Pizza ConnectionProcesso di Garlasco, dopo sei anni tutto da rifare

Per la Cassazione le assoluzioni di 1° e 2° grado vanno annullate: si torna in Appello

Processo da rifare per Alberto Stasi a distanza di sei anni dall’omicidio di Garlasco in cui perse la vita la giovane Chiara Poggi, uccisa a colpi di un corpo contundente mai venuto alla luce. Unico indagato e processato, da quel 13 agosto 2007, è sempre stato Alberto Stasi, all’epoca fidanzato della vittima. Stasi è stato arrestato, scarcerato, assolto in primo grado dal tribunale di Vigevano e in secondo grado da quello di Milano, ma poco fa la Prima Sezione Penale della suprema Corte di Cassazione ha deciso: le assoluzioni di primo e secondo grado vanno annullate, e il processo, dopo sei anni è da rifare davanti alla Corte d’Appello.

Ad esaminare il il ricorso della Procura generale di Milano e dei familiari di Chiara contro il giudizio che il 6 dicembre 2011 ha assolto Alberto Stasi, è stata la Prima Sezione penale della suprema corte presieduta dal giudice Paolo Bardovagni. Inizialmente la sentenza era prevista per il 5 aprile scorso, poi la compresenza di altri processi, ha fatto slittare il verdetto della Cassazione fino a questa mattina.

Nelle settimane scorse il pool degli avvocati della difesa di Alberto Stasi, coordinato dal professor Angelo Giarda, ha depositato una lunga memoria in cui si afferma in particolare che »i pubblici ministeri si sono ostinatamente attestati a una ricerca e a un’accusa monodirezionale, sul presupposto sbagliato che Stasi fosse colpevole e hanno pretermesso ogni ricerca alternativa lasciando disperdere tracce, indizi o prove che avrebbero potuto dare ai genitori e al fratello di Chiara Poggi una risposta di giustizia adeguata». Circostanze sottolineate oggi da Giarda, ritenendo che su Stasi non siano mai stati ravvisati «gravi indizi di colpevolezza».

Una linea quella dell’indagine nei confronti di un solo indiziato che la difesa ha sempre contestato in tutti questi anni. Al contrario l’accusa e l’avvocato di parte civile, Gian Luigi Tizzoni, hanno invece richiesto il sequestro di una bicicletta dell’imputato, mai sequestrata prima, una nuova perizia sul capello ritrovato nelle mani della vittima durante i sopralluoghi del RIS, così come sui gradini della villa di Garlasco in cui il 13 agosto del 2007 Chiara Poggi venne trovata senza vita. Proprio l’esame del capello è stato anche oggetto della dura requisitoria di questo pomeriggio da parte del sostituto procuratore generale della Cassazione Roberto Aniello, il quale ha definito «incongruo» il rigetto dell’esame del capello rinvenuto. Così come lo stesso magistrato ha definito una «imperdonabile leggerezza» il mancato sequestro della bicicletta.

Tutti punti che la difesa ha contestato nella memoria depositata, individuando che »agli atti è emersa la prova della presenza di un soggetto che non è Stasi in orario compatibile a quello dell’aggressione». Prova che starebbe in un’impronta rinvenuta nella villetta di via Pascoli. «Impronta – si legge nella memoria depositata dal pool di avvocati che difende in aula Alberto Stasi – che non è stata lasciata da Alberto Stasi ma neanche da tutti coloro che pochi minuti dopo di lui hanno fatto lo stesso percorso fin sui gradini della scala». All’opposto invece l’esito delle indagini del RIS, che nei risultati della perizia del 16 novembre 2007 concludevano escludendo la presenza di tracce di persone estranee alla villa.

Alberto Stasi, che si è sempre professato con forza innocente, ha seguito l’udienza in aula nonostante i suoi stessi avvocati lo abbiano sconsigliato, proprio in virtù della “pressione mediatica”: l’udienza in Cassazione di oggi è stata infatti la prima a tenersi a porte aperte. Non c’erano invece in aula i genitori e il fratello di Chiara Poggi che hanno accolto il verdetto da Garlasco nella villetta di via Pascoli.

É stata durissima la requisitoria tenuta ieri dal sostituto procuratore generale della Cassazione Roberto Aniello nei confronti di Stasi, per cui aveva richiesto l’annullamento del processo con rinvio. «l’autore dell’omicidio – ha attaccato Aniello in aula – ben conosceva la vittima come pure la casa» e «non ci sono elementi che parlino di altre persone» all’infuori di Stasi «che potessero avere un movente per uccidere Chiara Poggi». Secondo la pubblica accusa di piazza Cavour, Alberto Stasi la mattina del 13 agosto sarebbe stato colto dal «panico» e sarebbe rientrato a casa Poggi «per controllare se Chiara era viva o morta». Questa sarebbe una delle nuove chiavi di lettura della dinamica dell’omicidio, a oggi rimasto ancora insoluto: la mattina del 13 agosto 2007 Stasi fa una serie di telefonate sia da fisso, sia da cellulare. In tutto sette in un breve lasso di tempo, fa notare il pg della Cassazione. «C’è stata una chiamata di Stasi al fisso della famiglia Poggi con una risposta muta di dodici secondi – ha spiegato il procuratore in aula – data in automatico dal sistema di allarme». Interrogato Stasi non ha mai citato questa risposta muta e di essere rimasto in linea. Per Aniello è quindi «ragionevole dire che Stasi colto dal panico e credendo che la vittima si fosse ripresa sia entrato per controllare se Chiara fosse viva o morta. Per questo, secondo il procuratore della Cassazione, Stasi «ha simulato il ritrovamento del cadavere di Chiara». Tesi che ora torneranno davanti ai giudici della Corte d’Appello di Milano che riceveranno indietro gli atti dalla Cassazione e dovranno disporre un nuovo processo

Al termine della lettura della sentenza sono soddisfatte le reazioni dei legali della famiglia Poggi, «siamo contenti che le nostre valutazioni abbiano trovato un’autorevole conferma», spiega l’avvocato Francesco Compagna. Al contrario c’è sorpresa nel pool di avvocati che ha difeso Alberto Stasi, che questa mattina non era presente in aula. «Aspettiamo di leggere le motivazioni, ma non ci aspettavamo questo verdetto», ha dichiarato l’avvocato Fabio Giarda che fa parte del collegio difensivo di Alberto Stasi. «Eravamo di fronte a due sentenze granitiche e cristalline, conformi nel dichiarare l’assoluzione di Stasi. Bisognerà capire – conclude Giarda– se hanno accolto le richieste di rinnovazione dell’istruttoria sul capello o sulla bicicletta oppure se hanno annullato per vizi motivazionali».

Intanto la posizione giudiziaria di Stasi, che oggi lavora in uno studio di commercialisti a Milano, non è completamente chiusa: su di lui pesa la condanna in appello riguardante la detenzione di materiale pedo-pornografico. La Corte d’appello di Milano, il 14 marzo scorso, ha infatti confermato la pena pecuniaria di 2.540 euro e l’interdizione «in perpetuo da qualunque incarico di ogni ordine e grado nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori». Il legale, l’avvocato Giarda, ha annunciato che farà ricorso in Cassazione anche riguardo questo secondo filone.

@lucarinaldi 

La bicicletta di Alberto Stasi

Alberto Stasi

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