Non sarà una serie tv inglese a spiegarci Beppe Grillo

IL COLLOQUIO Black Mirror e Roberto Biorcio

A prima vista il primo episodio di Black Mirror, serie tv inglese arrivata alla sua seconda stagione, presenta qualcosa di molto familiare per gli italiani. Tutto ruota intorno a Waldo, un pupazzo blu, e Jamie Salter, un comico di scarsa fortuna che gli dà vita manovrandolo con la tecnologia del performance picture. Per capire bene, bisogna sapere che Waldo è un personaggio televisivo, compare in uno show e ha il compito di prendere in giro l’ospite con battute volgari, parolacce e linguaggio scurrile. Un gioco che funziona sempre: il “Waldo moment”, che è anche il titolo dell’episodio, è il più atteso dal pubblico. Fin qui, nulla di strano.

La svolta arriva, imprevista, quando nelle grinfie di Waldo/Salter capita un politico: il candidato conservatore Liam Monroe, candidato alle elezioni di un paesino della campagna inglese. Waldo lo insulta, lo deride, e Monroe non sa stare al gioco. Per il pubblico è un successo: Waldo ha parlato alla pancia degli spettatori, e ha scoperchiato, senza saperlo, il vaso di Pandora dell’antipolitica. Per la produzione è un’occasione d’oro: quasi inconsapevoli di quello che mettono in piedi, decidono di creare un programma solo per Waldo e seguire Monroe, per strada, durante la sua campagna elettorale. Per farlo, addirittura, iscrivono Waldo alle elezioni. Non suona familiare?

Quello che segue è il surreale scontro tra i candidati e Waldo: lui li mette alla berlina, ridicolizza i loro argomenti, suscita l’ilarità dei passanti, che simpatizzano per lui. Va all’attacca, e i suoi avversari non sanno come difendersi. Nell’incapacità di Monroe e di Gwendolyn Harris (la candidata laburista) di reggere alle accuse di un pupazzo si rivela la crisi della politica. Ed è proprio durante un dibattito in una scuola, in cui è invitato anche Waldo (in quanto iscritto alle elezioni) che la serietà della questione emerge con violenza. Waldo/Salter, colpito dalle accuse di Monroe e deluso da un amore fallito proprio con la Harris, compie la trasformazione finale. Nella rabbia, perde l’originale intenzione satirica e sale di tono: non è più uno sbeffeggio, è una rivelazione. «Quello che dite non importa a nessuno», grida. «Perché siete falsi, più falsi di me che sono un pupazzo blu». La gente lo sa, e urla di gioia. Per Waldo è un tripudio: gli avversari, agli occhi del pubblico, sono polverizzati.

Il dibattito tra Monroe (a sinistra), Gwendolyn Harris (seconda da sinistra) e Waldo

Nei toni, nelle forme e nella trama (che qui non sarà rivelata per intero) la storia ricorda, a molti, quella di Beppe Grillo. Una tentazione inevitabile: accostare il comico genovese a Waldo è quasi un riflesso. Entrambi attaccano il ceto politico, entrambi usano il linguaggio comico, delle offese e della satira, per definire gli avversari. Entrambi, infine, hanno deciso di partecipare (anche se Grillo non in forma diretta), alle elezioni. Non solo: nel prosieguo della puntata, emergono altri elementi. Insieme (e dietro) a Waldo c‘è un team che ha il compito di trovare informazioni, soprattutto su internet, per ribattere agli avversari politici: la supremazia della rete. C’è, inoltre, la consapevolezza di farlo in modo trasparente, e quindi, secondo loro, più onesto. E appare anche – ed è il momento più inquietante – la scoperta che il “progetto Waldo” funziona, interessa alla Cia e può diventare una formula, esportabile anche in altri paesi, in franchising. Perché il populismo attecchisce ovunque.

La campagna elettorale di Waldo

Se Jamie Salter/Waldo è Grillo, con la collaborazione di un Casaleggio che può essere intravisto nell’agente che immagina la creazione della formula di un partito esportabile, anche gli argomenti (e i nemici) sollevati sono molto simili. Eppure ci sono delle differenze fondamentali. Si tratta di punti nodali, che permettono anche di leggere il fenomeno del “grillismo” con un’attenzione diversa. In questo senso, il soccorso dell’analisi di Roberto Biorcio, professore associato di Sociologia all’Università Bicocca di Milano e autore, insieme a Paolo Natale, di Politica a 5 Stelle, spiega molte cose.

In primo luogo, se il caso di Waldo rappresenta l’applicazione del populismo al potere della tecnologia e dei media, quello di Grillo no. Per un semplice motivo: secondo il professore, «il Movimento Cinque Stelle non può essere considerato espressione del populismo». Anche se, ammette, «ci sono molte vicinanze». 

Il ragionamento è lineare. Per Biorcio il populismo ha diverse sfaccettature e dimensioni. Ne distingue tre: il contesto, il linguaggio e la manifestazione politica. «Il contesto attuale in Italia è senz’altro favorevole a movimenti populisti, e questo è senz’altro un elemento presente nell’attività di Grillo», spiega. Alla radice c’è il profondo scollamento tra la società e i partiti, la «ferita di chi non vede più garantita la propria sovranità». In altre parole, la sfiducia del «popolo nei confronti delle istituzioni, perché non si riconosce in loro e non vede rispetto da parte loro». Una questione importante, dal momento che popolo e istituzioni sono i due elementi della democrazia. E secondo alcuni sondaggi, il 70% degli italiani si dichiara convinto che «il politico, dopo l’elezione, penserà solo ai fatti suoi». Cioè carriera e vantaggi, spesso illeciti. Una ferita, appunto.

La seconda dimensione del populismo è «la retorica. E Grillo ne fa largo uso». Il fulcro del discorso populista è la contrapposizione noi/loro, che porta a una delegittimazione del potere, che diventa “Casta”. Insieme, l’esaltazione dei segmenti della società più arrabbiati, e la dichiarazione di estraneità rispetto al ceto dei politici. «Questo è un trucco che utilizzava, e utilizza ancora, anche Silvio Berlusconi, che si è sempre presentato come uomo estraneo al mondo della politica».

E la terza, e qui Grillo si distingue, è «la traduzione in un partito politico». In questo senso, l’azione di Grillo «è rivolta a favorire la partecipazione delle persone, a fornire strumenti al popolo perché possa capire di più e contare di più». Fin dall’inizio, «insieme al senso di protesta dei VaffaDay, era compresa la raccolta di firme per iniziative precise». In questo senso, non si può parlare di populismo, perché la sua «è un’attivazione civile molto simile a quella dei Radicali, e va proprio in forma contraria a quelli che sono i partiti e le proposte politiche populiste».

In secondo luogo, Beppe Grillo rappresenta una sua unicità anche per quanto riguarda l’impiego dei mezzi di comunicazione. In Black Mirror a farla da padrone è (ancora) il circuito mediatico televisivo. E lo si vede bene: in occasione del primo incontro in strada tra Waldo (visibile in uno schermo elettronico montato su un furgone) e Monroe, che batteva la città in cerca di voti, il contrasto tra media e politica esplode. Per raggiungere la gente, la politica ha dovuto servirsi dei media, ma in certi casi, e in molti contesti, ne è rimasta travolta. Soprattutto qui. «Negli altri paesi europei la “mediatizzazione della politica” è stata un passaggio graduale. In Italia tutto è avvenuto in modo improvviso e, in qualche modo, senza misura», spiega Biorcio. «Si è generata un’invasività quasi insopportabile, che ha dato ampio spazio e materiale ai comici, e alla satira». 

Da qui emerge Grillo, che a differenza di Waldo ha una storia alle spalle molto complessa. «Non è arrivato subito al Movimento Cinque Stelle». Prima c’è tutto un periodo di battaglie, anche mediatiche, che hanno caratterizzato la sua attività. «Dalle battute sui socialisti, che gli sono costate la presenza in televisione, alla denuncia del caso Parmalat». È diventato subito «sinonimo di visibilità per tutti i movimenti di protesta. Come i No Tav: la presenza di Grillo ai loro raduni assicurava i riflettori», spiega Biorcio. E solo dopo tutto questo è avvenuto l’incontro con Casaleggio: «Cioè il momento in cui decide di usare il web per bypassare la televisione, luogo in cui non avrebbe ottenuto spazio». Nella sostanza, «È dall’unione «della capacità comunicativa e carismatica di Grillo e la abilità tecnologica di Casaleggio che nascono le radici del grillismo».

Le radici, non il frutto: perché, anche qui, non c’è nessun partito deciso a tavolino, come in Black Mirror. «Semmai, l’unico caso è quello di Forza Italia, che appunto, essendo calato dall’alto, non è durato a lungo». Il cammino vede la creazione del blog, «che funziona dall’alto al basso e, nel suo uso, somiglia molto a un vecchio giornale di partito», poi di piattaforme di incontro, come i MeetUp. E poi ancora i VaffaDay, «del cui successo il primo a stupirsi fu Beppe Grillo», la Campagna Via dall’Iraq, il Parlamento Pulito, «e la partecipazione alle primarie del Pd». Anche qui «si dimostra che alla fondazione di un Movimento si arriva per gradi. Grillo, nel 2009, si era iscritto al Pd per partecipare alle primarie. Una provocazione, ma non troppo». In ogni caso, «la sua partecipazione venne rifiutata, e non sappiamo come sarebbe andata a finire». Non si sa. Forse come a Matteo Renzi? «È possibile». Solo dopo nascono le Liste a Cinque Stelle e, infine, il Movimento.

In ogni caso, «ll M5S non può rientrare a pieno titolo nella galassia dei populismi». Emerge, come sua forza e come suo limite, «il carisma di Beppe Grillo come elemento fondante, unificante, decisivo». Soprattutto in una stagione politica che ha visto «la fine dei partiti burocratici di massa a vantaggio di movimenti “personali mediatizzati”. Cioè partiti che si riconoscono nella linea del leader, che ne costituiscono il riflesso. Non solo Berlusconi, ma anche Vendola, ad esempio, o Fini. Solo il Pd mantiene caratteristiche di partito non leaderistico. Ma è un fenomeno, in larga parte, diffuso in tutto il mondo», spiega Biorcio.

Per questo motivo, «anche il futuro del Movimento Cinque Stelle è legato al suo leader». E se esperienze abbastanza simili «come quelle dei Partiti dei Pirati sono rimaste minoritarie e divise, ciò è dovuto anche alla minore forza comunicativa dei loro leader, o alla loro totale assenza». Detto in poche parole, «senza Grillo il Movimento potrebbe spappolarsi. Come è avvenuto in America diversi decenni fa, con Martin Luther King, ad esempio». E allora, fatti due conti, Beppe Grillo non è Waldo. Il Movimento Cinque Stelle non è il partito-in-franchising e la scena finale di Black Mirror (che non sarà descritta – per chi volesse, la serie sarà trasmessa in Italia martedì 19 su Sky Cinema), con ogni probabilità, non la vivremo. Ne vedremo, piuttosto, molte altre. E non meno interessanti. 

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