Turchia, i perché della virata islamica di Erdoğan

Analisi

Quando il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan ha paragonato il sionismo al fascismo e ad altri crimini contro l’umanità, un’ondata di sdegno s’è levata dalla comunità internazionale. Severi rimbrotti gli sono giunti da parte di USA, Israele e ONU. La cornice era quella del V Forum dell’Alleanza delle civiltà di fine febbraio, forum che lo stesso Erdoğan ha contribuito a fondare con l’aiuto e la collaborazione dell’ex premier spagnolo José Luis Zapatero per promuovere il dialogo tra i popoli e le religioni.

Al di là della natura bicefala della sua condanna (il sionismo da un lato e l’islamofobia dall’altro) le parole di Erdoğan non dovrebbero stupire più di tanto gli addetti ai lavori, dato che dietro le parole del premier turco non c’è certo ingenuità né reale acrimonia nei confronti d’Israele ma un raffinato calcolo politico che viene da molto più lontano.

Ragioni ideologiche ma anche pragmatiche che spingono il governo dell’Akp, in sella ininterrottamente dal 2002, a proseguire un’ambiziosa politica di riavvicinamento con il mondo arabo-musulmano e di rottura con l’Occidente. Una linea, questa, che affonda le sue radici nell’operato dell’ex primo ministro e poi presidente della Repubblica Turgut Özal, ma che ha trovato nell’operato dell’attuale ministro degli esteri Davutoğlu – fine stratega della dottrina dello “zero problemi con i vicini” – il suo coronamento.

Eppure non è stato sempre così, almeno non negli ultimi anni. Dalla sua ascesa fino ad almeno il 2007 la politica estera dell’Akp è sempre stata improntata alla tradizione europeista delle élites kemaliste, quando l’Europa  sembrava alle porte. Di mezzo infatti c’era un’adesione, complicata certo, ma possibile.

Se l’adesione alla Cee fu presentata dalla Turchia nel lontano 1987, per ottenere lo status di candidato la Turchia ha dovuto aspettare ben dodici anni (1999) ed ancora altri cinque prima che il Consiglio d’Europa si degnasse a dare il suo beneplacito per aprire finalmente i negoziati per l’ingresso della Repubblica Turca nell’Ue.

Eravamo nel 2005 e la Turchia non ha lesinato a moltiplicare gli sforzi per raggiungere quest’obiettivo o almeno avvicinarsi il più possibile alla meta pur conscia delle enormi difficoltà e ostracismi anche sul fronte interno. In quest’ambito s’inscrivono le grandi riforme portate avanti dall’Akp: il sistema giudiziario, l’abolizione della pena di morte e un tentativo volontaristico di risolvere (peraltro invano) la questione curda.

La liberalizzazione dell’economia e le riforme – che hanno portato alla ribalta potenti imprese e centri industriali di prestigio, le cosiddette «tigri anatoliche» – hanno contribuito al successo dell’Akp e a lanciare la Turchia sulla scena regionale ed internazionale. Le riforme economiche, occorre dirlo, sono state lanciate prima dell’arrivo dell’Akp che ha saputo raccogliere e portare avanti il buono che era stato fatto negli anni precedenti.

Basta calcolare che il prodotto interno lordo della Turchia dal 1990 al 2009 è quadriplicato e il volume delle esportazioni si è molitplicato per cinque. Addrittura nel primo trimestre del 2011 il Pil della Turchia è aumentato dell’11% (più di Cina e Argentina) trasformando il paese di Atatürk, almeno per un periodo, nell’economia con la crescita economica più veloce al mondo. 
Oggi la Turchia è la sedicesima potenza economica al mondo e aspira ad ascendere al rango di decima entro il 2023, anno del centenario della fondazione della Repubblica Turca (un traguardo dunque altamente simbolico). 

Ma insieme a questi exploit, la Turchia incassava i primi rifiuti ed i primi ostacoli, insormontabili, si frapponevano sul tortuoso cammino d’adesione all’Ue. Dal 2005 in poi sono stati aperti 13 capitoli negoziali su 35 e uno solo è stato chiuso. Il principale nodo resta tuttora la questione di Cipro. Ma in realtà si sono aperti negli anni altri fronti di attrito con le nazioni europee (soprattutto la Francia di Sarkozy). Come quello legato alla legiferazione sul genocidio armeno ma anche i continui rimbrotti europei per gli scarsi progressi nel rispetto dei diritti umani e delle minoranze.

L’adesione è allora entrata in uno stallo con ricadute gravi sulla percezione popolare: se nel 2003 i cittadini turchi che avrebbero votato «sì» ad un eventuale referendum sull’ingresso della Turchia nell’Ue erano il 73%, oggi sono solo il 51% (secondo un sondaggio dell’Università del Bosforo).

Dopo l’ennesimo niet europeo dunque, la Turchia, sentendo frustrate le proprie aspirazioni, si è rivolta verso il suo bacino naturale e storico d’influenza, ovvero il Mediterraneo e il mondo arabo-musulmano. L’occasione gliel’ha fornita proprio Israele con il lancio dell’offensiva Piombo Fuso contro la Striscia di Gaza, un’iniziativa presa pochi giorni dopo la visita ad Ankara dell’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert.

Le parole dette da un Erdoğan furioso a Shimon Peres a Davos avrebbero segnato una cesura nella politica estera dell’Akp. Ma anche lì, come accaduto recentemente, più che livore c’era un abile calcolo politico. Più tardi infatti Erdoğan veniva accolto all’areoporto d’Istanbul al grido di «Erdoğan, il Conquistatore di Davos» ed anche nella Striscia di Gaza il popolo palestinese osannava la figura del premier turco che diveniva in breve il leader più popolare ed amato di tutto il mondo arabo-musulmano.

L’incidente della Flotilla non faceva che consolidare il nuovo corso della Turchia (che però continuava a giocare su due tavoli e ad intrattenere rapporti economici anche abbastanza floridi con Israele), sempre più proiettata a giocare un ruolo di potenza regionale e di mediazione nel Mediterraneo.

Quando scoppiarono le rivolte nel mondo arabo, la Turchia era al suo apogeo d’influenza nel Mediterraneo. Erdoğan e l’establishment dell’Akp capirono immediatamente la portata di ciò che stava accadendo e non si lasciarono sfuggire l’occasione. L’ascesa di partiti musulmani moderati che s’ispirano chiaramente al modello dell’Akp permise alla Turchia di porsi a “nume tutelare” e punto di riferimento per paesi che si liberano da dittature trentennali ed aspirano a un equilibrio tra tradizione islamica, secolarismo ed esercizio della democrazia.

A questi paesi la Turchia offre non solo il modello politico dell’Akp – un modello politico di successo perché coniugava tutti questi aspetti – ma anche un modello economico vincente. Molti hanno designato questa nuovo corso come “neo-ottomanesimo” ma in realtà la politica estera dell’Akp prendeva spunto dalle riflessioni geopolitiche dello stesso Davutoğlu che affidò le sue teorie al libro Profondità strategica (pubblicato nel 2004) ed i cui punti salienti erano fondamentalmente quattro: “zero problemi con i vicini”, smussare i rapporti con i paesi arabi, prendere le distanze da Israele e coinvolgere la Turchia negli affari del Medio Oriente. Detto fatto.

Così inizia la tournée di Erdoğan nei paesi della Primavera Araba con l’apogeo al Cairo dove Erdoğan e l’Akp raggiungono il picco di popolarità. La Turchia di colpo diventa arbitro nel Mediterraneo e prende la sua rivincita sulle reticenze europee: non è più la Turchia ad aver bisogno dell’Europa ma è l’Europa ad aver bisogno della Turchia. Le dinamiche di ciò che accade nel mondo arabo sono infatti sconosciute agli Europei mentre la Turchia dalla sua parte ha esperienza e soprattutto un modello da offrire. L’Europa e l’Occidente dal canto loro si rallegrano per il fatto che il modello per i paesi della Primavera Araba sia la democratica e moderata Turchia piuttosto che l’Iran o le teocratiche e medievali monarchie del Golfo.

Così sembra. Ma poi gli sviluppi degli eventi smentiscono questa visione. Soprattutto il modello turco si sgretola di fronte alla crisi siriana che mette in luce per la prima volta la debolezza di questo ruolo di mediazione.

Oggi la Turchia, pur conservando la sua forte influenza nel Mediterraneo, è in preda ad una spirale conservatrice e liberticida che soffoca non sono la stampa, ma anche tutta la società civile. Il processo in realtà era già in atto da tempo ma di fronte agli sforzi del paese in senso democratico l’Europa e gli Usa hanno volutamente chiuso un occhio (spesso anche due) volendo guardare più alle luci che alle ombre di questo paese.

La Turchia resta nondimeno un punto di riferimento per i paesi della regione ma, esaurito l’effetto popolarità che ha avuto per diversi anni, occorre ch’essa intraprenda oggi ben più difficili strade se intende diventare una democrazia compiuta ed un reale interlocutore dell’Europa e dell’Occidente nel Mediterraneo.

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