Solo carte, il lavoro dei centri per l’impiego

“Sono più che altro posti in cui si producono certificati e burocrazia”

Valentina e Sara fumano una sigaretta appoggiate a un muretto. Hanno 25 e 28 anni. In mano, un foglio quadrato con un numero e un modulo da compilare. «Per richiedere la disoccupazione», dicono. Aspettano il turno nell’atrio del centro per l’impiego di Milano, nella periferia Sud della città, uno dei nove gestiti dalla provincia. Le porte automatiche di vetro si aprono e si chiudono di continuo. Giovani, anziani, donne, uomini, italiani, immigrati entrano ed escono. Sotto il braccio cartelle piene di fogli e documenti. Ma nessuna speranza di impiego, come farebbe pensare il nome sull’insegna della struttura. Il centro è un po’ come l’ultima spiaggia, dopo aver inviato curriculum, sostenuto colloqui, allertato amici e parenti per cercare un lavoro. «È più un posto dove si producono certificati», commenta qualcuno in fila, «che servono per chiedere sussidi o l’esenzione del ticket». E il lavoro? «Non mi hanno mai chiamata», risponde Valentina, «eppure sono iscritta qui da quando avevo diciassette anni». Lo dicono anche i numeri: tra i pochi fortunati che trovano lavoro nel nostro Paese, solo il 3% lo fa attraverso questi sportelli.  

«Il problema», dice l’assessore al Lavoro e alla formazione professionale della provincia di Milano Paolo Giovanni Del Nero, «è che le aziende italiane sono piccole. Non è che un’azienda edile con tre dipendenti per assumere un operaio si rivolge al centro per l’impiego. Lo chiede al capomastro». E poi c’è la questione risorse, che «sono sempre più scarse», aggiunge. «Su duecento dipendenti solo una trentina si occupano delle politiche attive. Gran parte del nostro lavoro è concentrato sulla parte amministrativa. Ma anche se ci fossero più impiegati, non è che i posti di lavoro cadrebbero dal cielo in una situazione come quella che stiamo vivendo». Così i contatti con le aziende sono pochi (sono le aziende che devono «manifestarsi presso il centro per l’impiego») e l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro è scarsa. Quello che manca, dicono tutti – da Pietro Ichino a Elsa Fornero – sono percorsi di formazione adeguati che possano orientare, formare accompagnare o “collocare” i soggetti alla ricerca di un nuovo lavoro. 

Il sistema di collocamento pubblico è un’invenzione dell’Italia del secondo dopoguerra, quando l’intermediazione privata per il lavoro era ancora vietata. La filosofia è questa: lo Stato fornisce pari opportunità per trovare lavoro ai cittadini disoccupati o in cerca di lavoro attraverso quelli che una volta si chiamavano uffici di collocamento. Tradotti oggi nel più elegante “Centri per l’impiego”. Prima il funzionamento si basava sulla cosiddetta “chiamata numerica”: l’aspirante lavoratore si iscriveva nell’apposita lista ed entrava in graduatoria, mentre il datore di lavoro presentava una “richiesta di avviamento al lavoro” con il numero dei lavoratori richiesti e la qualifica adeguata. Dal 1991 è stata introdotta poi l’assunzione su richiesta nominativa. Non solo: con il cosiddetto Pacchetto Treu prima e la legge Biagi poi, il servizio è stato liberalizzato. E in concorrenza con i centri per l’impiego pubblici, affidati alle Regioni e dalle Regioni alle province, sono nate le Agenzie per il lavoro private. 

«La prima cosa da fare è una riforma dei centri per l’impiego», ha detto in un recente convegno sul welfare italiano il presidente dell’Inps Antontio Mastrapasqua. Lo conferma anche Alessandro Rosina, autore de L’Italia che non cresce. Gli alibi di un Paese immobile:  «In Italia i centri per l’impiego sono come le sale d’attesa delle stazioni ferroviarie: se perdi il treno, aspetti in sala d’attesa, leggi il giornale e poi sali sul treno successivo. I centri per l’impiego invece dovrebbero essere come i pit stop della Formula 1: ti fermi per cambiare le gomme, per fare benzina, e quando rientri in circuito sei più forte di prima». Il problema è che spesso sono invece solo uno degli ingranaggi dell’enorme macchina della burocrazia italiana. Gran parte dei 10mila impiegati dei centri italiani sono assorbiti dall’attività amministrativa di sportello. E a curare le politiche attive, come accade a Milano, restano in pochi. «Ma spesso gli stessi addetti di questi centri non hanno la formazione giusta per dare un aiuto effettivo», commenta Rosina. La Francia ha un esperto per l’orientamento lavorativo ogni 200 abitanti, l’Italia uno ogni mille. Senza contare che sia in Svezia sia in Germania esiste addirittura un tutor personale per concordare un piano d’azione individuale da attivare entro pochi mesi. 

Nel 2012 il numero di utenti dei centri per l’impiego ha avuto una forte impennata. A Roma il totale è passato dai 695mila del 2011 a 762mila. A Milano si sono registrate 28.380 persone – un incremento del 16% rispetto al 2011 – che hanno compilato la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (presupposto essenziale per acquisire lo status di disoccupato). Con questa dichiarazione il lavoratore disoccupato o inoccupato manifesta la sua disponibilità ad accettare un percorso di riqualificazione professionale tramite corsi di formazione, oppure una proposta di lavoro. Il centro raccoglie i dati in un elenco anagrafico e, se necessario, organizza colloqui per orientare nelle scelte formative e professionali. Intanto, se ci sono tutti i requisiti richiesti dalla legge, il lavoratore disoccupato riceverà anche la famosa indennità di disoccupazione. Poi c’è l’ufficio mobilità, che si rivolge ai licenziati per procedure di mobilità. Nel 2012 a Milano sono stati 19.415, circa tremila in più rispetto al 2011. 

A chiedere lo status di disoccupato agli sportelli del centro milanese sono soprattutto donne (53%). Mentre il 42% è composto da stranieri. Come Marilù, 40enne di origini peruviane, seduta nella sala d’attesa del centro per l’impiego insieme al suo bambino di cinque anni. «Mi sono iscritta un mese fa», dice, «oggi sono qui per accompagnare mia cugina che non trova lavoro». Lei in Italia è arrivata 15 anni fa, si capisce subito dal suo italiano quasi perfetto. In tutti questi anni ha lavorato come domestica e badante in molte case milanesi. Poi è arrivata la crisi, le ore di lavoro si sono ridotte. E anche lo stipendio: da più di mille euro, a 300-400 euro al mese. Con due figli e il lavoro da muratore del marito, non è facile tirare avanti. Così «ho chiesto la disoccupazione», dice, «per avere lo sconto sulle visite e le analisi del bambino». Intanto ha fatto richiesta per una casa popolare e si è messa a studiare per diventare «oss», operatore socio sanitario. La cugina Mariana ritorna dallo sportello. «Ho fatto il modulo per la disoccupazione», racconta lei, laureata in scienze infermieristiche, che nel frattempo fa la badante per una anziana signora italiana. «Ora devo aspettare».

Ce ne sono tanti di stranieri in fila. Donne e uomini con carte e documenti in mano alle prese con la burocrazia italiana. C’è anche la signora Belainesc, venuta dall’Eritrea 30 anni fa. «Mi sono sempre trovata bene», dice, «ho lavorato nelle case per tutto questo tempo. Per l’ultima famiglia ho lavorato cinque anni. Ora mi hanno mandato via perché non ci sono più i soldi». Anche lei è al centro per l’impiego per chiedere la “disoccupazione”. «Per l’età che ho dovrei andare in pensione», ammette, «ma ora non so come andrà a finire. Intanto mi danno i sussidi e gli sconti». 

Il numero di Sara e Valentina compare finalmente sullo schermo della sala d’attesa. «Ho consegnato la stampata», dice Sara al ritorno, «ma tanto la disoccupazione non me la daranno perché avevo un contratto di apprendistato». E poi racconta di suo padre, che «dopo 30 anni di lavoro è stato licenziato. Anche lui è venuto qui, ma a lui la disoccupazione l’hanno già data». Sfiduciate, tristi e deluse, le due ragazze elencano i lavori che hanno fatto. «Che non si possono chiamare lavori: commesse, cassiere, hostess». Nonostante la laurea. Sì perché Valentina una laurea ce l’ha pure, in psicologia, ma ormai sembra averla dimenticata in un cassetto. «Mi offrono solo stage», racconta, «ma io devo pur mangiare». E così si è guardata intorno facendo di tutto. Ma ora anche «quei lavoretti di prima non ci sono più. Ecco perché ho chiesto la disoccupazione». 

Per ricevere la “disoccupazione”, come al centro per l’impiego tutti chiamano l’indennità di disoccupazione (sostituita ormai dall’Aspi della riforma Fornero), bisogna avere almeno 52 settimane di contribuzione nei due anni precedenti e due anni di assicurazione per la disoccupazione involontaria. È quello che ha fatto Marco, 20 anni, cameriere caposala, anche lui in fila davanti allo schermo della sala d’attesa. «Intanto mi prendo 600 euro», dice, «e magari allo stesso tempo lavoricchio in nero». «Qui mi hanno offerto corsi di contabilità, di informatica», racconta, «ma “falli te”, gli ho detto, io sono caposala». Con lui c’è la fidanzata, Roberta, 22 anni, che invece allo sportello ha chiesto di «risultare come disoccupata, per gli sconti sulle visite e l’abbonamento dei mezzi pubblici». Qualche lavoro l’ha cercato, dice. «Ma non trovo niente». 

E poi ci sono i disguidi burocratici. Giovanni, 33 anni, una moglie e una figlia, un mese fa è stato licenziato dall’azienda per la quale lavorava come muratore. «Non aveva più lavoro per me», dice. Eppure l’impiegata allo sportello gli dice che risulta ancora lavoratore. Lui agita in aria la sua ultima busta paga di poco più di 900 euro e diche che «no, sono disoccupato. Questo è stato il mio ultimo stipendio. Ma niente. Le regole sono regole. Senza contare poi che «il centro per l’impiego dove deve andare è quello di Melzo, non questo», gli dice l’impiegata. Lui prende la cartina e si chiede: «E ora come ci arrivo? In treno?». 

A Giovanni, Marco, Valentina, Sara il centro per l’impiego offrirà un certificato per accertare lo status di disoccupato e, nel migliore dei casi, un sussidio. Per l’impiego, invece, chissà. Ogni giorno, solo da via Soderini a Milano passano 300-400 persone. «Fino a un massimo di 600», spiega l’assessore Del Nero. E poi? «Servono corsi di formazione specifici», dice. «Una volta per fare l’elettricista bastava unire due fili e stare attenti a non prendere la corrente. Oggi non è più così». I percorsi di ricollocamento variano da regione a regione. In ogni caso, i corsi di formazione offerti non sono mai sufficienti, da Nord a Sud. E spesso si concentrano sui soggetti deboli. Qualche progetto, intanto, si muove: a Milano, ad esempio, dal 2009 è partito “Ricollocami”, un incrocio di forze tra pubblico e privato per “ricollocare” mille licenziati. E da poco è stato firmato un accordo per reinserire nel mercato i dirigenti d’azienda licenziati. 

Al piano di sopra, nella stessa struttura della provincia di Milano, ci sono gli uffici della Città dei mestieri, nata sul modello di quella francese, che fornisce servizi per l’orientamento al lavoro. E «non il lavoro», viene specificato in bacheca (nonostante siano appesi qua e là annunci di stage e offerte di impiego selezionate dai siti web). Si possono fare colloqui, stampare curriculum, consultare i testi sugli scaffali delle librerie. In un ufficio a parte due psicologi svolgono delle sedute contro la dispersione scolatica e universitaria. Ma niente percorsi di ricollocamento. Per quelli, si deve andar giù, agli sportelli del centro per l’impiego. Ma in tanti dal piano di sotto, arrivano alla Città dei mestieri, nella speranza di poter trovare l’illuminazione su quelle bacheche.

«Bisogna potenziare le risorse a disposizione», dice Del Nero. «In Francia, Germania e Inghilterra riescono a collocare più persone peché hanno a disposizione più risorse e più personale». Le situazioni difficili, ammette, «sono le crisi aziendali. Valutiamo individualmente le persone licenziate o in cassa integrazione. Cerchiamo in giro situazioni lavorative, ma qui spesso non riusciamo a individuare percorsi adatti». Eppure, dice, nonostante la scarsità di risorse, «abbiamo valutato che per giovani e over 50 se non c’è alcun intervento l’occupazione è uguale a zero, se invece c’è un intervento di qualsiasi tipo un 20-30% trova una occupazione più o meno stabile». La soluzione, conclude, «potrebbe essere una collaborazione tra pubblico e privato (come già accade in Gran Bretagna, ndr). Non si può affidare tutto al privato: è normale che le agenzie private premiano e favoriscano quelli con i curriculum d’oro. E ai disgraziati chi ci pensa? Ci deve pensare ancora il pubblico. E meglio».

Lo dice anche la riforma Fornero: i centri per l’impiego dovranno garantire livelli essenziali di servizio omogenei anche attraverso l’esternalizzazione ad agenzie private. Ma manca ancora qualcosa, fanno notare Giubileo e Marocco su Lavoce.info:«Se non si dispone di informazioni precise sulla domanda di lavoro, risulta praticamente impossibile realizzare efficacemente l’attività di intermediazione. Senza un investimento nei servizi alle imprese, non è possibile conoscere quali siano le aziende che necessitano di manodopera».

@lidiabaratta

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