“Ci sono talpe nel servizio centrale di protezione”

Parla l'ex esponente della ’ndrangheta

Luigi Bonaventura ora ha paura. Dopo aver deciso di cambiare vita e aver rischiato di morire per aiutare lo Stato, oggi si sente solo. Arrestato nel 2006 per uno scontro a fuoco con il padre, Bonaventura è rimasto senza scorta, a sette anni dal suo pentimento. Non da ultimo, ha anche denunciato continue pressioni nei suoi confronti e verso la sua famiglia, da parte di affiliati alla ‘ndrangheta. L’ex boss però non ha cambiato idea, vuole continuare a collaborare. Così dalle parole si è passati ai fatti. Nel luglio 2011, a 100 metri dalla sua abitazione, situata nella località protetta in cui vive ancora oggi con la sua famiglia, è stato ritrovato un arsenale custodito in un magazzino. E pochi mesi fa Bonaventura è venuto a conoscenza di un particolare inquietante, riguardo quello stesso ritrovamento. Ce lo racconta in un’intervista che ha concesso a Linkiesta.

Bonaventura, cominciamo dall’inizio. Perché è stato arrestato?
Sono stato arrestato nel dicembre del 2006, per aver risposto al fuoco aperto contro di me da mio padre, che mi aveva teso un agguato la sera del 19 settembre del 2006. Mi è stata riconosciuta la legittima difesa, ma dopo un’ulteriore denuncia di mio padre, sono stato rinviato a giudizio. Il processo è ancora in corso a Crotone.

Perché suo padre le ha sparato?
Tutto è cominciato nel 2005, quando comunicai alla famiglia la mia decisione di collaborare con la giustizia. Dissi loro che volevo rompere con la ‘ndrangheta e che avrei pagato per ogni mia responsabilità. Ho capito subito, però, che sarebbe stato difficile allontanarmi da loro.

La famiglia non accettò la sua scelta?
All’inizio mi dissero che se avessi portato a termine altri due “lavori”, cioè se avessi ucciso altre due persone, mi avrebbero lasciato libero di seguire la mia strada.

E invece?
Successivamente mi fecero capire che non potevano più liberarsi di me. Ero membro della ‘ndrangheta da anni, ed ero stato battezzato dai capi della famiglia. Ormai venivo considerato il reggente del clan Vrenna-Bonaventura di Crotone. In qualche modo ero insostituibile.

Come ne è uscito?
Parlai con mio padre e mi dissociai da alcuni fatti di sangue compiuti dal clan. Soprattutto, mi rifiutai di eseguire l’ordine di uccidere altra gente. Persone che avevano già pagato abbastanza durante la loro esistenza, triste almeno quanto la mia. Così, nel febbraio del 2007 presi contatto con il procuratore di Catanzaro Staglianò, e gli comunicai la mia decisione di collaborare con la giustizia.

Ha più sentito la sua famiglia?
Non più, ma in compenso persone riconducibili al clan hanno bussato più volte alla mia porta. Emissari della famiglia mi hanno invitato spesso a bere un caffè, per ripensare alla mia scelta. Io mi sono sempre rifiutato, perché ho deciso di collaborare con la giustizia soprattutto per dare un futuro dignitoso ai miei figli. Non tornerò indietro.

È vero che ha ricevuto minacce di morte?
Mesi fa una persona vicina al clan Ferrazzo di Crotone mi ha confessato che, se avessi accettato di incontrare gli emissari del clan, sarei stato ucciso. Volevano uccidermi, e quei continui inviti a incontrarmi non erano altro che abboccamenti per adescarmi. Capisce che per me, quel caffè, sarebbe stato molto amaro da bere.

Come hanno fatto a scoprire dove viveva?
La ‘ndrangheta sapeva dove trovarmi perché ci sono delle talpe all’interno del Servizio centrale di protezione. 

Lei per primo, però, ha rivelato a un quotidiano la località dove viveva.
È vero, ma l’ho fatto solo quando mi sono accorto che ormai non era più un segreto. Perché lo Stato mi ha mandato proprio in questa regione, dove sono presenti esponenti di ben quattro famiglie di ‘ndrangheta, come i Garofalo, i Ferrazzo, i Cosco e i Vrenna? Questo sarebbe un territorio protetto?

Le sue accuse sono pesanti. Che prove porta a sostegno della sua denuncia?
Le racconto solo un episodio. Nel luglio 2011, quindi durante il mio periodo di collaborazione, è stata rinvenuta una santabarbara a 100 metri dall’abitazione in cui vivevo con la mia famiglia. In un magazzino erano conservate armi di ogni genere, pistole, fucili e Ak-47. E l’affittuario del magazzino era Felice Ferrazzo, arrestato a Milano.

Quale sarebbe il legame con il Servizio di Protezione del Ministero?
Sa chi era il proprietario del magazzino affittato a Ferrazzo? La moglie dell’ispettore capo della Digos, addetto alla mia scorta. Sua moglie aveva concesso il magazzino in affitto a Ferrazzo, noto affiliato alla cosca omonima.

I giudici le hanno creduto?
Sì, infatti, in seguito alle mie denunce, mi è stata cambiata la scorta e sono passato sotto la tutela del corpo dei Carabinieri. Fino al marzo scorso, invece, ero seguito dal Servizio Centrale di protezione, che fa capo alla Polizia di Stato.

Lo Stato, quindi, le ha assegnato una scorta.
Non è una vera e propria scorta, si tratta di uomini che mi accompagnano negli spostamenti in tribunale. Attualmente mi trovo senza protezione, e temo per la mia famiglia e per me stesso. Ho chiesto una nuova scorta, ma le mie domande sono state rifiutate. Vogliono trasferirmi in un’altra località protetta, ma ho rifiutato.

Se si sente in pericolo, perché ha rifiutato?
Vogliono obbligarmi ad accettare senza riserve il trasferimento, consentendomi di indicare eventuali preferenze, ma senza vincolo alcuno per lo Stato. Sono disponibile a indicare un’altra località, ma previa garanzia di riservatezza e sicurezza. Come ho già denunciato a diverse procure, non ho alcuna fiducia nel Servizio di Protezione. Voglio essere certo che non vengano adottati gli stessi criteri adottati a Termoli, perché sono stati questi a far scoprire alla ‘ndrangheta dove mi trovo, e non certo le mie interviste.

Pensa di interrompere il periodo di collaborazione con la giustizia?
Sono deluso dalla mancanza di controlli, e dagli abusi che ho subito in questi sette anni di servizio reso allo Stato, ma voglio continuare a collaborare e non uscirò dal programma di protezione. Credo in quello che sto facendo, e voglio essere di buon esempio per i miei figli. È solo per loro che sono arrivato fin qui.  

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