Obama, il viaggio che divide il Medio Oriente

Il presidente Usa visiterà Israele, Palestina e Giordania

Il Medio Oriente che Obama visiterà alla fine di marzo andando per la prima volta da presidente in Israele, in Palestina e in Giordania, è diverso da quello da lui affrontato con il suo programmatico discorso sull’Islam e sul conflitto palestinese all’Università del Cairo il 4 giugno 2009.

La mano che aveva teso al mondo islamico non è stata accettata mentre l’anti americanismo è cresciuto specie in Egitto dove Obama aveva sostenuto la rivolta contro il regime di Mubarak. Il suo appello alla libertà religiosa, all’uguaglianza delle donne è caduto nel vuoto come quello in favore della democrazia.

Il negoziato con l’Iran per l’arresto della corsa alla bomba atomica continua senza progressi concreti, ma l’impegno da lui preso a fermarla non esclude un’azione militare. Del “punto due” del famoso discorso, concernente la questione palestinese, non è rimasto gran che.

Il conflitto palestinese non sembra essere per Washington la «più importante causa di tensione col mondo islamico». L’impegno “personale” di Obama a «rendere chiaro che per l’America la situazione del popolo palestinese è insostenibile»; che «non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese» (accostato in quel discorso alla Shoa e alla situazione dei negri in America), negando ogni legittimità degli insediamenti israeliani, non ha prodotto risultati se non una tensione personale e politica con Netanyahu e con il Congresso di Washington.

Con il premier israeliano – anticipano indiscrezioni diplomatiche americane – il presidente parlerà di Siria e di Iran ma in merito alla Palestina non poté «fare più di quanto israeliani e palestinesi vogliono fare». Non c’è dunque da stupirsi se al Cairo il nuovo segretario di stato John Kerry è stato oggetto di dimostrazioni ostili mentre a Ramallah si preparano pubblicamente bandiere americane da bruciare per protesta al rifiuto americano di appoggiare il riconoscimento dello stato palestinese all’Onu.

A Gerusalemme c’è positiva attesa, se non entusiasmo, per l’arrivo del presidente che – dice Netanyahu «ha fatto più di ogni altro per la difesa dello stato ebraico». In sordina ci si congratula del fatto che “gli arabisti dello State Department” sembrano aver capito che la questione palestinese non è il principale ostacolo alla pace e la causa dell’ostilità araba islamica per i valori occidentali di cui l’America si fa paladina.

Si ribadisce il fatto che rivolte arabe, crisi siriana, insistenza iraniana a creare un’arma nucleare fanno d’Israele un alleato indispensabile. Se Siria e Iran, piuttosto che insediamenti ebraici a Gerusalemme e in Cisgiordania, saranno i principali temi di discussione è anche dovuto a un fatto inimmaginabile solo due mesi fa: il cambiamento che le elezioni di gennaio, inopinatamente volute e anticipate da Netanyahu, hanno provocato.

Queste elezioni che molti considerano una vera e propria rivoluzione nel sistema ossificato dei partiti storici sionisti, ha estromesso i partiti ortodossi dal potere e ha obbligato un Netanyahu, indebolito nel suo prestigio personale e ideologico, a piegarsi davanti all’alleanza di due partiti formatasi contro di lui – Yesh Atid di Lapid e Bait Yehudi di Bennett – guidata da nuovi leader convinti (sia pure con differenze di opinione) che il maggiore pericolo per l’esistenza di Israele non siano né gli arabi né l’Iran ma l’isolamento dello Stato ebraico nella società internazionale e la sua delegittimazione.

Si tratta dell’emergere di una generazione di politici quarantenni – non affiliati al vecchio establishment – formata da manager tecnologici, da giovani universitari, da esperti di reti di comunicazioni. Essi vedono nello sviluppo sociale ed economico, non nell’ideologia il fattore determinante della futura politica interna ed estera del paese.

Sono convinti che la promozione sociale ed economica sia il motore dell’integrazione nello stato degli arabi israeliani (23% della popolazione) e di un proficuo dialogo con i palestinesi. Se queste intenzioni saranno realizzate (in un governo di coalizione inevitabile e al momento in cui scriviamo non ancora annunciato) è da vedere.

Ma un’atmosfera meno sospettosa nei confronti del presidente Obama lo accoglie in un clima più libero dal fanatismo etnico-religioso degli ortodossi e da un idealismo territoriale antiquato. Il fatto, poi, che questo cambiamento coincida con la trasformazione di Israele da cliente a potenziale esportatore di energia (grazie alla scoperta di grandi depositi sottomarini di gas) aiuta a comprendere perché la situazione mediorientale vista da Gerusalemme appaia – a torto o a ragione – differente da quella del primo mandato presidenziale.

* Vittorio Dan Segre, professore emerito di Pensiero politico ebraico all’Università di Haifa, presidente dell’Istituto di Studi Mediterranei presso l’Università della Svizzera Italiana a Lugano. L’articolo è tratto dalle pubblicazioni Ispi. 

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