Caro Monti, l’interesse del Paese vale più del Senato

Editoriale

Nel leggere i retroscena mattutini sul Corriere della Sera e Repubblica, colpisce il dilettantismo politico e l’ambizione svolta male di cui si sarebbe macchiato ieri sera il premier Mario Monti, a dispetto di un irritato Giorgio Napolitano, costretto a stopparlo sulla via del Senato.

Il fatto non è secondario né relegabile sotto l’etichetta dei rumor di palazzo nelle ore febbrili delle consultazioni. Monti, raccontano i bene informati, ha infatti immaginato di costruirsi un’uscita dal pantano di governo puntando alla presidenza di palazzo Madama, dentro una logica di alleanza con il Pd e un aventino tattico del Pdl. Sembrava un’operazione quasi riuscita, il premier era già pronto a nominare un vicario a palazzo Chigi per gli affari correnti, richiamando l’esempio ulivista degli anni Prodi-D’Alema, a quel tempo avallato dallo stesso Napolitano seppure in altri ruoli. Questo almeno avrebbe insinuato Monti, non senza malizia, ieri sera al Colle.

Se le ambizioni politiche sono sempre legittime, quand’anche coltivate da professori bocconiani abituatisi in fretta alle regole e alle tentazioni dei palazzi romani, la cosa che più colpisce nel disegno di Monti (al netto della praticabilità giuridica del cambio in corsa su cui i costituzionalisti si dividono) è la sottovalutazione del danno di immagine internazionale che ne deriverebbe. L’Italia è un paese sotto i riflettori, convitato di pietra all’ultimo Consiglio europeo, la sua economia stagnante e il suo debito preoccupano al pari dello stallo politico uscito dalle urne. Per questo l’abbandono anticipato di palazzo Chigi da parte di un premier considerato all’estero esempio di garanzia, stabilità ritrovata e autorevolezza, dopo gli anni allegri di Berlusconi, e per giunta per planare su un’altra poltrona ambita, sarebbe valutato ben peggio che un delitto: un clamoroso errore politico così poco in linea con la retorica emergenziale di questi mesi. Proprio da Monti, non ce lo saremmo aspettati.

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