Prodi, nato all’Iri, affonda a un passo dal Quirinale

«Non ci sono le condizioni», così il Professore dopo il quarto scrutinio. Il ritratto

Pur nel mare della massima incertezza, una cosa è certa: per la poltrona più alta nel Colle del potere, in questa Italia percorsa da fremiti di rottura e velleità insurrezionali, emerge ancora una volta la continuità; i rottamatori futuristi verniciano un monumento del passato; un paese che non smette di gridare, ascolta il bisbiglio. In un puntuto ritratto su La Stampa nel 2001, Enzo Bettiza scrisse che Romano Prodi «non parla, ma sussurra; non dice, ma allude; non respira, ma sospira rumorosamente dal profondo». Eppure anche il grande giornalista conservatore, ha mancato di cogliere un’altra caratteristica che non era certo sfuggita ai mentori di Prodi tanto, tanto tempo fa: con quei modi da curato di campagna, sa andare lontano, molto lontano; e con la sua pedalata lenta e un po’ impacciata è sempre riuscito a raggiungere la vetta più alta prima degli altri.

Dalla cattedra universitaria a capo dell’IRI, da ministro a presidente del Consiglio, da sfidante due volte vittorioso di Silvio Berlusconi al vertice della Commissione europea, da fondatore dell’Ulivo a suo affossatore, da prestigiosi incarichi internazionali (consulente di Goldman Sachs o dell’IBM, a inviato dell’ONU per l’Africa) fino al Quirinale. Prodi ha accompagnato la parabola della prima repubblica, ha contribuito a strutturare la seconda e adesso si pone come cerniera verso la terza. Evoluzione non rivoluzione.

Certamente ne aveva capito la stoffa Beniamino Andreatta, economista di vaglia, una delle menti più lucide della Dc, consulente di Aldo Moro, ministro del Tesoro cattolicissimo che fa pagare un miliardo di dollari al Vaticano per lo scandalo Ambrosiano e poi privatizza l’industria pubblica pilastro del sistema democristiano. È lui il pigmalione del giovane economista di Reggio Emilia che aveva studiato le piastrelle di Sassuolo. Nel 1963 lo prende come assistente alla cattedra di economia politica all’università di Bologna, poi lo porta con sé in quel di Trento (il rettore era Paolo Prodi, uno degli otto fratelli di Romano, tutti o quasi luminari delle scienze e delle arti). Nel frattempo si era sposato con Flavia Franzoni e la loro unione viene benedetta da Camillo Ruini (con il quale un quattro di secolo dopo si svolgerà un durissimo duello non solo verbale).

Nel 1978 è Giulio Andreotti (che di potere se ne intende) a sceglierlo come ministro dell’Industria nel suo governo che si regge sull’astensione del Pci e avrà vita molto breve. Intanto, viene ucciso Moro. E si consuma la stagione del compromesso storico. Prodi si avvicina a Ciriaco De Mita, esponente di spicco della sinistra di base, detta anche sinistra petrolifera per i suoi storici legami con Enrico Mattei, presidente dell’Eni. Quando nel 1982 De Mita prende il potere nella Dc, su consiglio di Andreatta nomina Prodi presidente dell’IRI. Il suo compito è ambizioso: controbilanciare Bettino Craxi avviato a guidare il governo e battere Enrico Cuccia che, avendo portato Cesare Romiti al comando della Fiat, era ormai il signore incontrastato del capitalismo privato.

Prodi ci prova con entrambi. Arriva al punto di licenziare Cuccia (le banche dell’IRI erano le azioniste di Mediobanca), cerca di vendere l’Alfa Romeo alla Ford sfidando la Fiat, cede la SME (gruppo alimentare dell’IRI) a Carlo De Benedetti con il sostegno della Repubblica di Eugenio Scalfari, contro la cordata in fieri legata ai socialisti che comprende anche Silvio Berlusconi. E l’inimicizia irrisolvibile tra il Professore e il Cavaliere comincia proprio allora.

Gli anni dell’IRI consolidano l’immagine di Prodi come economista ed estendono le sue relazioni. Nomisma, il centro studi bolognese da lui fondato nel 1981, con l’aiuto della Bnl, allora banca del Tesoro, sforna analisi sofisticate con il sostegno delle grandi firme dell’industria. Si stabiliscono i contatti internazionali con le grandi banche d’affari e con le multinazionali che negli intervalli tra una posizione pubblica e un’altra gli fruttano consulenze e poltrone nei consigli. Soprattutto, diventano dei biglietti d’ingresso nelle stanze dei bottoni, quelli che muovono dall’esterno i bottoncini della piccola Italia.

I nemici di Prodi si sono sempre chiesti come abbia fatto ad attraversare Tangentopoli, ma sottovalutano la capacità manovriera di un uomo forgiato dalla cultura democristiana il quale è riuscito a far passare l’idea che l’Iri era vittima se non proprio strumento inconsapevole della corruzione sistemica che legava in un matrimonio siamese aziende pubbliche e politica. Lo sottovalutano ancor più quando nel 1995 lancia l’Ulivo, un’alleanza tra il centro cattolico e la sinistra post-comunista, scendendo poi in campo come sfidante di Berlusconi. Ispiratore ancora una volta è Andreatta insieme a Giovanni Bazoli che lo stesso Andreatta aveva voluto per rifondare l’Ambrosiano, la banca della curia milanese, dopo la gestione di Roberto Calvi e lo scandalo P2. Bazoli a metà degli anni ’90 era già un potente banchiere, ancor più lo diventerà nel decennio successivo.

Prodi vince, i primi due anni di governo sono di rottura, sfidando la sua stessa natura continuista: privatizzazioni, stretta fiscale, lotta all’inflazione, marcia decisa, anche a tappe forzate, verso l’unione monetaria europea. Entra in rotta di collisione anche con Ruini, allora presidente della Cei, la conferenza episcopale italiana. Dopo la fine della Dc la Chiesa decide di non sostenere più la rinascita di un nuovo partito cattolico. È papa Giovanni Paolo II a volerlo, ricorderà lo stesso Ruini. Ma la Chiesa far politica, eccome, in entrambi i fronti: più a sostegno di Berlusconi, ma anche dentro il centro sinistra contrastando il laicismo e soprattutto le posizioni dei cattolici progressisti. Prodi si definirà «un cattolico adulto» e al suo vecchio parroco non andrà giù.

L’ulivo è una pianta secolare, ma il governo dell’Ulivo dura poco. Cade nell’ottobre 1998 per un solo voto di sfiducia, dopo che Rifondazione comunista, guidata da Fausto Bertinotti, gli ritira l’appoggio. Si parla, in realtà, di complotto: si dice che gli americani, pronti a far la guerra in Kosovo, non si fidano del pacifista Prodi (è la versione pubblicizzata da Francesco Cossiga), si dice che Massimo D’Alema frema dalla voglia di mandare a palazzo Chigi e infatti tocca proprio a lui, anche se non per molto.

Addio all’Ulivo, benvenuta Europa. A Prodi riesce il gran colpo, diventa presidente della commissione grazie al sostegno dei francesi, di quello stesso Jacques Chirac che anni prima aveva litigato con il professore sulla svalutazione della lira, ma l’ha aiutata ad entrare nell’euro. Sono momenti difficili. La moneta unica aumenta le divergenze tra i paesi e Prodi in Italia diventa il bersaglio di tutti gli euroscettici a destra come nella sinistra radicale (basta leggere, del resto, quel che viene scritto contro di lui in questi giorni dai grillini).

La poltrona di Bruxelles è piena di spine come lo scandalo degli appalti truccati all’organismo di statistica Eurostat nel 2003. Il presidente non c’entra, è una pastetta francese, ma secondo le accuse (il Financial Times è un implacabile fustigatore), Prodi non avrebbe fatto chiarezza con la necessaria energia. Prima c’era stato l’11 settembre 2001 con la Nato che entra in guerra contro il terrorismo islamico, poi la divisione sull’attacco contro l’Iraq e la strategia americana delle rendition. Su tutto ciò la Ue può fare poco e anche Prodi assiste sostanzialmente a processi che passano sulla sua testa.

Invece, è protagonista convinto nel processo di allargamento all’Est. Anche questo diventa una fonte di polemiche. I fautori del nocciolo duro o di una Europa che approfondisce i propri poteri, non risparmiano strali. Ma di fronte al collasso dell’Unione sovietica o alle guerre dei Balcani, l’ingresso nella Ue diventa un magnete di democrazia: è la tesi che Prodi non cessa di ripetere. E non senza ragione.

Il ritorno nella politica italiana è meno fortunato rispetto al primo ciclo. Il novello Cincinnato guida un’alleanza ancor più instabile dell’Ulivo che porta al governo anche Rifondazione comunista. La vittoria su Berlusconi è risicata (appena 25mila voti) e l’ipotesi di ricorrere a una grande coalizione, ventilata non solo nel centro destra, viene respinta sdegnosamente. Prodi sa di avere una maggioranza sempre in bilico, ma con Berlusconi non vuole fare nessun accordo. Incompatibili, irriducibili avversari da oltre un ventennio, non potranno mai trovare un terreno d’incontro. Lo si vede anche adesso, con il voto per il Quirinale. La prima crisi di governo scoppia già nel febbraio 2007, poi il 24 gennaio dell’anno successivo, l’uscita di Clemente Mastella colpito da uno scandalo giudiziario (se non pilotato certo molto ampliato) decreta la fine della brutta esperienza.

I berluscones accusano Prodi di incapacità a gestire le sue stesse truppe. Bravo comandante in campagna elettorale, pessimo uomo di governo. Anche questa volta, Prodi ha costruito la sua candidatura con sapiente apparenza di nonchalance. E’ in Mali per l’ONU. «Tornerò appena possibile», dice. Prima si è sempre schermito tra il dire e il non dire, tra un no e una strizzatina d’occhio. «Consiglia, propone, predispone, cuce, scuce, ricuce con l’ottimismo un po’ crepuscolare di chi sa aspettare, sferruzzando sul bordo del fiume, i resti sparsi di ex amici divenuti nemici», scriveva Bettiza. Tra questi, c’è anche Franco Marini.

Sono le caratteristiche adatte per un presidente della Repubblica italiana? Lo stile di governo prodiano, fin dai tempi dell’Iri, ha messo in luce una certa sospettosità contadina che lo spinge a circondarsi di un nucleo d’acciaio di fedelissimi i quali lo proteggono e lo rendono impermeabile; anche troppo. Non è il solo. In fondo anche Napolitano ha avuto al fianco uomini provenienti dalla destra comunista che lui conosce e lo riveriscono. Tuttavia, gli anni di Prodi a palazzo Chigi hanno dato l’impressione di una sindrome da fortezza. Il Quirinale, che sembra una vera fortezza, anche architettonicamente, al contrario oggi richiede di estendere la politica delle porte aperte inaugurata da Carlo Azeglio Ciampi. Anche perché il cambiamento della costituzione materiale e la crisi perdurante del sistema istituzionale, hanno trasformato il supremo notaio in un attivo agente della trasformazione. Per come è fatto, Prodi potrebbe stare in entrambe le scarpe, a seconda delle fasi e delle convenienze. Ma i tempi della politica sono in sintonia con i tempi del prodismo?
 

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