Musy, l’appello: “Aiutatelo a lasciare il Consiglio”

Alberto Musy, un anno dopo l'agguato a Torino

Un anno fa qualcuno sparò ad Alberto. Oggi ancora dorme in un letto d’ospedale, senza che nessuno possa dire con certezza se e quando tornerà.

Nella loro brutale semplicità questi fatti hanno determinato per Alberto e per tutti noi molte conseguenze, fra le quali oggi vorrei ricordare questa, nient’affatto secondaria: da un anno Alberto non partecipa ai lavori del Consiglio comunale.

Credo di non tradire il suo pensiero dicendo che Alberto ha sempre inteso l’impegno in politica come un servizio, per restituire qualcosa alla Città e al Paese, mettendo la sua esperienza e le sue capacità a disposizione delle istituzioni democratiche, esercitando le funzioni pubbliche «con disciplina e onore» (art. 54, Costituzione), per provare a realizzare libertà e giustizia.

Ad Alberto piaceva infatti ricordare la storia del giovane re Salomone, che in occasione dell’incoronazione non chiese a Dio successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici, ma “la saggezza nel governare”, concedendo “un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (I Re, 3,9).

Sono sicura che, se Alberto si accorgesse di non essere più in grado di svolgere le funzioni pubbliche di consigliere, non esiterebbe a rassegnare le dimissioni, per consentire ad altri di svolgere quelle funzioni pubbliche e al Consiglio comunale di tornare a operare nel suo plenum, garanzia di democraticità.

Se potesse, lo farebbe. Purtroppo non può farlo. D’altronde, nell’attuale momento storico di grave difficoltà economica questa strana situazione non pesa comunque sulle finanze della Città, perché non partecipando alle sedute del Consiglio Alberto non riceve alcun compenso, né la sua cessazione dalla carica comporterebbe per la Città alcun esborso.

Spero dunque che la saggezza di governo vi faccia trovare nella legge la soluzione perché Alberto possa abbandonare la carica di consigliere, che oggi proprio Alberto non vorrebbe ricoprire non potendo farlo nella pienezza che la carica stessa richiede.

tratto da La Stampa, 21-03-2013