Pechino vuole diventare Hollywood, ma censura “Django”

Nascono nella capitale gli studios di “Beijing freeport of culture”

PECHINO – La Cina vuole creare una vera e propria Hollywood pechinese per sottrarre a Hong Kong lo scettro di capitale del cinema d’estremo Oriente, ma intanto censura Django Unchained di Quentin Tarantino. Nell’accostamento di queste due notizie così di segno opposto, si intuisce al volo qual è il grande paradosso della transizione cinese. Un problema che non riguarda solo il cinema.

Mentre a Pechino sta per iniziare l’International film festival, si apprende che nel 2012 la Cina si è piazzata seconda dietro agli Usa nei ricavi al botteghino, che ogni giorno oltre Muraglia vengono aperte cinque nuove sale e che la capitale, dato che vi si produce il 60 per cento dei film cinesi, è una sorta di Hollywood del Celeste Impero. Per sancire questo primato, il Beijing gehua cultural development group, un conglomerato di proprietà del governo locale, ha progettato un hub del cinema e della cultura da ottocento milioni di dollari dove aziende cinesi e straniere, in una sorta di paradiso fiscale, potranno dare un ulteriore impulso al mercato dell’intrattenimento made in China.

Il Beijing freeport of culture” – questo il nome del nuovo complesso secondo il Wall Street Journal – raggrupperà studios cinematografici e televisivi, spazi per l’arte e uffici per imprese delle più diverse attività creative, dal design di beni di lusso al software. Sorgerà nella zona dell’aeroporto internazionale, lungo la direttrice che da nord-est scende verso il centro della capitale, un’area che sta diventando a tutti gli effetti una sorta di Mecca dell’intelligenza creativa perché già vi si trovano distretti culturali (come la 798), l’accademia di belle arti (Cafa), studi di architettura e design: la stessa Gehua organizza anche la Beijing design week e ha contribuito agli eventi spettacolari durante le olimpiadi del 2008.

È la Pechino più cosmopolita, che termina verso il centro con il quartiere delle ambasciate e l’enorme centro commerciale a cielo aperto di Sanlitun; ora il governo vuole trasformarla in una sorta di Hollywood-Broadway-Silicon valley-Chelsea district cinese (o, altrimenti detto, una Cinecittà-Brera-Fiera di Milano-triangolo della moda, moltiplicata per cento).

Aperta parentesi: notizie di corridoio ci dicono che un noto produttore cinematografico italiano, saputa la notizia, si sia precipitato a Pechino per ritagliarsi una fetta del business, ma che abbia trovato il “libero porto della cultura” ancora in alto mare. Chiusa parentesi.

Un esempio delle imprese che avranno dimora nel nuovo complesso è Beijing-Hollywood, una neonata piattaforma lanciata da un gruppo di investitori internazionali che dovrebbe favorire lo scambio di competenze tra case di produzione internazionali: soprattutto cinesi e del mondo anglosassone (Usa, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda). L’impresa, progettando letteralmente di salire sulle ali del drago (l’hub voluto dal governo cinese), ci offre una chiara immagine del nesso virtuoso pubblico-privato che la Cina cerca di promuovere. Nel “libero porto della cultura”, Gehua spera di attirare fino a cinquanta aziende – per metà cinesi e per metà straniere – puntando a un fatturato di 8 miliardi di dollari (50 miliardi di yuan) entro il 2016.

Il modello è la riedizione contemporanea di quello promosso negli anni Ottanta e Novanta da Deng Xiaoping, che creò di fatto i presupposti per il boom del Dragone: facilitazioni fiscali in cambio di investimenti e know-how che arrivavano dall’estero (allora svolse un ruolo fondamentale anche il basso costo del lavoro, improbabile che oggi si cerchi di replicare).

Nella versione attuale, la Cina cerca tecnologie e skills per alimentare il business del cinema e renderlo più maturo; in cambio, offre agli stranieri una maggiore quota di mercato cinese, oggi controllato politicamente: si parla del 14 per cento. Ai tempi di Deng, si creava la cintura manifatturiera del Dragone; ora l’industria immateriale, ciò di cui Pechino ha bisogno per diventare economia matura e competere sui mercati internazionali con prodotti ad alto valore aggiunto.

L’altra differenza rispetto a trent’anni fa è che, mentre attira risorse dall’estero, la Cina in questo caso si espande pure. Il gruppo cinese Wanda sta infatti proprio in questi giorni trattando per acquistare una catena europea di cinema. Non si sa quale, ma le voci di corridoio portano a Odeon & Uci Cinemas oppure a Vue Entertainment, entrambe britanniche. Va ricordato che il conglomerato della città nordoccidentale di Dalian, che controlla già un migliaio di sale oltre Muraglia, ha acquistato l’anno scorso per 2,6 miliardi di dollari la seconda più grande catena statunitense, Amc Entertainment: quasi 5mila cinema disseminati in 344 città, tra Usa e Canada.

È quella che abbiamo descritto la Cina-superpotenza del cinema, o presunta tale. Il modello cinese risalta simbolicamente nella stessa storia del gruppo Wanda, nato sviluppatore immobiliare – il mattone, sempre lui – per poi diversificare a tutto campo: oltre ai cinema, hotel, centri commerciali e i sempreverdi karaoke. Infine, la conquista dell’Occidente.

Questa dimensione globale stride però con il fatto che in settimana – questa è la seconda notizia – sia stato cancellato all’ultimo momento il debutto nelle sale cinesi di Djiango Unchained, il film western-emancipazionista di Quentin Tarantino. Si è parlato di «problemi tecnici», il che significa che qualcosa non è piaciuto alla censura.
Il film era già stato sottoposto alla consueta “ripulitura” preventiva alla quale aveva preso parte lo stesso regista, ha rivelato il distributore in Cina.

Tuttavia, quando in alcune sale era già iniziata la proiezione, è arrivato lo stop che ha provocato reazioni furenti soprattutto sui social media cinesi: «Il personale è venuto e ha detto … che avevano telefonato per comunicare che doveva essere rinviato!! Qualcuno può dirmi cosa sta succedendo!?!», ha postato per esempio un utente su Weibo. Un altro microblogger ha scritto: «Le mani a forbice dei censori sono più feroci di quelle del proprietario di schiavi che vuole rendere Django un eunuco» (il che ci rivela che il film circola ormai da settimane in versione pirata, alla faccia della censura, come del resto succede a tutti i blockbuster hollywoodiani in Cina).

Tralasciando i motivi dello stop a Django – si parla di alcune scene troppo splatter e di qualche fotogramma “troppo nudo” – quello che colpisce è la pessima figura fatta dalle due agenzie che sovrintendono le politiche culturali (e censorie) di Pechino: la State administration of radio, film, and television (Sarft) e la General administration of press, publication, radio, film and television (Gapprft). Quest’ultima, tra l’altro, è nata lo scorso marzo da un rimpasto di ministeri effettuato dal governo, proprio per gestire in maniera più efficiente – più consona ai tempi e più da superpotenza anche culturale – il processo produttivo nel mondo delle arti.

Figuracce come questa hanno ricadute politiche e di consenso. L’ha per esempio rimarcato Hu Xijin, caporedattore del Global Times, che è un giornale di proprietà del Quotidiano del popolo e quindi solitamente allineatissimo con le scelte di Pechino: «Il danno causato alla politica nazionale dalla scelta [di sospendere all’improvviso le proiezioni del film] sarà molto più grande di quanto avrebbero potuto provocare alcune “scene pericolose”», ha scritto Hu sulla sua pagina Weibo.

Ma soprattutto, economicamente parlando, interessano le ricadute dal punto di vista della creazione di una industria culturale al passo dei tempi. Il paradosso, appunto. Il governo cinese sta cercando, come abbiamo visto, di applicare la stessa ricetta delle “zone economiche speciali” al mondo delle arti, con in più la forza espansiva che viaggia a cavallo dello yuan forte. Tuttavia, ciò che andava bene per le manifatture semplici, non necessariamente si applica alla creatività: non basta attirare investimenti e nozioni tecniche offrendo in cambio benefici fiscali; non basta la quantità, ci vuole la qualità.

L’industria culturale di Stato, senza la circolazione di pensiero critico e il proliferare di cultura dal basso, non si alimenta. E non produce beni, merci, film, piuttosto che mobili o software, ad alto valore aggiunto. Se mai li imita, li pirata.

I risultati si vedono nella stessa Cina. Per un Djiango che circola in copia pirata e la cui sospensione dal circuito ufficiale genera rabbia, abbiamo decine di polpettoni “cappa e spada” made in China che annoiano non solo un ipotetico pubblico occidentale, ma anche quello locale.
In questo senso, il caso più eclatante fu forse quello di Avatar, il cui successo (200 milioni di dollari nel Celesto Impero), polverizzò nel 2010 le chance del campione locale, Confucio, promosso con campagne degne di Mao Zedong dall’establishment di Pechino. La reazione immediata fu quella di ritirare dalle sale gli uomini blu tridimensionali per dare una spintarella al noiosissimo padre (o nonno) del pensiero cinese; salvo poi fare marcia indietro quando non solo il pubblico, ma anche gli esercenti dei cinema, reagirono infuriati, rivelando così che i prodotti frutto di creatività “politicamente pilotata” non creano valore aggiunto.

Bill Dodson, autore di China fast forward, un libro sul problema dell’innovazione in Cina, parla di «hard ceiling» (soffitto duro), quando una società non riesce più a gestire il livello di complessità che si è venuto a creare nella società stessa: la crescita economica quantitativa produce bisogni diversificati e a un certo punto deve diventare anche qualitativa, offrire soluzioni inedite a problemi inediti, altrimenti si sale sempre di più e si finisce per picchiare la testa contro il soffitto. È il limite di un modello che fino a ieri funzionava e oggi non più. La Cina è lì, sta tirando testate.

A rendere più difficile il superamento del limite, c’è la resistenza da parte di quegli interessi costituiti, che si oppongono spesso in forma inerziale agli stessi tentativi di rinnovamento che arrivano dal governo centrale.
Ma tornando a Django, si è diffusa in Rete l’ipotesi che la sua “sospensione” sia dovuta all’opposizione da parte della Sarft verso la creazione di un sistema di rating che renda la censura più trasparente.

La mancanza di vere e proprie regole scritte sull’attività delle agenzie di Stato rende infatti il loro potere arbitrario, conserva la loro nicchia di potere. La Sarft potrebbe aver voluto lanciare un messaggio per interposto Djiango: «Ricordatevi che decidiamo sempre e comunque noi».
Stando così le cose, non basteranno investimenti ciclopici e la corazzata dell’industria culturale cinese rischierà sempre di naufragare miseramente nelle acque, teoricamente sicure, del “libero porto della cultura”. 

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