Grillo e i nuovi sanculotti: intrupparsi è idiota

Piazze urlanti. Il Parlamento è pieno di chi fa le quirinarie ma non vota per il Quirinale

Chiamatela, se volete, agorafobia. Paura della piazza. Sarà perché da trent’anni faccio il pennivendolo al servizio dei poteri forti, ma della piazza ho sempre diffidato. Non della piazza vuota: di quella piena, imbandierata, vociante, tumultuante, ribollente di passioni.

Sono abbastanza vecchio da ricordare le piazze del ’68, le gigantografie di Mao, i gruppuscoli, gli extraparlamentari. Ma quelli almeno erano “extra” sul serio, nel parlamento borghese non ci volevano proprio entrare. Ora invece il parlamento è pieno di extraparlamentari. Di gente che fa parlamentarie e quirinarie, poi sta seduta quando eleggono al Quirinale qualcuno che a loro non garba, o esce dall’aula e si unisce alla folla, al “mob” che schiamazza là fuori insultando la casta e gridando al colpo di stato. Non mi riferisco soltanto ai “grillini”.

Di extraparlamentarismo parlamentare ne abbiamo visto di ogni colore, i ministri di Rifondazione che si univano agli scioperanti, gli onorevoli del Pdl che occupano Palazzo di Giustizia per difendere il loro capo dalle toghe rosse, quelli della Lega che teorizzano la macroregione del Nord o mangiano mortadella davanti a Montecitorio contro l’elezione di Prodi. Rappresentanti che invece di rappresentare e legiferare fanno i cortei contro le leggi e i legislatori. In una parola, contro se stessi. Perché sono casta, ma si credono popolo. Il popolo della Padania, il popolo di Mediaset, il popolo della sinistra, il popolo delle partite Iva. E adesso il popolo del web. Che poi significa 4 milioni e mezzo di utenti twitter, 23 milioni su Facebook rispetto a 47 milioni di elettori. È questa la nuova “avanguardia cosciente” che pretende di interpretare la volontà collettiva. Nella piazza virtuale, e ora anche in quella reale.

I sanculotti digitali non sono armati (buon per noi, e buon per loro) di manganelli, ma nemmeno di quella inventiva semantica che ha reso celebri i legionari di D’Annunzio o i filibustieri futuristi. Sui social network o in viva voce, non fanno che replicare all’infinito il solito repertorio di insulti da stadio: “infame, buffone, venduto, in galera, vergogna, mortacci, te vada de traverso”, o più ecumenicamente, “ci avete rotto il cazzo, andate a casa”. Facile credere di avere ragione solo perché si è in tanti e tutti insieme nello stesso luogo. Indignarsi è giusto, intrupparsi è da idioti. È la negazione del pensiero, dell’intelligenza, dell’argomentazione razionale.

Non si riflette, in piazza, e neppure si decide. Tutt’al più si inveisce, si applaude e si sfascia. Nessun reato, neppure la corruzione o il falso in bilancio, è odioso quanto il linciaggio. E quello di cui è stato vittima l’altra sera Dario Franceschini (che di reati, fino a prova contraria, non ne ha commessi), pur se “pacifico”, somiglia molto a un linciaggio. La cosiddetta casta ha fatto del suo meglio per remare contro la rinascita del paese: con la sua inefficienza, più che con le ruberie (pazienza se si ruba un po’ facendo buone leggi), ci ha condannati a restare, come ha scritto il Financial Times, un paese “lost in stagnation”. Ma se l’alternativa alla casta è la cesta, quella che raccoglieva le teste dei ghigliottinati tra le urla della piazza, della “populace” inferocita, mi tengo la casta.   

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