Brianza, la crisi spezza i piccoli: “Ma non vincerà”

Export e innovazione salveranno il mobile?

A Mariano Comense (provincia di Como) comprano enormi letti e divani (su misura per le loro dacie). A Cantù, poco lontano, anche armadi e intere stanze. Sono molto seri, a volte misteriosi («Con loro è meglio evitare di fare domande», si scherza) ma senz’altro benvenuti. I russi: non saranno forse la salvezza del mercato del mobile, ma comprano tanto, vogliono cose di pregio e chi riesce a entrare in contatto con loro è fortunato. Del resto, come ripetono in tutta la Brianza, lamentarsi non porta da nessuna parte. «Bisogna fare, e aprirsi a nuovi mercati». Come la Russia e il medioriente. Alcuni puntano anche alla Cina. Sembra che restare in Italia ormai non convenga più a nessuno, nemmeno ai piccoli – subfornitori e terzisti – che formano il sottobosco produttivo della Brianza del legno.

«Secondo le previsioni, dalla fine del 2013 in poi la gran parte delle cose che faremo è destinata all’estero», spiega Gabriele Montorfano, artigiano di Cantù specializzato in armadi e arredamenti su misura. Anche lui, come quasi tutti, ha seguito le orme di famiglia, lavorando in bottega e portando avanti l’azienda. «Noi lavoriamo per una fascia medio-alta, e i problemi ci sono», ma meno. Di sicuro, «il mercato italiano ha cominciato a perdere terreno anni fa» e poi si è quasi polverizzato. «Noi eravamo Milano», racconta. Con un gesto indica la finestra – da lì si vede, appoggiata a in discesa, la città di Cantù; e poco oltre c’è la statale che collega Como e la Brianza a Milano e alla Fiera del Mobile. «Ma adesso sulla Milano-Meda non ci sono quasi più nemmeno i furgoni, il mercato è fermo, non si produce più nulla». Esagera, certo. I furgoni ci sono ancora, e forse il flusso è diminuito. Ma a quanto pare, qualcosa sta finendo.

Gli strumenti di lavoro di Gabriele Montorfano

Il leit-motiv che gira per tutta la zona, dalla provincia di Como a quella di Monza-Brianza, è sempre lo stesso. «Sono tempi duri, molto». Addirittura, c’è chi, come Enzo Fantinato della Cna di Como, parla del 2013 come di «annus horribilis». Non cita numeri, ma racconti di aziende che chiudono. Aggiunge che le piccole imprese «sono allo stremo delle loro forze», e accusa la politica (ma non sarà l’unico): «Tutti si riempiono la bocca di “artigianato” ma poi che fanno? Niente. Non c’è più il ministero e neppure l’assessorato regionale», chiosa.

Il problema, come spiega Walter Mariani di Bovisio Masciago, è che «con la crisi le grandi imprese preferiscono tenere dentro le attività che prima lasciavano agli altri, a noi piccoli». Lui è titolare di un’azienda di verniciatura e presidente della Unione Artigiani della provincia di Monza Brianza («che rappresenta un quarto degli artigiani di tutta la Brianza») , e a pieno titolo fa parte della filiera produttiva del mobile. Ma adesso, continua, «tutti i servizi che erano esternalizzati alle piccole botteghe artigianali sono stati internalizzati». Cioè, preferiscono occuparsene in proprio. Questo «per evitare la cassa integrazione e far lavorare gli operai che, altrimenti, sarebbero rimasti inattivi». O internalizzano oppure delocalizzano. I entrambi i casi, il danno economico, per le aziende sub-fornitrici, è enorme. Ma non solo: «In questo modo fanno da soli, ma peggio di come faremmo noi». Insomma, «ora come ora, le cose vanno in modo decente solo per chi esporta». E anche lui, in qualche modo, lo fa. «Ho lavorato per il palazzo reale del Qatar», ad esempio, e anche lui adesso guarda lassù. «Alla Russia».

E allora forse l’unica strada è quella: i mercati esteri. Lo sostiene anche Daniele Tagliabue, a capo della Emmemobili, con sede a Cantù e presidente per la Delegazione, sempre di Cantù di Confartigianato. Nei giorni del Salone è fisso a Milano. Ma viaggia molto, sempre. A caccia di nuovi mercati. «No, non esistono nuovi mercati. Ormai si parla del mondo. Tutto insieme». E la Russia è solo un tassello: «Qui vengono dal Sudafrica, dal Brasile e da tutta l’Europa». Internazionalizzarsi non è più una sfida, è una necessità. «La crisi è come la guerra: non è mai bella. E non è, come dicono, un’occasione. È solo che ormai non si può più dire che sia una crisi. È un’altra cosa: è un nuovo mondo e una nuova economia. Si corre così, e bisogna restare in corsa». Nuovo modo di lavorare, un nuovo modo di capire il mercato, tutto nuovo. Ma la verità è che, nel dinamismo, affiora la disperazione: «Io ho 53 anni, e lavoro da quando ne ho 19. Non ho mai visto niente del genere: il cambiamento è stato repentino. E soprattutto la politica è cieca: ragiona come una volta». E non corre insieme alle imprese, che devono fare da sole nella guerra dei mercati.

Le vie di Cantù

Letti destinati al mercato russo

Ma qualcosa, nel deserto della crisi, comincia a muoversi. «Del resto, o si fa o non si fa. Non esiste il “provare”». Questo è il motto di Davide Carnio, 31 anni, della Touch of Style. Azienda che ha creato di persona, insieme al padre (che è stato terzista per tutta la vita): lui produce e vende divani, e i suoi clienti migliori sono, ancora una volta, gli stranieri. I russi, di sicuro. «Per sopravvivere faccio ancora il terzista. Per pagare le bollette, ad esempio». Ma vuole di più. L’entusiasmo non gli manca: «È un momento difficile, e proprio per questo dobbiamo posizionarci meglio. Quando finirà, noi saremo più avanti degli altri». Lui crea divani di design («cerco giovani, sono più aperti e curiosi, hanno più voglia di sperimentare»), crede molto nel marketing («per fare il marchio ci ho lavorato mesi: è un nome inglese, ma il sottotitolo, in italiano, ricorda a tutti che stiamo parlando di made in Italy»), non gioca sui prezzi («li faccio alti, li tengo alti. Non rubo i clienti»).

Ha tante idee, trovate, trucchi. Per accogliere i clienti, c’è sempre, preparata, una stanza arredata con i suoi divani. Mossa furba: «Non si accorgono nemmeno, si siedono per parlare e stanno già provando il nostro prodotto». C’è anche il catalogo, «ma fatto diverso», con i mobili fotografati in ambienti esterni e di fronte ai paesaggi più belli di Como. In sé, per il settore, una piccola rivoluzione. «Finché va l’azienda è un bene. Se un giorno dovesse chiudere, sarà perché lo deciderò io, e non le grandi aziende che tirano sul prezzo dei prodotti – e si fanno belle con le nostre capacità». E ha anche una personale (forse non molto complessa) lettura della crisi: «è terribile, sì. Ma non si fa sempre di tutto per superarla. Vedo gli altri: tutto sommato campano con i soldi delle generazioni precedenti. Lavorano, certo. Ma non hanno la “fame”». Lui sì, e ne è fiero. E forse è giusto: visto che la corsa è cominciata, bisogna solo correre. Il mondo si è aperto: dal Brasile alla Russia. E così, nella Brianza del mobile, falcidiata dalla crisi, qualcosa – sembra – si sta muovendo.