Libero dopo più di vent’anni di carcere. “È innocente”

Accusato dell’omicidio di un rabbino di Brooklyn

Williamsburg, cuore di Brooklin. È il 1990. In una fredda serata di febbraio di 23 anni fa, un ladro di gioielli corre veloce, entra nel panico e spara in testa al rabbino Chaskel Werzberger, che muore dopo quattro giorni di agonia. Nella New York del 1990, con più di 2mila omicidi all’anno, quella morte provoca sdegno e indignazione. L’assassinio del rabbino finisce sulle prime pagine dei giornali. Il sindaco della Grande mela, David N. Dinkins, va a Williamsburg e promette una ricompensa di 10mila dollari a chi avesse trovato il colpevole. 

Il killer del rabbino andava messo dietro le sbarre. A tutti i costi e subito. Lo chiedeva l’opinione pubblica. Lo chiedeva la comunità ebraica. Ne era convinto anche il procuratore distrettuale di Brooklyn. A lavorare al caso vengono chiamati quaranta detective, guidati da Louis Scarcella. Lavorando fianco a fianco con un influente rabbino di New York, Scarcella ha fretta di dare in pasto alle prime dei giornali il volto del “mostro”. Quel volto viene trovato in David Ranta, tipografo disoccupato e per giunta tossicodipendente. Le caratteristiche ci sono tutte. Alcuni membri della comunità ebraica di Brooklyn circondano la macchina di Ranta mentre lui è al volante, saltano sul tetto e gli urlano: «Pena di morte!».

Nel maggio del 1991 Ranta finisce dietro le sbarre. La pena da scontare è di 37 anni e mezzo di reclusione in carcere, dove lui è rimasto fino a ieri. Da quella cella ha sempre proclamato la sua innocenza, che gli è stata riconosciuta solo ora, dopo 23 anni, grazie alle nuove prove a suo favore. Prove che non erano state esaminate al momento del processo. Secondo quanto riporta il New York Times, un detenuto accusato di stupro avrebbe confessato al procuratore distrettuale di aver testimoniato contro Ranta solo nella speranza di ottenere uno sconto di pena. E una donna, che accusò Ranta firmando una deposizione scritta, avrebbe ammesso di aver mentito sul suo coinvolgimento nell’assassinio del rabbino Werzberger.

David Ranta al momento dell’ingresso in carcere

Secondo i giudici, Scarcella e il suo partner, Stephen Chmil, nel corso delle indagini avrebbero infranto una regola dopo l’altra. Collezionando solo poche e scarse registrazioni, testimonianze dubbie e una confessione dell’imputato che pare non esserci mai stata. «Prima di entrare nella stanza per il riconoscimento dell’assassino», si legge in una deposizione di uno degli accusatori di Ranta, «un poliziotto mi disse di indicare l’uomo con il naso grande». Non solo: Scarcella e Chmil avrebbero concesso a due criminali pericolosi un permesso speciale per lasciare la prigione, fumare crack e incontrare delle prostitute, in cambio delle loro testimonianze contro Ranta. «Faccio quello che voglio con i miei prigionieri», aveva detto Scarcella al giudice.

Ranta ha così trascorso 23 anni nella cella di un carcere di massima sicurezza di Buffalo. Il tempo necessario perché i suoi capelli diventassero completamente bianchi. «Ero qui nella nella di notte e pensavo: “Sono l’unico uomo al mondo che sa di essere innocente”», racconta Ranta. «Sono entrato qui dentro quando avevo poco più di 30 anni, i miei figli erano piccoli e mia madre era ancora viva. Questo caso ha distrutto la mia vita».

Un caso che, in realtà, poteva risolversi in poco tempo. Già nel 1996, la moglie di Joseph Austin, noto alla polizia di Brooklyn come Jewerly Joe (Joe il gioielliere), specializzato in rapine a mano armata, aveva testimoniato a favore di Ranta. Il vero assassino del rabbino, aveva detto, era suo marito. Quell’8 febbraio del 1990, raccontò la donna, Joe era tornato a casa stranito. Piangeva, aveva paura. «Ho colpito qualcuno», disse alla moglie. Che qualche giorno dopo nel bagno di casa trovò anche una pistola smontata. Quello stesso uomo, però, due mesi dopo l’assassinio del rabbino muore in un incidente stradale durante un inseguimento con la polizia.

Il killer da dare in pasto ai giornali non c’è più. Scarcella ha confermato che Jewerly Joe fosse uno dei primi sospettati.Eppure non mostrò mai la sua fotografia ai testimoni del delitto. Anzi, i detective smontarono la confessione della moglie: quella donna era una tossica e quindi la sua testimonianza non era credibile, dissero. Anche perché, fecero notare tutti, quella stessa donna in passato aveva avuto una relazione con Joe Sullivan, Man Dog, che aveva sulle spalle almeno 11 omicidi.

Ma cosa accadde davvero quella notte dell’8 febbraio del 1990? Chaim Weinberger, corriere della Pan American Diamond Corporation, lascia la casa di Williamsburg dove aveva alloggiato. In mano ha una valigia piena di diamanti e gemme preziose, che deve portare nella Repubblica Dominicana con il volo delle 7 del mattino. Nell’atrio del palazzo incontra un uomo alto e biondo. «Come un bagnino da spiaggia», lo descrive. Una volta in strada, si accorge che quell’uomo lo sta seguendo. Infila la valigia nel bagagliaio dell’auto e mette in moto la macchina. A questo punto nello specchietto vede l’uomo biondo coprirsi il volto con un passamontagna ed estrarre una pistola. Weinberger fa retromarcia e colpisce il ladro, che finisce in un mucchio di spazzatura. Poi accelera e guida a tutta velocità fino all’aeroporto. Da lì sta passando il rabbino Werzberger sulla sua auto diretto verso la sinagoga. Il ladro, innervosito, corre, gli spara in testa, getta il corpo fuori dall’auto e si impossessa della vettura.

A Williamsburg Werzberger era a capo della comunità del Chassidismo Satmar, corrente ebrea ultraortodossa. Che da subito, a gran voce, chiede un colpevole alla polizia. Il nuovo punto di riferimento della comunità diventa il rabbino Leib Glantz, che si impegna con la polizia nella ricerca di testimoni, traducendo gli interrogatori dall’ebraico all’inglese.

Joe Jewerly è da subito uno dei primi sospettati. Alto e biondo, proprio come Weinberger aveva descritto il ladro di gioielli. Ma poi Joe muore nell’incidente con la polizia. I detective continuano a lavorare furiosamente. Fino alla testimonianza di Dmitry Drikman, che nella speranza di ottenere uno sconto di pena indica Alan Bloom, anche lui tossicodipendente, come mandante della rapina e David Ranta come esecutore materiale dell’omicidio. Non solo, a confessare è anche la fidanzata di Drikman, che davanti ai poliziotti giura di aver sentito Bloom e Ranta pianificare la rapina delle pietre preziose. Delle deposizioni di Drikman e Bloom, però, non esiste alcuna trascrizione, come la procedura invece richiede.

Il 13 agosto del 1990, Scarcella e il suo partner inseguono David Ranta sulla 73esima strada di Bensonhurst. Gli mettono le manette ai polsi e lo portano nel commissariato di Williamsburg. Da qui cominciail calvario. Nel corso del processo, Scarcella testimonia contro di lui. Ha confessato, sostiene, «come un fiume in piena e senza necessità di fare domande». Eppure di quella confessione non esiste alcuna registrazione audio. Solo un riassunto di 658 parole scritto a mano da Scarcella.

Da subito il corriere della Pan America lo difende: lui guardò negli occhi l’assassino del rabbino e «al 100 per cento non si trattava di Ranta». Lo stesso Ranta negò di aver confessato alcunché. Ma alla fine la giuria lo giudica colpevole. Prima della sentenza, Ranta prende la parola e denuncia la corruzione della polizia e di quelli che avevano testimoniato contro di lui. 

Ogni Natale di questi lunghi 23 anni, Ranta ha spedito una lettera al suo avvocato, Michael Baum. «Non ho mai avuto alcun dubbio sulla sua innocenza», ha detto il legale. Sedici mesi fa sono partite le nuove indagini, grazie a un avvocato del Bronx, Pierre Sussman, che aveva notato come Scarcella fosse coinvolto in troppi casi misteriosi. È bastata una ricerca in Rete per trovare il nome di Ranta. Sussman chiede di avere un colloquio con lui in carcere e da subito l’assenza di prove viene alla luce. Nel corso della nuova inchiesta molti testimoni hanno ritrattato. Compresa la ragazza di Drikman, che ha confessato: «Ho inventato tutto nella speranza che Dmitry venisse liberato». 

«Mi dispiace per l’ingiustizia che ha sopportato. Potrebbe sembrare inadeguato, ma glielo dico comunque», ha detto il 22 marzo il giudice della suprema corte Miriam Cyrulnik rivolgendosi a Ranta. «Signore, lei ora è un uomo libero». 

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