Non mi rassegno, mi sento solo un giornalista

Non mi rassegno, mi sento solo un giornalista

Nella sua Opinione di ieri, 21 dicembre, il “collega” Daniele Chieffi, “comunicatore giornalista”, mi tira per le maniche della giacchetta. O meglio, della casacca. Me le rimbocco, e passo a spiegare che cosa, a mio parere, non funziona nei suoi ragionamenti. Non lo faccio molto volentieri, poiché il rischio è che il tutto possa essere interpretato come il solito starnazzare tra giornalisti che, in mezzo ai tanti problemi del Paese, importa a nessuno. Ma correrò quel rischio, fiducioso che infine sarà chiaro che in gioco c’è qualcosa di più importante del prevalere di chi urla più forte nei battibecchi intestini tra i membri della cosiddetta “casta”. In gioco c’è, invece, qualcosa che riguarda molto da vicino i lettori.

Cominciamo da un’affermazione di Chieffi: “Almeno io dico con serenità chi sia il mio padrone”. Una specie di catarsi purificatrice: basta dichiarare chi è il “padrone” per ripulirsi da quelli che gli antichi greci definivano miasmi. Insomma, un po’ come fa il reo confesso che spera in uno sconto di pena per aver ammesso la marachella. In realtà, anche per i “giornalisti non comunicatori”, cioè quelli che lavorano nelle redazioni, non c’è poi un gran bisogno di confessare alcunché. Chi siano i proprietari di giornali e tivù, almeno in buona parte, è un segreto di Pulcinella: vedere l’infografica de Linkiesta di ieri. La catarsi, dunque, potrebbe ben venire anche dalle redazioni. Ma anche lì, ritengo, non a ragione.

È giusta, tutto sommato, l’accusa di Chieffi al giornalista che si ritiene un “eroe romantico” e un “cronista senza paura che sfida i poteri forti”. In realtà, dovrebbe essere più o meno così, ma oggi tutto ciò suona come una specie di favoletta, una minestrina indigesta che sempre meno lettori sono disposti a trangugiare. Per capirlo, basta guardare al tracollo delle vendite in edicola: sarà pure colpa della crisi che svuota le tasche di tutti, ma certo nei consuntivi degli editori c’è anche il segno inequivocabile che la qualità percepita di ciò che esce dalle redazioni è ormai scesa sotto il livello di guardia e che i fiumi di inchiostro disponibili dal giornalaio sono sempre meno meritevoli di acquisto.

A meno che, naturalmente, non ci sia allegato anche un pacco di fusilli, o un telo mare, o un dentifricio in omaggio. Oppure due-tre riviste al prezzo di una sola. E dopo aver ottenuto gli eventuali omaggi, l’inchiostro e la carta si possono anche filare nel cestino senza degnarli di uno sguardo. Lasciamo perdere internet: non è un mistero che lì la qualità, se possibile, è spesso ancora più bassa e che i lettori si bevono le web-notizie a grandi sorsate perché almeno, tranne rare eccezioni, sono ancora gratis. Se e quando saranno a pagamento, vedremo quanti saranno ancora disposti, a parità di qualità dei contenuti, a gonfiarsi il ventre.

Ma dopo aver chiarito questo, ahimé, sono costretto a rilevare che Daniele Chieffi scivola sulla classica buccia di banana e rischia di cadere vittima delle sue stesse accuse ai “giornalisti di redazione” quando, parlando dei colleghi “comunicatori aziendali”, afferma che “chi si occupa dei rapporti con la stampa per una grande azienda ha come primo comandamento non quello di tacere la verità, ma che l’informazione sulla sua azienda sia la più corretta e veritiera possibile”. Ohibò: quella del comandamento assomiglia all’altra favoletta alla quale non crede quasi più nessuno, un’altra minestrina indigesta almeno quanto la prima.

Chieffi, ovviamente, dice solo una mezza verità quando afferma che l’azienda fa pressioni sul “comunicatore” perché è convinta che “ogni proprio sussurro meriterebbe la prima pagina sul Wall Street Journal”. In realtà, il “collega” omette l’altra mezza verità, che poi finisce per essere quella che conta davvero: le aziende vedono di buon occhio i sussuri, ma solo se dicono che tutto va a gonfie vele. Se invece il WSJ spiffera che le vele sono flosce o che la nave fa acqua, guai al “comunicatore” che, contattato dal giornalista, non è stato in grado di impapocchiarlo a dovere. E, talvolta, guai anche al giornalista che ha avuto la pessima idea di non farsi impapocchiare.

Un po’ di autoanalisi bisogna pur farla. Sarò solo io a imbattermi in “comunicatori aziendali” (con o senza tesserino da giornalista, poco importa) che spesso cercano di impapocchiarmi a oltranza? Per carità, è sempre possibile che io li attiri come una calamita, ma almeno mi si conceda il beneficio del dubbio: è possibile, ma improbabile. E sono sempre io, giornalista con il “complesso di superiorità sociale”, a pensare malignamente che la storia costruita “nella migliore maniera possibile” di cui parla Chieffi coincide troppo spesso, guarda caso, con quella più favorevole o meno scomoda per l’azienda?

Sono solo io a digrignare i denti dalla rabbia quando il “comunicatore aziendale” mi vieta espressamente, per precisa disposizione “corporate”, di parlare, se non in sua presenza, con l’amministratore delegato di un’azienda furbacchiona o con un politico che ne ha combinata una di troppo? Sono ancora io l’unico a sentirmi “suggerire” di consegnare la traccia scritta delle domande per la cosiddetta “intervista” e, terminato l’articolo, a essere cortesemente invitato a sottoporlo al “comunicatore” per le eventuali correzioni talvolta smentiscono le dichiarazioni (registrate) dell’intervistato? Probabilmente è frutto di un mio strano delirio onirico, ma mi sento assai più soddisfatto del mio lavoro se riesco (per fortuna, spesso) a svicolare tra trincee e fili spinati o, magari, a infischiarmene del tutto del “comunicatore” per parlare direttamente con l’amministratore delegato.

In realta, la teoria di Chieffi sul “fare bene il (suo) mestiere” funziona, e nemmeno sempre, solo in un caso: quando il giornalista accetta di “costruire insieme la notizia”, cioè insieme al “comunicatore aziendale”. Insieme? E se il giornalista non ci sta e fa tutto da solo? In quel caso, spesso è lui ad aver fatto bene il suo mestiere. Ma a quel punto, quello del comunicatore è perfettamente inutile. Anzi, tra domande anticipate, risposte precotte e insipide e correzioni che pretenderebbero di far piazza pulita di registrazioni e appunti, quel suo lavoro rischiava probabilmente di essere addirittura dannoso per la qualità dell’informazione fornita al lettore. Non prendiamoci in giro: se il “comunicatore aziendale” ha svolto davvero bene il suo mestiere, spesso e volentieri chi l’ha svolto male è il giornalista in redazione. O viceversa. Ai lettori: attivate i sensori d’allarme e diffidate delle argomentazioni contrarie.

Forse è vero che quella di fornire “informazioni corrette e veritiere” è prerogativa dei veri “comunicatori aziendali” professionisti come Chieffi. Cioè, par di capire, quelli bravi. Chapeau e onore al merito. Ma io gli domando: quanti sono? Lui lo sa e io anche: pochi. Ma potrebbe ribattere: “E i bravi “giornalisti di redazione” (cioè, par di capire, quelli “indipendenti” e non “prezzolati”) quanti sono? E qui lo stupirei rispondendogli: forse ancora meno. Già: udite, ho scarsa stima sia dei pessimi “giornalisti-comunicatori aziendali”, sia dei pessimi “comunicatori-giornalisti di redazione”. Aziende e redazioni ne sono piene, e sono convinto che Chieffi, come me, ne conosca a centinaia di ambedue le categorie. Ma smentendo il famoso detto “cane non mangia cane”, confesso: butterei nel caminetto i tesserini degli uni e degli altri, e assisterei impassibile sia al falò, sia alla levata di scudi di entrambi.

Detto ciò, però, continuo a ritenere che Michele Fusco abbia cento ragioni nel giudicare irrimediabilmente diversi e lontani il ruolo dei giornalisti e quello dei comunicatori aziendali, muniti o meno di tesserino dell’Ordine. Quindi, sono molto spiacente, ma getterei nel caminetto anche quello di chi, come Chieffi, afferma di aver vestito entrambe le casacche, ma oggi ne indossa una che, nella fattispecie, esibsce i colori sociali della sua banca. Suvvia, ammettiamolo: Chieffi ha cambiato mestiere e in realtà veste una casacca double-face, ma non mi pare buona sartoria. E, per favore, niente catarsi riparatrici, né sconti di pena. Ovviamente, non è questione di meriti o demeriti personali: nulla so del lavoro di Chieffi e, violazioni deontologiche a parte, soffierei volentieri sulla grande pira dei tesserini anche solo per quello che ritengo un aspetto fondamentale: la totale incompatibilità dei ruoli.

Un Ordine professionale che ogni tanto li sanziona i giornalisti ce l’hanno, i “comunicatori aziendali” invece no. A meno che, ovviamente, non siano anche giornalisti. A suo tempo, i “giornalisti” Maria Teresa Ruta, Afef Jnifen e lo straordinario e compianto Michael (Mike) Bongiorno, per tacer di altri, sono stati sanzionati dall’Ordine con l’identica motivazione: “un giornalista non può prestare il nome, la voce e l’immagine per iniziative pubblicitarie incompatibili con la tutela dell’autonomia professionale”. Se è così, qualcuno dovrà pur spiegare perché non c’è, né mi risulta ci sia mai stata, neppure l’ombra di una sanzione per il “giornalista comunicatore aziendale” che veste una casacca aziendale e che ha, tra i suoi compiti istituzionali, anche quello di redigere comunicati stampa, firmati col suo nome, che troppo spesso sono degli appassionati magnificat per le attività di chi gli fornisce quella casacca e, incidentalmente, anche lo stipendio.

Certo, la legge 150/2000, che personalmente ritengo scandalosa anche se i suoi intenti erano benevoli, impone l’utilizzo di giornalisti professionisti negli enti pubbici. È una legge, e dunque va rispettata, ma nulla dice per quanto riguarda le aziende private. Ma considerando queste ultime, si può affermare che i comunicati stampa aziendali contengano informazioni indipendenti e imparziali come quelle che ogni buon giornalista dovrebbe fornire? Prevengo la prevedibile obiezione: il beneficiario del comunicato stampa non è un lettore frse sprovveduto e da tutelare, ma un giornalista abituato a destreggiarsi tra verità, verità parziali e fandonie colossali.

Tutto vero, ma questo diminuisce forse le responsabilità del comunicatore e, soprattutto, del “giornalista comunicatore aziendale” che ha messo insieme il documento? Lascio in sospeso entrambe le risposte e mi limito a una riflessione: qualora l’Ordine decidesse di occuparsi della faccenda, sarebbe interessante capire quale peso potrebbe avere un’argomentazione difensiva del “giornalista comunicatore d’azienda” che affermasse con ammirevole trasparenza “Almeno io dico con serenità chi è il mio padrone”.

Caro Chieffi, concludo con un no. No, e ancora una volta, no. Personalmente, sono e mi sento solo un giornalista, e non un comunicatore, se non altro perché ho ancora la possibilità e la voglia di scoprire i fatti e di cercare gli editori che pubblichino ciò che ho scoperto, magari non trovandoli. Tu non hai bisogno di scoprire gli uni, né di trovare gli altri: i fatti, o quello che sembrano, ti arrivano dall’alto e la loro pubblicazione è garantita: basta che non ti togli la casacca aziendale per mostrarne l’altro lato, quello del giornalista.

Quel che è sicuro, e sfiderò a duello chiunque affermi il contrario, è che non sono un “comunicatore aziendale”, anche se i giornali per i quali scrivo sono pur sempre aziende, compreso quello che mi ospita ora. Perché l’unica casacca che indosso non è double-face: davanti porta impresse solo le sei cifre del mio tesserino e, nella fodera, le regole deontologiche che comporta l’averlo in tasca. E chi, per scelta o per ruolo, non vuole o non può rispettare quelle regole, nelle aziende come nelle redazioni, restituisca il tesserino. O lo getti nel caminetto.
 

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