Delusione arbëreshë: “Rodotà era il nostro presidente”

Minoranze e politica

«Mire se na erthe #Rodotà!!» scrive Luca su Twitter. Luca non fa altro che dar voce alle speranze che la piccola comunità degli arbëreshë ripone nel «suo» Presidente: «Benvenuto #Rodotà» scrive in arbëreshë, augurandosi l’elezione di Stefano, giurista e candidato del Movimento Cinque Stelle al Colle più alto, quello che è stato, e presto ancora sarà, di Giorgio Napolitano.

Stefano Rodotà, classe ’33, è originario di San Benedetto Ullano, millecinquecento anime circa in provincia di Cosenza, ma soprattutto, storica comunità arbëreshë abitata da cittadini bilingue, italo-albanesi. Di centri simili, che conservano ancora tradizioni e costumi dei fondatori albanesi del ‘500 ce ne sono a decine, soltanto in Calabria: Acquaformosa (Firmoza), Civita (Çifti), Frascineto (Frasnita) e San Basile (Shën Vasili), tutti situati nel cosentino, ma anche Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo.
Le origini di questi paesi affondano le loro radici nella diaspora degli albanesi, che si videro costretti a lasciare il loro Paese nel ‘500 a seguito dell’invasione dei turchi, e che fondarono comunità ancora oggi orgogliose delle loro tradizioni. Durante il martedì di Pasqua, ad esempio, in molti dei comuni albanofoni vengono celebrate le Vallje, un’antica danza popolare che rievoca una vittoria riportata dal generale albanese Skanderberg contro gli invasori turchi, proprio nell’imminenza della Pasqua. La Vallja è una sorta di catena umana, formata da giovani vestiti in costume tradizionale arbëreshë, che tenendosi uniti con dei fazzoletti e seguendo i due Flamurtarë (portabandiera, ndr), percorrono le vie del paese intonando canti in lingua. 

Solo in Calabria sono censiti circa 51 mila italo-albanesi, e la comunità è tutelata dalla legge 482 del 15 Dicembre 1999 che dispone, tra l’altro, anche l’assegnazione di fondi alle minoranze linguistiche come quella arbëreshë. Una comunità unita, per una volta, dall’orgoglio per Stefano Rodotà, il «suo» Presidente. Un orgoglio figlio sicuramente dell’accentuato campanilismo locale, ma non solo. 

«Proprio ieri abbiamo consegnato alla sede provinciale del Pd di Cosenza 1059 firme raccolte in una sola serata, a sostegno alla candidatura di Stefano Rodotà. Ma abbiamo notato che la sua figura è apprezzata in tutta la regione» conferma a Linkiesta Giovanni Manoccio, sindaco Pd di Acquaformosa. «Solo campanilismo? Non credo. L’appartenenza di Stefano Rodotà alla comunità arbëreshë ha solo rafforzato la credibilità di cui già gode. La sua statura morale, e la sua cultura sono riconosciute da tutti, e da sempre» risponde Manoccio, che non lesina parole forti anche sul suo partito: «La base del Pd è da sempre con Rodotà. La scelta di rivotare Napolitano è terribile, avremo Giuliano Amato premier incaricato, i 10 saggi come ministri, e un Parlamento esautorato. Hanno mandato allo sbaraglio Prodi e Marini, e D’Alema, furbo, si è chiamato fuori, risparmiandosi l’umiliazione» conclude il sindaco di Acquaformosa. 

Un equivoco di fondo, tuttavia, non viene chiarito da Manoccio, né da altri esponenti Pd: ascoltare la base e le persone che chiedono di votare Rodotà presidente, come invocato da più parti, non significherebbe sposare l’idea del presidenzialismo, con il Capo dello Stato eletto dai cittadini? «Non sono d’accordo sull’affidare potere decisionale ai cittadini, nell’ambito dell’elezione del Capo dello Stato» dice a Linkiesta Vincenzo Tamburi, iscritto al Psi, e giovane sindaco di San Basile, altro centro arbëreshë. «Tuttavia sono cambiati i tempi – continua Tamburi – e la minore affezione verso la politica va combattuta proprio ascoltando di più le persone, non come è accaduto con Rodotà». Tamburi, però, rivendica molto anche le origini arbëreshë di Stefano Rodotà, e con non poco rammarico ammette: «Il Pd ha perso un’occasione, la nostra coalizione avrebbe dovuto candidarlo prima che lo facesse il Movimento Cinque Stelle. Stefano Rodotà per noi è un orgoglio, ed è il simbolo di quella caparbietà che solo gli ospiti di un altro Paese possono avere» ci dice Tamburi, eletto sindaco 28enne nel 2009.

«Eleggere Rodotà potrebbe essere importantissimo anche perché, da membro di una minoranza linguistica, sarebbe un Presidente della Repubblica vicino alle fasce più deboli, quelle confinate ai margini della società. Stefano Rodotà sarebbe davvero il presidente di tutti, ma purtroppo, visto l’andazzo, ormai mi sembra troppo tardi», conclude non senza un pizzico di malcontento il sindaco del piccolo centro italo-albanese. Un’insoddisfazione che è comune a molti, e che si ritrova anche in rete.
Matteo confessa su Twitter di volere Rodotà presidente «perché ha le stesse origini arbëreshë di Costantino Mortati». Originario di Civita, infatti, Mortati fu giurista, e tra i padri costituenti che parteciparono alla stesura della Costituzione nel 1946. «O bojne keshtu o il #Pd vdes» (o fanno così, o il Pd muore, ndr) scrive ancora Luca, invece. Da sempre a sinistra, anche lui originario di Civita, vive a Napoli da anni, e lo ritroviamo dopo il tweet di ieri: «Perché Rodotà? Il Pd dovrebbe votarlo perché è un galantuomo, un fine giurista, un difensore dei diritti dei cittadini, e per giunta un uomo di sinistra, voluto dal popolo di sinistra» ci dice oggi. Pur essendo arbëreshë, Luca non ne fa una questione identitaria, ma politica. In ogni caso, sempre di orgoglio si tratta. Quello stesso orgoglio che stringe tutta la comunità arbereshe attorno al «suo» presidente: Stefano Rodotà, da San Benedetto Ullano. 

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