Boeri: “Meno tasse per rilanciare l’occupazione”

La crisi del lavoro: nel 2012 un milione di licenziati

Professor Tito Boeri, che idea si è fatto del triplo suicidio di Civitanova Marche, in cui è coinvolto un esodato?

E’ uno dei tragici effetti della crisi. E’ molto più dura di quella del 2008-9 perchè le famiglie hanno già grattato il fondo del barile. E gli esodati si trovano presi in una morsa: sussidi di disoccupazione più brevi e pensioni più lontane. La triste vicenda mette in luce i buchi evidenti del nostro sistema di ammortizzatori sociali, in particolare la mancanza di un sistema di assistenza sociale universale cui si possa accedere se non si trova lavoro dopo avere esaurito la durata dei sussidi di disoccupazione. Dovrebbe essere un fatto automatico, che non comporta alcuna umiliazione per chi ne fruisce: un semplice proseguimento del sussidio di disoccupazione per chi è in condizione di bisogno (quindi condizionato all’accertamento di questa tipologia).

Qual è la situazione oggi del mercato del lavoro italiano? Solo nel 2012 ci sono stati un milione di licenziamenti.

Molto pesante. Per via della crisi, ma non solo. Tre milioni di disoccupati e un dualismo contrattuale che non accenna a diminuire. Si è solo parzialmente ridotto il divario nei tassi di occupazione tra uomini e donne, ma in un contesto in cui calavano tutti e due. Insomma c’è molto da fare per riformare il nostro mercato del lavoro. Anche se la creazione di nuovi posti oggi dipende soprattutto da come si risolve il problema della stretta creditizia alle imprese e dalla riduzione delle tasse sul lavoro.

Dal suo osservatorio quali sono ad oggi gli effetti prodotti dalla riforma Fornero?

E’ riuscita a ridimensionare alcune figure contrattuali che, prima della sua entrata in vigore, continuavano a crescere nonostante la crisi. Tra queste, il lavoro a chiamata e le associazioni in partecipazione. C’è stata una netta inversione del trend in questi contratti dal luglio 2012. Dato che la recessione era già in atto, il cambiamento di rotta può essere realisticamente attribuito alla riforma. Si tratta, in non pochi casi, di abusi compiuti da datori di lavoro che vogliono non solo risparmiare sul costo del lavoro, ma anche trasferire sul dipendente i rischi di impresa, per giunta pagandolo pochissimo. Quindi poco male, si dirà, se questi contratti sono stati ridimensionati dalla legge. Ma il problema è che a questa distruzione di posti precari non ha corrisposto la creazione di posti a maggiore stabilità. Il caso dei contratti a progetto è eloquente a questo riguardo oltre ad essere quantitavamente più importante.

Può farci degli esempi?

Ad esempio, secondo le stime di Veneto Lavoro, solo il 15 per cento degli 11.000 contratti di collaborazione distrutti nel terzo trimestre del 2012 in quella regione è stato trasformato dalla stessa impresa nei mesi successivi in nuovi rapporti di lavoro. Occorre perciò creare un percorso di stabilizzazione che offra al datore di lavoro un’alternativa ai contratti di lavoro precari in essere. La riforma Fornero punta sul contratto di apprendistato, prevedendo anche forti incentivi fiscali. Ma il contratto di apprendistato, oltre ad avere forzatamente una platea limitata, richiede una normativa regionale specifica, dunque tempi lunghi, mentre siamo in piena emergenza. Non c’è tempo neanche di affidarsi a sperimentazioni locali di contratti di inserimento. Bene che il governo intervenga delineando un percorso di entrata nel mercato del lavoro alternativo ai contratti precari che si vuole scoraggiare, possibilmente proponendosi di dare orizzonti lunghi, di stabilizzare gradualmente il lavoratore. C’è un disegno di legge depositato sia alla Camera che al Senato nella passata legislatura che recepisce questa impostazione.

Quali sono i primo provvedimenti da prendere per riattivare la creazione di posti di lavoro in Italia?

Come accennavo sopra, è fondamentale che il governo intervenga delineando un percorso di entrata nel mercato del lavoro alternativo ai contratti precari che si vuole scoraggiare. Sapendo, comunque, che la creazione di lavoro richiede oggi soprattutto di agire sulla domanda di lavoro, alleggerendo la pressione fiscale e riducendo la stretta creditizia sulle imprese.
 

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