Le Coree in “stato di guerra”, ma Seoul è tranquilla

Da martedì 26, l’artiglieria è in stato di massima allerta

Anche per chi è abituato alle tensioni nella Penisola, la sveglia questa mattina è stata insolitamente tesa. L’agenzia di stampa della Corea del Nord, la KCNA, afferma che le relazioni inter-coreane sono in uno “stato di guerra” – che la situazione in cui Pyongyang e Seoul non sono “né in pace né in guerra” non tiene più.

Da martedì 26, l’artiglieria è in stato di massima allerta (combat readiness posture No. 1), per preparare missili strategici a media e lunga gittata capaci di raggiungere persino gli Stati Uniti continentali. È la reazione, proprio il giorno in cui si commemoravano tre anni dall’attacco alla corvetta Cheonan che costò la vita a 46 marinai sudcoreani, all’impiego di B-52 americani nel quadro delle esercitazioni congiunte Foal Eagle che Seoul e Washington hanno avviato il primo marzo. Ben più prossime, le basi nelle Hawaii, a Guam e soprattutto in Corea del Sud sarebbero, in teoria, i veri obiettivi. Per chiarire il punto, il Rodong, giornale del Partito dei Lavoratori, ha pubblicato una foto in cui vari alti ufficiali discutono attorno ai piani per colpire la costa occidentale degli Stati Uniti.

In segno di protesta contro le nuove sanzioni che, a seguito del test nucleare del 12 febbraio (il terzo dal 2006), il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha imposto l’8 marzo, Pyongyang aveva già dichiarato nullo il patto di non-aggressione del 1991; ha successivamente congelato tutte le comunicazioni telefoniche con le forze armate del Sud, che servono per ridurre il rischio di malintesi e per proteggere i pendolari che lavorano al Kaesong Industrial Complex.

Secondo il portavoce del ministero della Difesa sudcoreano, Kim Min-seok, il rischio di un attacco è limitato. Si tratterebbe dell’ennesimo tintinnare di sciabole di Kim Jong-un per guadagnare spazio nelle negoziazione con Seoul e Washington, nonché con Pechino. A Seoul per il momento la vita scorre pali pali (presto presto) come al solito – e nulla intacca l’attesa per la presentazione della nuova canzone di Psy il 13 aprile, avrà lo stesso successo planetario di Gangnam Style? Più prosaicamente, come tutte le mattine anche oggi ci sono pendolari che attraversano la frontiera per andare a Kaesong.

Insomma, se l’obiettivo di Kim Jong-un è innescare una guerra psicologica, non è stato raggiunto. Il Segretario alla Difesa Chuck Hagel ha però detto che il Pentagono prende “molto seriamente” le provocazioni del Nord, anche se le esercitazioni sono soltanto una routine annuale, che serve a rassicurare gli alleati che possono sempre contare sulla preparazione degli Stati Uniti per evitare i conflitti.

Come ogni volta che si parla di Corea del Nord, ci si avventura in interpretazioni azzardate, quando l’unica cosa certa è che nessuno sa molto del Paese e soprattutto della sua leadership. Quello che invece è certo è anche la Repubblica Popolare Democratica di Corea è una nazione dinamica, nel senso che le cose cambiano, e che le azioni del suo governo rispondono a una razionalità. Malgrado la vulgata abbia a lungo sostenuto il contrario, né il nonno né il padre del Grande Compagno erano dei Dottor Stranamore.

L’obiettivo primario del regime è la propria sopravvivenza. Vedendo quello che è successo in Iraq e Libia e assistendo all’indebolimento di altri regimi amici come Iran, Siria e Venezuela (nonché all’apertura politica birmana), la Kimarchia teme di finire appesa a un palo, oppure tradotta di fronte alla Corte penale internazionale. Fare la voce grossa serve a Kim Jong-un, al potere da appena 15 mesi senza aver accumulato nessuna esperienza, per dimostrarsi all’altezza dell’illustre progenie. Farla troppo grossa, magari lanciando ai suoi accoliti segni ambigui che scatenino il putiferio, rischia però di mostrare il bluff.

Ma c’è anche un argomento più sottile, quello della sovranità del Paese. Nei 60 anni dall’armistizio del 27 luglio 1953, ogni mossa di Pyongyang ha avuto come obiettivo salvaguardare la propria capacità di decidere il destino nazionale, senza dipendere da altri. Non è tanto un cavillo ricordare che il Nord non ha mai ospitato truppe straniere sul proprio territorio. E che ha saputo volgere a proprio favore la vulnerabilità alimentare, in particolare con la Cina, che teme più di ogni altra cosa l’improvvisa dissoluzione di un paese che ha tra le sue caratteristiche quella di fare da cuscinetto con la Corea del Sud, per l’appunto.

Da quando si è ritirata dal Trattato di non proliferazione, nel gennaio 2003, paradossalmente la politica nucleare nord-coreana ha guadagnato legittimità giuridica; in compenso, dopo il fallimento del dialogo, gli americani esigono gesti concreti. L’attitudine è la pazienza strategica, nulla accade, ogni tanto Pyongyang minaccia, giovando sul fatto che a Seoul non hanno ancora ben deciso cosa fare. Sicuramente non verrà continuata la linea dura che Lee Myung-bak ha seguito negli ultimi cinque anni; è altrettanto improbabile che si torni alla Sunshine policy del centro-sinistra di Kim Dae-jung e Roh Moo-hyun

Cosa però sia la Trustpolitik che Park Geun-hye vuole instaurare nessuno lo sa. Il nonno di Kim Jong-un a Park Geun-hye ha ucciso la madre, quindi nessuno potrebbe accusarla di essere debole di fronte al Nord. Eppure anche i più ben intenzionati temono che la roadmap delineata per costruire fiducia reciproca – prima aiuto umanitario, dopo cooperazione allo sviluppo agricolo e forestale, infine grandi investimenti in cambio dell’abbandono al nucleare – sia irrealista. Cosa definisce la sicurezza nazionale del Sud? Dove sta la linea rossa invalicabile? Come reagire alle accuse di appeasement?

Al Nord, la propaganda e il lavaggio del cervello cui la popolazione è sottoposta costantemente, oltre che la paura e l’assenza d’alternative politiche, spiegano l’approvazione eccitata e l’orgoglio con cui la popolazione reagisce a ogni lancio missilistico. Per non parlare poi di quello satellitare di dicembre 2012. Ma il quadro è più complicato.

Certamente la grande fame degli anni Novanta ha lasciato in eredità migliaia di orfani: ma ai nordcoreani è stato insegnato che dopo la guerra il Sud metteva in adozione internazionale neonati e bambini (almeno 150 mila), mentre Kim Il-sung aveva creato la scuola rivoluzionaria di Mangyondae per fare degli orfani la nuova generazione di dirigenti. La retorica della famiglia Kim come una serie di capifamiglia generosi è dura a morire.

La situazione femminile è un altro caso in cui le generalizzazioni sono rischiose. Le testimonianze delle rifugiate sono terribili nel descrivere le violenze sessuali cui sono sottoposte nel tentativo di scappare (ed è chi ci è riuscito che lo racconta, chi non ce l’ha fatta ha sofferto ancora di più): ma le donne in posizioni di responsabilità a Pyongyang, in tutti i settori, sono sempre state molte – come racconta del resto Claude Lanzmann in La lepre della Patagonia ricordando il suo viaggio negli anni 60.

Attenzione, nessuna giustificazione per le scelte di Kim Jong-un: ma attenzione alle analisi affrettate, soprattutto nel caso, che nessuno ovviamente si auspica, che la tensione aumenti ulteriormente. Una vittima collaterale già c’è: è il turista occidentale che sperava di poter finalmente pernottare al Ryugyong – l’albergo di lusso a 105 piani in costruzione da anni. Dopo aver annunciato in gran pompa a novembre che ne avrebbe assunto la gestione, la catena svizzera Kempinski ha rinunciato questa settimana a causa delle “condizioni di mercato in Corea del Nord”. 

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