Per la Bce di Draghi niente spinte alla ”giapponese”

Per la Bce di Draghi niente spinte alla ”giapponese”

Altro che quantitative easing. La Banca centrale europea sceglie di non muovere alcuna pedina nel suo scacchiere. Nessun cambio di politica monetaria, nessun taglio dei tassi, nessuna nuova iniziativa per sostenere le piccole e medie imprese. Per ora, la Bce «resta pronta a intervenire», come ha detto il suo presidente Mario Draghi. Tutto il contrario del Giappone, che stamattina ha lanciato la sua offensiva, decidendo di raddoppiare la base monetaria al fine di stimolare l’economia.

La scelta della Bce ha stupito molti. Secondo l’ultimo sondaggio lanciato da CNBC, l’istituzione monetaria di Francoforte avrebbe tagliato il tasso d’interesse di rifinanziamento di 25 punti base, portandolo allo 0,50 per cento, il minimo storico. Eppure, Mario Draghi lo aveva detto nei mesi scorsi: «L’attuale politica monetaria è adeguata alle condizioni macroeconomiche». Ancora per Aprile, quindi, tassi allo 0,75 per cento. E lo ha ribadito oggi. «La nostra politica monetaria rimane accomodante per tutto il tempo che sarà necessario», ha spiegato Draghi.

La situazione è sempre quella degli ultimi mesi. La recessione morde l’eurozona, le aspettative sull’inflazione sono stabili e continuano a esserci rischi esogeni, come i possibili shock derivanti dalle tensioni geopolitiche presenti nel mondo. Però Draghi non ha chiuso la porta a nuove misure di supporto alle piccole e medie imprese. Ha però ricordato che non sempre si può optare per le decisioni che prendono le altre banche centrali. Un chiaro riferimento al Giappone. «La Bce e il suo compito sono molto particolari rispetto agli altri sistemi monetari», ha detto il numero uno di Francoforte.

Il dibattito all’interno della Bce è sempre più esteso. Lo ha detto senza troppi giri di parole il suo banchiere centrale. La discussione sui tassi d’interesse, per esempio, è stata elevata. Del resto, la condizione delle imprese in Francia e Germania è diversa da quella di Spagna e Italia. Più i tassi della Bce si abbassano, più si alzano quelli retail nei Paesi periferici. Colpa di alcune interruzioni nel meccanismo di trasmissione della politica monetaria, che rimane particolarmente difficile nonostante i tentativi di Francoforte nel ristorarla.

Opposta invece la scelta del Giappone. Tokyo ha deciso di spingere sull’acceleratore della politica monetaria. Per la precisione, del quantitative easing. Il governatore Haruhiko Kuroda lo aveva detto chiaramente, su indicazione del nuovo governo guidato da Shinzo Abe: «Via libera all’obiettivo di un tasso d’inflazione del 2 per cento». Il doppio del normale. Ecco quindi che Kuroda ha lanciato un programma di acquisto illimitato di bond governativi a lungo termine per circa 60-70 miliardi di yen per ogni anno fino al 2014, una cifra compresa fra 645 e 755 miliardi di dollari. Non solo. Saranno comprati anche Exchange-traded fund (Etf), i fondi negoziabili come azioni. Il tutto per garantire un’espansione della base monetaria, che passerà dagli attuali 135.000 miliardi di yen a 270.000 miliardi nel 2014. Tradotto in dollari, da 1.430 miliardi a 2.860 miliardi.

Una scelta aggressiva, ma appoggiata dal governo. Il ministro nipponico delle Finanze Taro Aso si è detto «contento» della decisione della BoJ, alimentando la speculazione sull’indipendenza della banca centrale guidata da Kuroda. «Siamo in una nuova dimensione», ha detto Aso, sottolineando la portata della decisione odierna. La Bank of Japan si è allineata quindi alla Federal Reserve statunitense, che ha saputo trarre giovamento dal quantitative easing nonostante fossero molte le critiche iniziali.

Quella della Bank of Japan è nei fatti una rivoluzione. Per combattere oltre 15 anni di deflazione, Abe ha optato per la scelta più facile: l’inflazione. Tuttavia, come ricorda anche HSBC, è difficile frenare la corsa dei prezzi, e l’aumento della base monetaria, una volta che la macchina è partita. «Solo la Bce è riuscita a tenere a freno i prezzi, rischiando però di alimentare la spaccatura fra cuore e periferia dell’eurozona», ha scritto la banca anglo-asiatica. Nella storia della BoJ non si ricorda un atteggiamento così rischioso al fine di rilanciare il Paese.

Lo stupore è invece il sentimento che ha caratterizzato l’opinione di J.P. Morgan. Gli analisti della banca statunitense non pensavano che la scelta della BoJ fosse così radicale. «Forse è una politica troppo aggressiva, che rischia di alimentare una vera e propria battaglia valutaria con lo yen come protagonista», spiega J.P. Morgan. C’è però un aspetto positivo: «Almeno è arrivata una scossa nell’economia giapponese». Quella che manca all’Europa e che non può essere fornita dalla Bce.  

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