia: a gennaio 2013 i tecnici del Fmi sbarcheranno a Roma per analizzare il sistema finanziario del Paese. Il numero uno dell’Abi, Giuseppe Mussari, ha già rilasciato una dichiarazione di guerra: «Il Fondo monetario internazionale l’anno prossimo fa una valutazione sulla stabilità finanziaria del Paese. Se questo è un percorso per inventarsi un nuovo cataclisma abbiamo tempo per prepararci».

Il timore, ma forse sarebbe più esatto parlare di terrore, è che finisca come con il famoso “esercizio Eba” sul requisiti patrimoniali: un bagno di sangue, con necessità di ricapitalizzare. Questa volta il punto cruciale sono i crediti deteriorati detti anche problematici o dubbi. Si tratta cioè di prestiti “malati”: per i quali la malattia può andare da un semplice raffreddore (partite scadute e che probabilmente verrano saldate, sia pure in ritardo, come gli incagli) ai casi più gravi o letali, come per esempio quando il debitore, famiglia o impresa, è insolvente (le sofferenze). Di fronte a questi casi le banche effettuano svalutazione sulla parte del credito non ritenuta recuperabile, mentre nei casi più gravi (per esempio, dopo una dichiarazione di fallimento), procedono allo stralcio. Comunque scelgano, la cosa che conta è una: quanto fieno in cascina è stato già messo.

Facciamo un esempio schematizzato: un credito di 100 a un costruttore di cui, in base alle informazioni e alle garanzie (ipoteche), si pensa di riuscire a recuperare 20. La perdita attesa è di 80. Un conto, però, è dover affrontare tale perdita in un solo colpo e all’improvviso, un altro conto è arrivare al momento fatale del crac del cliente avendo già svalutato parzialmente il credito, via via che peggioravano le condizioni creditizie del costruttore. La banca prudente che ha già svalutato, mettiamo per 70, avrà da contabilizzare una perdita di 10. La banca rischiosa, che svalutato solo per 30, dovrà invece registrare uno stralcio (=perdita) di 50. L’incidenza degli accantonamenti già effettuati sul totale del credito è il cosiddetto di tasso di copertura: nel caso della banca prudente è del 70%, nel caso della banca rischiosa è del 30 per cento. La domanda che gli osservatori esterni si fanno è: le banche italiane hanno adeguati tassi di copertura dei crediti deterioriati? La visita degli ispettori del Fondo dovrà rispondere a tale interrogativo. E la risposta potrebbe essere la richiesta di nuovi accantonamenti sui prestiti dubbi, che si mangeranno gli utili, e forse anche un po’ di patrimonio, da cui un nuovo giro di ricapitalizzazioni.

Con la recessione economica, peraltro, la qualità del credito sta peggiorando, e secondo l’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia «gli indicatori prospettici prefigurano un ulteriore deterioramento della qualità dei prestiti alle imprese». Nella nota ufficiale del Fmi, si legge che l’analisi fa parte del «Financial sector assessment program, una analisi profonda e omnicomprensiva del settore finanziario che, nel 2010, è diventata obbligatoria per tutti i 25 Paesi con settori finanziari dall’importanza sistemica, come l’Italia, ogni cinque anni». L’ultima volta che gli esperti del Fondo hanno fatto uno screening degli istituti di credito italiani risale al 2006. E la prossima scadenza è attesa con nervosisimo.

La ragione per cui la lobby bancaria grida al complotto è la non comparabilità dei tassi di copertura: l’aggregato dei crediti deteriorati italiani include infatti categorie, come i crediti ristrutturati, che altri sistemi bancari non includono nella defizione di “deteriorati”. I tassi di copertura dichiarati dai vari sistemi bancari nazionali non sarebbero cioè omogeni, e quindi confrontabili. Secondo i Financial Soundness Indicator del Fmi il complesso delle partite deteriorate, e dunque sofferenze, incagli, crediti scaduti e crediti ristrutturati (quelli rinegoziati per andare incontro al debitore e sui quali le banche hanno già contabilizzato una perdita, ndr), si è assestato all’11,7% del totale, con un grado di copertura del 41 per cento. «In due ore di incontro con gli esperti del Fondo abbiamo spiegato loro che il nostro organo di vigilanza ci chiede di considerare crediti deteriorati quattro categorie di impieghi e fa ispezioni continue, mentre in altri Paesi l’approccio è diverso». Il riferimento è alla Spagna, dove i crediti ristrutturati non sono iscritti fra le partite deteriorate. Un dettaglio non da poco: se lo fossero, il complesso dei crediti deteriorati in percentuale sul totale di quelli concessi a residenti salirebbe dall’8,5 al 26 per cento (dati di fine 2011) rispetto all’11 per cento totale dell’Italia. Quel che è più importante, è che la copertura scenderebbe dal 58% ufficiale al 18 per cento. È quest’ultimo dato che va confrontanto con il 41% italiano. Numero che scende al 37,7% (al 30 giugno 2012), secondo l’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria (v. pag. 34) pubblicato dalla Banca d’Italia a novembre. 

Nei giorni scorsi la Spagna ha formalizzato all’Europa la richiesta di salvataggio del sistema bancario, per 36,9 miliardi di euro più altri 2,5 miliardi destinati dal Frob, il fondo di ristrutturazione nazionale delle banche, alla bad bank, ossia una società a cui vengono conferiti tutti i prestiti malandati. I soldi arriveranno dal fondo salva Stati (Efsf) il prossimo 12 dicembre.

Anche l’Italia potrebbe essere costretta a ricorrere alla bad bank? Le elaborazioni dell’Ufficio analisi economiche dell’Abi sui dati di via Nazionale evidenziano una situazione piuttosto preoccupante. L’ultimo bollettino, riferito a fine settembre (vedi pag. 24), mostra sofferenze lorde a quota 117,6 miliardi di euro (+15,3% su settembre 2011), pari al 5,9% degli impieghi (5,1% un anno fa). Per quanto riguarda le sofferenze al netto delle svalutazioni, invece, l’incremento annuo è del 21,6%, pari a 67,5 miliardi, ovvero al 3,46% degli impieghi, in crescita rispetto al 2,86% a settembre 2011. Stando ai bilanci delle banche (vedi infografica), Intesa Sanpaolo ha il tasso di copertura più alto, oltre il 60%, mentre il Banco Popolare quello più basso, intorno al 36 per cento. La tendenza, insomma, è chiara. Che si tratti di ricapitalizzazione o di bad bank le banche di casa nostra storcono il naso. Ed è per questo che l’Abi ha aperto il fuoco preventivo. 

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