Il grillino ex Cgil: «Anche il sindacato è casta»

Le new entry in Parlamento

Francesco Campanella, senatore grillino eletto in Sicilia, ha un passato da sindacalista nelle fila della Cgil. Quarantotto anni, formatore di professione presso il dipartimento del Bilancio della Regione Sicilia, Campanella ha una formazione eclettica raccolta tra le aule di Filosofia, Scienze Politiche e poi Lettere a Palermo. «Ma sostanzialmente di sinistra», dice lui, che ha avuto un tesserino del Pds prima e di Rifondazione Comunista poi. Oggi, alla vigilia dell’ingresso in Senato, si prepara col gruppo a guidare due battaglie: riformare i sindacati e rendere meno «eterei» i lavori dei non garantiti.

Campanella, da ex-sindacalista come spiega l’attacco di Grillo ai sindacati? Vanno aboliti?
I sindacati hanno una struttura complessa. La maggior parte degli iscritti si unisce per rappresentare le loro istanze. Per i vertici invece il discorso è diverso: hanno fatto del ruolo di rappresentanti la loro professione. È qui che vogliamo riformare: il Movimento 5 stelle è contrario al professionismo politico. E di conseguenza lo è anche al professionismo di rappresentanza sindacale. Serve un limite all’attività sindacale esattamente come per la politica.

Ne farà una battaglia in Senato?
Sì, mi piacerebbe trasformare il sindacato. Ma noi non vogliamo abolirlo . Anzi, gli istituti di partecipazione vanno preservati dal deterioramento, sia esterno che interno. Devono essere un’associazione di lavoratori che porta avanti una posizione comune, non uno strumento per ottenere potere e privilegi.

Quali sono gli altri sui obiettivi?
Il più importante di tutti: la salvaguardia del lavoro dipendente. È stato devastato negli ultimi anni, dalla Legge Biagi in poi, siamo in una situazione di precarietà diffusa, con i lavoratori garantiti contro quelli, diciamo così, con una posizione contrattuale eterea. Ora bisogna trovare la quadra, tra le esigenze di flessibilità delle aziende e la possibilità per i lavoratori di avere un maggiore livello di sicurezza e anche di reddito.

Crede sia possibile un dialogo in Senato con le altre forze politiche?
Noi abbiamo un programma articolato con punti precisi, alcuni non sono trattabili. Lavoreremo per portare in porto questi obiettivi. Cercheremo di parlare coi colleghi dei partiti. Ma abbiamo un certo livello di diffidenza, e la supereremo quando ci saranno disponibilità concrete al dialogo.

Apertura al dialogo con Bersani?
Nei discorsi di Bersani vediamo solo una grande indeterminatezza di proposte. Il Pd ha fatto una presentazione interessante sul piano formale ma mi sembrano ragionamenti destinati a non realizzarsi. Mi sembra di rivedere lo stesso atteggiamento che ebbe l’Ulivo con Rifondazione Comunista nel 1996: l’Ulivo ne chiese l’appoggio ma poi fece una politica che non teneva conto dei suoi punti. E quando allora rifondazione Comunista si tirò fuori, fu considerata irresponsabile perché consegnava il paese a Berlusconi. Ho paura che succeda di nuovo la stessa cosa.

È possibile per il Movimento 5 Stelle collaborare con altre forze politiche?
Una collaborazione è difficile a prescindere, perché tutti i partiti in Parlamento sono costituiti in modo diverso dal nostro Movimento. Per noi il collegamento con i nostri attivisti è continuo e direi, ontologico: è la nostra ragion d’essere. C’è un cordone ombelicale tra eletti ed elettori. Ogni volta che dobbiamo decidere una linea – non una singola posizione, ma una linea – noi dobbiamo confrontarci con tutti gli elettori. Il Pd invece, come ogni altra forza politica oggi in Parlamento, ha dai suoi elettori una delega ampia, una delega che noi non vogliamo. Per questo abbiamo più volte detto che non vogliamo fare alleanze organiche, vogliamo la sostituzione della vecchia classe politica. Possiamo ragionare su singoli interventi, su progetti parziali e concreti.

L’unica soluzione allora è un governo di minoranza grillino con soluzioni concordate di volta in volta?
Sì. Per questo diciamo che non voteremmo mai un governo dei partiti. 

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