Mancanza di lavoro non vuol dire solo disoccupazione

Gli italiani che potrebbero entrare nel mercato sono quasi 6 milioni

Non ci sono solo i disoccupati, nell’Italia da un milione di licenziamenti. L’Istat ha pubblicato gli indicatori complementari al tasso di disoccupazione relativi al 2012. E oltre a chi un lavoro l’ha perso, ci sono gli inattivi – quasi 3 milioni, il numero più alto dal 2004 – che non hanno cercato un lavoro nelle ultime quattro settimane ma sarebbero disponibili a lavorare (alcuni subito, altri no). E ci sono anche gli scoraggiati, 1 milione 300mila, cioè quelli che dichiarano di non aver cercato lavoro perché convinti di non trovarlo. Sommando le forze lavoro potenziali ai disoccupati, gli italiani che potrebbero entrare nel processo produttivo sarebbero 5 milioni 831mila. Senza dimenticare i sottoccupati part time, quelli che vorrebbero lavorare di più rispetto ai contrattini che si trovano in giro e che magari lo fanno pure ma non ufficialmente.

È la fotografia del disagio lavorativo italiano. La crescita del tasso di disoccupazione, dal 6% del 2007 al 10,7% del 2012, è stata accompagnata non solo dalla perdita dei posti di lavoro (di cui 1 milione solo nel 2012) ma anche dalla crescita delle forze di lavoro potenziali e dei sottoccupati part time. Se gli stipendi calano e il potere d’acquisto pure, anche chi prima non desiderava di lavorare ora cerca un impiego per mantenersi. Andando a infoltire la vasta schiera dei disoccupati. Non solo, in Italia si trova un terzo dei circa 8,8 milioni di individui dei Paesi dell’Unione europea che dichiarano di non cercare lavoro ma di essere disponibili a lavorare. 

Gli inattivi disponibili a lavorare sono in crescita sia in Italia sia nell’Unione europea. E in quasi tutti i Paesi dell’Ue le donne inattive sono molto più numerose degli uomini. Ma in Italia il divario è più ampio: il 17,2% delle donne rispetto al 7,6% degli uomini. I motivi? Una donna su cinque dichiara di non ricercare lavoro perché non riuscirebbe a conciliarlo con la cura dei figli e dei familiari.

Il numero degli inattivi non era mai stato così alto dal 2004: 2 milioni 975mila unità, l’11,6% della forza lvoro. E la quota più elevata, cosa che non sorprende, è composta dai giovani tra i 15 e i 24 anni. Gli inattivi, poi, abitano soprattutto al Sud, con percentuali che sono oltre cinque volte superiori a quelle del Nord Italia. 

In questo quadro, aumenta lo scoraggiamento dei lavoratori e potenziali lavoratori: 1 milione 300mila dice di aver rinunciato a cercare lavoro perché crede di non riuscire a trovarlo. L’incidenza degli scoraggiati sale fino al 47% nelle regioni meridionali, dove alle opportunità d’impiego più basse si affianca una maggiore sfiducia nella possibilità di trovare e mantenere un’occupazione. 

Crescono i numeri anche tra i sottoccupati part time: + 34% rispetto al 2011, pari a 605mila unità. E anche in questo caso le donne sono in maggioranza, dovendo subire spesso contratti a tempo parziale senza averli richiesti (i cosiddetti part time involontari). In proporzione rispetto al totale della forza lavoro, i sottoccupati sono soprattutto giovani, vivono nel Mezzogiorno e non sono italiani. A fronte delle 16 ore lavorate, desidererebbero lavorare in media 36 ore. Magari lo fanno pure, ma in busta paga delle ore aggiuntive non vi è traccia. 

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