Perugia, tra omicidi, misteri e storie di sangue

Dal caso Francesco Narducci all’assassinio di Meredith Kercher

PERUGIA – Gira gira, alla fine sceglie Perugia. Fresco di maturità e con fantasticherie da universitario indipendente, via con la valigia enorme e lo zaino da campeggio sui bus da Reggio Calabria e da Lecce, ché lasciare il mare per la cittadina più giovane e pulsante del centro Italia non è poi una grande rinuncia. Ovvio che uno studente scelga Perugia: la più a sud delle città universitarie del nord, decisamente meno cara di Firenze, infinitamente meno disordinata e alienante di Roma. Dici «Perugia» e chiunque ti risponde: «A misura d’uomo». Università rinomata, tanto da far dire a Indro Montanelli nel 1934 che se «l’Inghilterra ha Oxford, la Francia Parigi, Grenoble e Lilla, la Germania Monaco, Bonn e Heidelberg, l’Italia ha Perugia … [che] non ha niente da invidiare alle sue consorelle estere».

Il centro del centro d’Italia, terra di santi e di cultura e, perché no, di divertimento sano: il set ideale per il rito di passaggio verso l’autonomia. Così era fino a dieci anni fa, e nessuno lo avrebbe messo in dubbio percorrendo la famosa “vasca” di Perugia, regno degli studenti, da piazza Morlacchi alla passerella quasi teatrale del Corso fino ai giardini Carducci, un sipari spalancato su una città che si abbraccia con uno sguardo.

Eppure, sotto i tappeti di questi salotti buoni, di polvere ce n’era già. Cumuli di segreti dispersi tra le vie tortuose che non danno soddisfazione allo sguardo e mura spesse che sembrano fatte apposta per trattenerli.

Segreti vecchi del 1985. Quello del dottor Francesco Narducci, morto suicida, anzi, per un incidente. Oppure no: per i legami con il mostro di Firenze. In quasi trent’anni dal misterioso ritrovamento del corpo del medico perugino nelle acque del lago Trasimeno in aula e fuori è successo di tutto: depistaggi, scambi di salma, false testimonianze, calunnie. Di certo c’è solo il cadavere eccellente, e la lettera (guarda caso introvabile) in cui Narducci avrebbe detto addio. La nuova puntata qualche giorno fa: la Cassazione riapre il caso. «Ricomincia la telenovela e rispuntano tutti i personaggi…», commenta con un risolino Rita, storica fruttivendola della centralissima via dei Priori. Difficile ricordarsi ormai della verità della carne e del sangue di quel corpo esanime.

Segreti nuovi – e sulla bocca di tutti — sono quelli che della villetta di via della Pergola dove nel 2007 fu trovata uccisa la studentessa inglese Meredith Kercher. Un mistero intriso di dubbi, indagini lacunose, parole affrettate dei media e di qualche abbaglio dei magistrati, come l’arresto del barista Patrick Lumumba, poi scarcerato. «La parola “probabile” (o “improbabile”) ricorre per ben 39 volte nella sentenza di primo grado», avevano detto i giudici della Corte d’appello. E da ora, per la Cassazione, il processo è tutto da rifare.

Segreti avvolti nel silenzio, troppo silenzio. Quello che circonda Sonia Marra, ovunque sia, la studentessa pugliese di cui non si hanno notizie dal 16 novembre del 2006. Nella sua casa del quartiere di Elce, la cittadella degli universitari, gli inquirenti hanno trovato le sue cose in ordine. Nessun indizio, praticamente nessun testimone.

Segreti che chissà per quanto tempo resteranno tali: quelli che racchiudono il perché due notti fa Alessandro Polizzi, 24 anni, è stato freddato sotto gli occhi della fidanzata in zona stazione. Nel mezzo, tra il 1985 e l’altro ieri, Perugia che cambia. 

Nulla di simile si era mai visto nei sette secoli di vita dell’ateneo che fa gola agli studenti senza scontentare le mamme, acropoli minuscola eppure con l’incredibile melting pot dell’Università per Stranieri. Le mura, robuste e imperturbabili, sembrano prestare il fianco a questi misteri “spot”, che in realtà sembrano aver attraversato Perugia da parte a parte ma senza colpirla al cuore. 

Sono i segreti a lungo occultati e ormai cronici che oggi tracimano. Come quello di Andrea Zampi, l’imprenditore perugino che venti giorni fa ha fatto irruzione nel palazzo del Broletto, sede della Regione, e ha sparato a due impiegate prima di togliersi la vita. «Mi avete rovinato» è la confessione disperata dell’imprenditore che si è visto rifiutare l’ennesimo finanziamento, e che sa di essere arrivato a fine corsa. 

Trabocca il “segreto” delle bustine di polvere bianca infilate fra le fessure delle pareti di travertino, o delle dosi scambiate velocemente sulle scalette del Duomo. E lo hanno visto tutti nella rissa da far west dell’8 maggio scorso, una nuvola di spari fra le vetrine eleganti di corso Vannucci che solo per miracolo non fa vittime. Un regolamento di conti fra pusher maghrebini, professionisti della droga che si spartiscono la piazza più fruttuosa d’Italia per lo smercio di eroina: cinque dosi al giorno ogni mille abitanti.

Un segreto sussurrato a bassa voce ma noto da tempo: già nei giorni dell’omicidio Kercher l’allora sindaco Renato Locchi ammetteva ai microfoni di RadioUno che «a Perugia di droga ce n’è in quantità, di qualità, e a prezzi ridicoli». 

Una Amsterdam del centro Italia, Sodoma degli universitari, condanna la stampa. E i perugini? In squadre, di tanto in tanto, provano a ribellarsi invocando più controlli. Più ancora di quelli previsti nel Patto per la sicurezza tra le forze dell’ordine, rinnovato in Prefettura, ironia della sorte, poche ore prima dell’ultimo omicidio. 

I più, però, nascondono la testa sotto la sabbia. Dribblano le vie dello spaccio, nascondono come possono che si è tutti un po’ più poveri. Si consolano per la chiusura del vecchio cinema del centro con il comfort dell’ampio parcheggio dei multisala. Non c’è più il vecchio bar, ma in compenso c’è un nuovo kebabbaro. Colonizzano spazi nuovi, dilatando le periferie e svuotando la città vecchia che oggi ha trentamila residenti in meno rispetto agli anni Settanta. Deserta e desolata, come il Far west.