Xi, il presidente cinese figlio di un comunista epurato

Nel Congresso del 2007 per lui c’era stata fumata nera

PECHINO – Taoguang yanghui. In cinese significa “nascondere le capacità e aspettare il proprio momento”: è quello che – pubblicamente – ha fatto Xi Jinping, nominato oggi presidente della Repubblica popolare cinese. Una rincorsa durata anni, del resto. Sappiamo che Xi sarebbe stato il numero uno dal 2007, quando il suo nome cominciò a circolare come simbolo del perfetto equilibrio tra i “principini” – come Xi – i figli dei rivoluzionari – e i “tuanpai”, ovvero i membri della Lega della gioventù comunista, la cantera dell’ex presidente Hu Jintao. Allora, nel 2007, ci fu fumata nera: il diciassettesimo congresso del Pcc non nominò Xi come vice capo della Commissione militare, viatico dei futuri numeri uno in Cina. Un segnale che venne presto recuperato, con la nomina giunta due anni dopo.

Nel corso del diciottesimo congresso, svoltosi a novembre del 2012, Xi Jinping ha fatto invece il pieno: nominato segretario del Pcc e capo delle forze armate, una carica che solitamente i presidenti uscenti in Cina tengono per loro, per evidenziare il proprio peso ancora vivo nei giochi interni al Partito. Una leadership ambivalente: Xi infatti viene considerato “debole” da chi sottolinea che gli toccherà governare con i vecchi leader, di due generazioni precedenti, ancora vivi. Non solo Hu Jintao e Wen Jiabao, ma anche Jiang Zemin, il grande vecchio il cui ruolo nell’attuale composizione del Comitato centrale del Politburo è stato determinante (cinque su sette sono suoi uomini). C’è chi invece lo considera un leader “forte”, perché assume su di sé le tre cariche vitali del potere in Cina: segretario del Pcc, presidente della Repubblica e soprattutto capo delle forze armate.

Da questa duplice situazione, che tipo di leadership verrà fuori? Innanzitutto è bene precisare alcuni aspetti circa la “debolezza” presunta di Xi. Jiang Zemin è molto vecchio ed è probabile che con la sua morte si possano aprire le possibilità di vedere nuovamente cambiare gli assetti della sua “cricca”. Hu Jintao e Wen Jiabao sono usciti di scena in modo clamorosamente debole. Il duo Hu e Wen si è infatti ritirato lasciando un Paese come seconda economia mondiale, ma con il marchio della corruzione, evidenziato dallo scoop del New York Times sull’impero economico della famiglia di Wen. Hu ha abbandonato la carica di capo delle forze militari, forse proprio perché al centro di una guerra interna che lasciava presagire possibili fughe – clamorose – di notizie anche sul suo conto. In ogni caso, per fare capire l’aria che tirava, uno dei suoi più stretti collaboratori era stato sistemato poco prima del congresso con uno scandalo di grande clamore: il figlio si era schiantato in Ferrari – dimostrando un altro patrimonio economico decisamente rilevante e poco consono ad un funzionario – sul quarto anello di Pechino.

La forza degli uscenti, quindi non dovrebbe essere ormai così ingombrante per Xi Jinping, anche se il Comitato Centrale del Pcc vede in gran numero la componente del “carrozzone Hu Jintao”, ovvero appartenenti alla Lega dei giovani comunisti. Si tratta però di alleanze che con lo scandalo Bo Xilai – l’ex leader di Chongqing epurato – abbiamo imparato a conoscere come volatili, dipendenti spesso da questioni economiche e finanziarie, solidaristiche, talvolta familiari. Spesso imperscrutabili.

Secondo molti analisti, invece – opinione anche di chi scrive – Xi Jinping si trova in una straordinaria posizione di forza. Ha raccolto infatti a sé i gangli vitali del potere in Cina: partito, stato ed esercito. Non gli mancano gli appoggi economici: come venne fuori dal lungo reportage di Bloomberg, Xi Jinping e i suoi familiari sono miliardari. Questo significa controllare fette importanti dei settori più lucrativi dell’economia cinese. Poi, è un principino: suo padre è Xi Zhongxun uno che ha contribuito alla vittoria comunista in Cina. Nel 1966 venne epurato, Xi fu costretto a denunciarlo per ben tre volte.

Ma dopo la riabilitazione il padre spinse al massimo: Xi venne finalmente ammesso come membro del Pcc (dopo nove rifiuti), si iscrisse alla prestigiosa Tsinghua (dopo tre rifiuti) infine divenne assistente di Geng Biao, vecchio compagno del padre, impegnato nel ministero della Difesa, dove crea il suo network più importante: l’esercito. Non è un caso che al lancio della sua campagna “il sogno della Cina”, il potente colonnello Liu Mingfu abbia esultato. Tempo fa il militare scrisse un libro proprio con quel titolo. E sentito dal Wall Street Journal ha riassunto in questo modo la comprensione dei militari circa l’approccio di Xi Jinping: «Vuole una Cina forte, che significa un esercito forte». Ed è vero. Xi ha tenuto un atteggiamento molto energico contro il Giappone, ha mandato la prima donna portavoce dell’Assemblea Nazionale ad annunciare l’aumento delle spese militari, dicendo forte e chiaro che la Cina è una grande paese e come tale deve ormai comportarsi. Anche nelle spese della difesa.

Non solo, perché da un punto di vista politico Xi ha lanciato una campagna contro la corruzione che oltre ad aver ricevuto l’appoggio dei media statali, ha saputo incrociare al momento giusto lo sdegno della popolazione cinese. A quanto pare, a quanto sappiamo da oggi, infine Xi ha messo il carico su questo messaggio, con la nomina di Li Yuanchao a vice presidente. Ci sarà da capire quanta autonomia verrà affidata al vice presidente, ma Li è un funzionario che si è sempre distinto per il rigore, l’umiltà e l’attenzione alla disciplina e alla frugalità, termine molto in voga in Cina in questi giorni.

La nomina di Li, infine, ci dice un’altra cosa su Xi Jinping. È un equilibrista, capace di mediare ma anche deciso. Li – protegè d Hu Jintao – pare infatti che all’ultimo congresso fosse stato fatto fuori niente meno che da Jiang Zemin. Xi gli ha dato un ruolo molto importante, dimostrando un’autonomia decisionale che potrebbe essere determinante per il futuro del Paese.

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