Stakanov, le idee cambiano le cose (anche in Urss)

Stakanov, le idee cambiano le cose (anche in Urss)

«Le persone risolvono tutto», si ripeteva in giro. Il partito lo aveva capito (o lo aveva deciso?), e in quegli anni (la seconda metà degli anni ’30), cercava nuovi metodi di produzione per raggiungere il livello dei paesi occidentali. Era la giovane Russia sovietica dei piani quinquennali, dello sviluppo forzato, dell’espansione a tutti i livelli delle forze produttive, dalle scarse risorse tecniche ma dagli obiettivi immensi. Si faceva la fame, ma intorno crescevano i colossi dell’industria pesante. Macchinari e carbone, miniere ed estrazioni, sopra e sotto la terra. È qui, in questo tempo, che si svolge la storia di Alexey Grigorievich Stakanov.

Non lo sapeva, quando entrò nella prima volta in miniera, che il suo nome sarebbe diventato glorioso. I bambini nelle scuole sovietiche lo avrebbero studiato sui libri di testo, e sarebbe entrato nelle lingue di tutto il mondo (ma non nel russo). Stakanov divenne per tutti il lavoratore indefesso e instancabile, ma anche un simbolo di tutta la Russia sovietica, del riscatto di un popolo e di un’idea. Eppure, nel suo vivere, c’erano i semi di altro. Di un principio, quello dell’innovazione e del coraggio di rompere gli schemi in cui si vive.

Stakanov, al centro
Era nato povero, il 3 gennaio del 1906. La sua era una famiglia di contadini di Lugovaya, vicino a Orel. Cresce facendo il bracciante nei campi, e occupandosi del bestiame. Silenzioso, schivo, ama osservare quello che avviene attorno a lui. Come studi, aveva fatto poco: una scuola agricola di base frequentata solo per tre inverni. Sapeva a malapena leggere e scrivere. Non vedeva, nel suo futuro, molto altro che non fosse lavorare nei campi, ma non aveva ciò che più gli serviva: un cavallo. Allora andò nel 1927 in miniera, a Kadievka nella regione del bacino del Donec/Donbass(oggi in Ucraina), a estrarre carbone nella miniera “Irmino-centrale”. Una delle eccellenze russe in fatto di estrazione. «Il Donbass è la regione senza la quale gli ideali di costruzione socialista resterebbero solo un esempio di buona volontà», avrebbe detto Lenin. Lì, Stakanov sperava di fare qualche soldo per potersi comprare il cavallo.

Iniziò come conducente dei carri di trasporto. Poi, dopo sei anni di osservazione, cominciò a martellare. La sua prestanza fisica (alto, muscoloso: il suo pugno era grande come la faccia) garantiva resistenza allo stress. Era un lavoratore come tanti altri: fumava poco, beveva poco, era schivo e non creava nessun problema. Anonimo, non sarebbe mai passato alla storia se, come si racconta, quando l’onda arrivò, non avesse avuto già in mente la sua idea. Nella vita di Stakanov resta difficile distinguere la realtà dal mito (prima propaganda di partito, poi vera e propria leggenda), se davvero le due cose sono distinguibili.

Resta il fatto che, il momento arrivò. Di fronte ai miglioramenti tecniche delle miniere sovietiche, a Centrale-Irmino le cose stavano peggiorando. Vicino, già nel 1929, a Kartashov, partì l’iniziativa di ridurre il tempo di trasporto del carbone fuori dalla miniera da 8 a 4 ore. Ci riuscirono. Da Gorlovka, invece, prendeva piede il movimento Izotovskista, che si basava sul principio di trasmissione delle tecniche agli operai più capaci per dividere le responsabilità e i compiti. La gara era cominciata, ma Centrale-Irmino era rimasta indietro. Per i dirigenti come Konstantin Petrov che in caso di sottoproduzione rischiavano il confino, era un problema.

Si pensò di chiedere consiglio agli operai, e uno per uno vennero consultati. Quando fu il turno di quell’operaio silenzioso, arrivò la soluzione. «Ci penso da tempo», avrebbe risposto. «Si dovrebbe suddividere il lavoro. Chi taglia via il carbone, dovrebbe fare solo quello. Dietro di lui, dovrebbero muoversi gli sbozzatori, e fare solo quello. E anche gli impalcatori». Lavoro organizzato. Petrov si fidò.

Il giorno della dimostrazione fu il 30 agosto 1935. Stachanov sapeva fare tutto, dall’estrazione alla sbozzatura, e per questo si muoveva a suo agio a capo de due aiutanti che aveva con sé, che si occupavano della costruzione dei puntelli. Li guidava e li assisteva mentre, lui, quasi a ritmo interrotto, continuava a estrarre, con il martello pneumatico, il carbone. Era bravo anche perché, si spiegherà, aveva fatto un corso per imparare a utilizzarlo.

Quella notte c’era anche Petrov, che pensava all’illuminazione («illuminava anche la mia anima», faranno dire a Stachanov sulla Pravda) un cavallo, e qualche bottiglia di vodka. Il risultato fu incredibile: 102 tonnellate di carbone in cinque ore e 45 minuti. Quattordici volte la media. La comunicazione fu subito inviata al Comitato Centrale, e di lì a poco venne diffusa in tutta la Russia. L’impresa fu ripetuta a settembre, e il risultato migliorò ancora: 227 tonnellate. Ci volle poco: Stakanov divenne leggenda.

Il Partito decise di rendergli onore attraverso una serie di riconoscimenti: l’iscrizione nel registro d’onore dei migliori minatori della città; un premio in denaro (un parte della sua paga mensile); un nuovo appartamento, con tanto di arredamento, cuscini e, novità    assoluta, un telefono; due abbonamenti (per lui e la moglie) per tutta la vita al circolo culturale e al cinema. E poi, titoli sui giornali e celebrità globale, fino ad arrivare alla copertina su Time. La Russia aveva battuto l’occidente? Non proprio.

Stakanov, in realtà, dimostra altre cose. Aveva avuto l’idea per cambiare le cose. In più, il coraggio di attuarla quando, nelle maglie di un sistema irregimentato e duro come quello sovietico, si era aperto uno spiraglio, cioè quando è arrivata l’onda della storia. Sono doti che servono anche altrove, e che fanno la fortuna di chi sa osare, altrove, cioè, in luoghi del mondo dove questo sia permesso.

La sua vita cambia, dopo il record. Stalin lo tolse dalla miniera e lo mandò a studiare all’Accademia Industriale, e gli costruì la carriera, fino a portarlo al ministero dell’Industria del Carbone. Ma l’arrivo di Kruscev, nel 1953, segnò anche la sua disgrazia. Volle far piazza pulita dei simboli staliniani e nel 1957 allontana Stakanov da Mosca (con divieto di accesso) e lo “esilia” di nuovo nel Donbass, a Torez, dove diventa assistente dell’ingegnere capo nell’amministrazione. La famiglia non lo segue, e rimane solo. Comincia a bere, molto più di quando, da giovane, stava con i compagni minatori. Divenne alcolizzato, e si chiude in sé. Appena comincia a soffrire di problemi vascolari, in seguito a un colpo, viene ricoverato (per carenza di posti, lo portano in una clinica psichiatrica). Riceve un secondo riconoscimento, da Breznev, nel 1970, ma è troppo tardi. Morirà, solo, il 5 novembre del 1977. Dopo la sua morte, la città di Kadievka, dove aveva compiuto il record, verrà ribattezzata Stakanov, in una forma di riabilitazione postuma ipocrita e colpevole.

La statua di Stakanov a Kadievka

Stakanov era l’eroe russo degli anni della costruzione dell’Unione Sovietica, bandiera nazionale e mondiale di un riscatto perseguito a ogni costo, contro il tempo e la storia. Il suo record, narrato al popolo russo dalle pagine dalla Pravda, assume i colori del mito, sospinto con forza dalla propaganda. Ma sono state molte le ricostruzioni alternative, che smentiscono i risultati di Stakanov e sostenengono che, quella notte di agosto del ’35 fosse tutta una messinscena messa in piedi dal partito per rianimare la truppa. La verità, dicono, è che Stakanov non era da solo, ma è stato dato solo a lui il merito. Dicono anche che non si chiamava nemmeno Alexey, ma Andrey. Fu la Pravda a sbagliare, con un refuso, il nome. Quando lui lo segnalò a Stalin, la sua risposta fu gelida: «La Pravda non fa refusi». E gli fu dato un nuovo passaporto. Come sia andata, non è chiaro. Di sicuro, sarebbe sua l’idea di una nuova forma di razionalizzazione del lavoro, l’intuizione che regala alla miniera il progresso.

E così, la storia di Stakanov può essere quella di un operaio geniale e innovativo, finito vittima di un sistema che, dal buio sotterraneo della miniera, lo scaglia ad altezze sovrumane, lo incastona nella storia e, appena terminato il suo compito, lo lascia ricadere a terra. Può essere la storia del contadino che voleva soltanto un cavallo, si presta alla migliore macchinazione di partito, forse finalizzata anche al bene dello Stato, che giunge a ingannare anche i media occidentali. Fin dove è verità, leggenda, bugia e propagada, ormai non è più nemmeno importante sapere. Stakanov, dopo aver regalato al paese un’idea innovativa e, più ancora, un vero proprio eroe da imitare e venerare per generazioni, è morto, solo, abbandonato, nel gorgo dell’alcol. Resta duro sapere che è così che la grande madre Russia trattò uno dei suoi figli più cari.