La Fed non sarà mai immobile e paralizzata come la Bce

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BERKELEY – Immaginate due banche centrali. Una iperattiva e che reagisce con forza agli eventi che ha di fronte. Se da un lato non può venire accusata di trascurare gli sviluppi del momento, dall’altro, le sue politiche sono criticate perché ammassano problemi per il futuro.

L’altra banca centrale, invece, resta imperturbabile: di fronte a tutto ciò che succede, sta ferma. Cerca, a tutti i costi, di evitare di fare qualsiasi cosa che potrebbe sembrare un incoraggiamento al rischio, e cerca di evitare di creare qualsiasi cosa che sappia di inflazione.

Ciò che ho appena descritto, com’è ovvio, non è una situazione ipotetica. È, in effetti – in modo molto stringato – il ritratto della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea.

Secondo una teoria, piuttosto diffusa, delle differenze di approccio delle due banche, la spiegazione di questo fenomeno ha origine nelle rispettive esperienze storiche delle società cui appartengono. Le personalità istituzionali delle banche rispecchiano il ruolo della memoria collettiva nel dare forma al modo in cui i funzionari vedono e concepiscono i problemi che si trovano davanti.

Nella coscienza di ogni banchiere centrale americano, l’evento fondativo che rimane impresso a fuoco è la Grande Depressione del 1930, quando la Fed rimase pressoché inerte mentre l’economia crollava. Di conseguenza la banca, appena viene percepito il rischio, anche limitatissimo, di una nuova depressione, reagisce con forza.

Al contrario, l’evento-cerniera che ha determinato la politica monetaria europea è l’iperinflazione del 1920, filtrato dall’esperienza degli anni ’70 e degli anni ’80, quando le banche centrali furono incaricate, di nuovo, di finanziare i deficit di budget e, di nuovo, con conseguenza inflattive. Del resto, la delega delle politiche monetarie nazionali a una banca centrale di ampiezza europea aveva esattamente lo scopo di risolvere questo problema.

Ma non è solo nel sistema delle banche centrali che si può vedere il ruolo della storia nel modellare le scelte politiche. Ad esempio, il presidente Usa Lyndon Johnson, quando decise di intensificare l’intervento statunitense in Vietnam, tracciò un paragone con Monaco, cioè quando l’incapacità di rispondere all’aggressione di Hitler ebbe conseguenze catastrofiche. Un quarto di secolo dopo, il presidente Usa George H. W. Bush, nel tentativo di ricollegare alla storia l’invasione irachena del Kuwait tracciò un parallelo con il Vietnam, dove l’assenza di un exit strategy be studiata fece sì che le armate americane restassero impantanate.

Un assunto fondamentale degli studi di politica estera è che chi governa, troppo spesso, non fa una verifica di idoneità alle analogie che sceglie. Non si chiede se c’è, in realtà, una effettiva somiglianza tra le circostanze storiche che richiama alla mente e l’attualità. Fa riferimento ad specifiche analogie non tanto perché siano simili alle condizioni del momento, ma perché sono marchiate a fuoco nella coscienza collettiva. Di conseguenza, ragionare per analogie modella e, allo stesso tempo, distorce la politica. Tanto da fuorviare chi deve prendere decisioni, come è successo con Johnson e Bush.

Gli stessi rischi valgono anche per la politica monetaria. Per quanto riguarda la Fed, sarebbe importante chiedersi se davvero siano gli anni ’30, cioè il periodo in cui la sua politica di austerity ha provocato la recessione, il migliore punto di riferimento storico da prendere in considerazione, soprattutto quando serve capire come regolare l’uscita dalla sua attuale linea economica, molto accomodante. Di sicuro, la Grande Depressione non è l’unica alternativa in offerta.

La Fed, ad esempio, potrebbe anche considerare il periodo tra il 1924 e il 1927, quando i tassi di interesse, allora bassi, alimentarono la crescita della borsa e la bolla immobiliare; oppure quelli tra il 2003 e il 2005, quando i tassi di interesse, pur di fronte a gravi squilibri finanziari, vennero tenuti bassi. Come minimo la Fed dovrebbe sviluppare un portfolio di analogie, verificare la loro idoneità e sintetizzare le loro lezioni, proprio come – è noto – fece il Presidente John F. Kennedy, quando soppesò tutte le sue possibilità trovandosi nel mezzo della crisi dei missili di Cuba nel 1962.

Allo stesso modo, la Bce dovrebbe tener conto non solo di come le sue politiche monetarie accomodanti abbiano permesso ai governi di accumulare enormi deficit di bilancio negli anni ’20, ma anche di come l’incapacità dei banchieri centrali di reagire alle crisi finanziarie degli anni ’30 abbia alimentato estremismi politici e minato la fiducia per un governo responsabile. Di nuovo, un’analisi rigorosa richiederebbe almeno una verifica di queste analogie storiche confrontate con la situazione attuale.

Chiunque facesse questo, di conseguenza, avrebbe molta difficoltà a difendere la Bce e la sua testarda inazione di fronte agli eventi. In Europa, al momento, non c’è nessuna prova che, dietro l’angolo, ci sia inflazione. E se non sono i governi europei quelli impegnati in politiche di austerity, allora quali lo sono?

Quando considero l’economia europea, risulta evidente che l’incapacità della Bce di fornire un maggiore sostegno economico alla crescita sia analoga, in via diretta, alle politiche monetarie disastrose del 1930. Le conseguenze potrebbero essere ugualmente devastanti. Gli europei dovrebbero chiedersi una cosa: perché gli anni ’20 e la loro inflazione sono diventati il loro punto di riferimento sulle politiche economiche, e non gli anni ’30, con tutti i disastri connessi?

D’altro canto, quando guardo all’economia degli Usa, ritengo che l’episodio più simile alla situazione attuale non sia il triennio 1924-1927, e nemmeno quello tra 2003-2005, bensì il periodo di ripresa dalla Grande Depressione. Solo negli anni ’30 ci furono tassi di interesse pressoché allo zero. E solo nel 1930 l’economia si stava scavando una via per uscire da una gigantesca crisi finanziaria.

D’altra parte, l’analogia con gli anni ’30 è, c’è da aspettarsi, quella che io trovo più convincente. Quello fu l’episodio centrale per le politiche monetarie americane. E io, dopo tutto, sono un americano.
 

*Barry Eichengreen è professore di Economia e di Scienza Politica all’Università Berkeley della California. Questo articolo è stato pubblicato su Project Syndicate il 10 aprile 2013, con il titolo: The Use and Abuse of Monetary History

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