Vent’anni di Totti, re di Roma per sempre

Viva la Fifa

Storia di una leggenda del calcio italiano, diga allo strapotere di Juve e delle milanesi

Scuole elementari. Tema: “Cosa ti piacerebbe fare da grande?”. “Vorrei fare il benzinaio”, scrive un timido ragazzino dagli occhi celesti. A Porta Metronia, quartiere di Roma dove vive, gli abitanti di via Vetulonia lo coccolano e lo chiamano “gnomo”. Hanno paura che non cresca, così gracilino. In strada i suoi coetanei che giocano a pallone non lo vogliono. Troppo piccolo. Poi un giorno lo fanno provare. Se lo litigheranno, altro che gnomo. Francesco Totti crescerà e abbandonerà l’idea di lavorare a un distributore (“M’è annata mejo” dirà a ‘Sfide’). Si prenderà il numero 10 della Roma, la fascia di capitano, uno scudetto, il record di Nordhal, un’intera città. La sua leggenda compie 20 anni.

Nel 1989, Francesco Totti gioca nelle giovanili della Lodigiani, club romano che vive nell’ombra di Roma e Lazio. Il presidente della squadra chiama un giorno i genitori del ragazzo in sede. Spiega loro che due società lo hanno chiamato per ingaggiare Francesco. Sono proprio le due grandi romane. La madre dice subito Lazio. Il marito la guarda malissimo e lei si ravvede subito. D’altronde Francesco ha in camera il poster del ‘Principe’ Giannini, il numero 10 giallorosso. A 16 anni, il 28 marzo del 1993, Vujadin Boskov lo butta nella mischia in un Brescia-Roma: è il suo esordio in serie A. Totti ha ancora nelle gambe il match con la Primavera ad Ascoli del giorno prima, ma non può dire no alla chiamata in prima squadra. Alla Roma arriva poi Mazzone, che farà crescere Totti e che al Corriere della Sera spiega: “Questo ragazzo è un talento purissimo”. Per il futuro capitano è la prima grande svolta della carriera, ma anche il primo soprannome: ‘Pupone’. E soprattutto il primo gol in A: arriva il 4 settembre 1994. Il destino gli fa il regalo più grande, perché Totti gonfia la rete all’Olimpico, sotto la curva della ‘Maggica’ e lui non sa nemmeno come esultare. 

Totti riuscirà ad andare d’accordo con molti allenatori. Ma non con Carlos Bianchi. Il mago argentino arriva a Roma ventilando il tricolore. I due non si prendono. Nel senso di Totti e Bianchi. Ma anche Bianchi e lo scudetto. E per il tecnico scatta l’esonero: una mossa che evita la cessione di Totti alla Sampdoria. Arriva l’anno dopo Zeman e per Francesco è il secondo step decisivo di una carriera da fenomeno. Zeman lo disciplina negli allenamenti , gli consegna la fascia di capitano e lo vede ingranaggio perfetto di un calcio offensivo tutto lanci al millimetro e inserimenti come se piovessero. Parte della critica lo vuole al Mondiale di Francia ’98, ma Cesare Maldini cede all’opinione pubblica e si affida all’esperto Roberto Baggio. Per Totti c’è tempo. Lo aspettano un Europeo, un dischetto e un cucchiaio che farà sussultare persino quel pezzo di ghiaccio di Dino Zoff. Nel 2000 l’Italia si gioca la finale dei campionati europei in casa dell’Olanda. Di fronte a quel muro arancione, il ct si spaventa e lascia Totti fuori. Resta l’immagine di un Francesco corrucciato, con la maglia azzurra appoggiata sulle spalle, mentre guarda i compagni titolari scaldarsi. Un’immagine che non durerà a lungo. Totti entra, l’Italia resiste all’impeto e assalto oranje, si va ai rigori. Prima di andare di fronte a Van Der Sar, il numero 20 azzurro si gira verso il compagno e amico Di Biagio e fa: “Mo je faccio er cucchiaio”. Gigi pensa a uno scherzo. Totti va, fa il cucchiaio e torna indietro, fresco come una rosa.
 

Lo sappiamo tutti com’è andata a finire: l’Italia perde Euro 2000 al golden gol. Per Totti, che quell’anno ha visto pure la Lazio vincere lo scudetto, è troppo. Deve vincerlo anche lui, con la sua Roma. Ora la allena Capello, mascella quadrata e nessun favoritismo. Rimprovera il capitano in allenamento per la sua indolenza iniziale (“Francesco, hai il culo basso”), lui risponde con 13 gol. Il più bello è all’ultima giornata contro il Parma: la Roma è campione d’Italia, con Totti capitano. E’ l’apoteosi di un giocatore che diventa simbolo di una città, di un modo di essere, della romanità che vince contro quel ‘vento del nord’ citato da Sensi. Capello passerà alla odiata Juve, lui zittirà Tudor dopo un poker rifilato dalla Roma ai bianconeri. Giannini, Falcao e Conti sono alle spalle: è lui il re di Roma. Il rione Monti gli dedica un murales, la capitale è ai suoi piedi.

A Roma non può più girare indisturbato, si sposa in diretta tv ma fa beneficenza al ‘Gemelli’ senza telecamere appresso. Gli danno dell’ignorante e ci scherza su, tirando fuori un libro con le barzellette su di lui. Con il compenso in beneficenza, chiaro. Chiama la figlia Chanel e ancora giù con la storia dell’ignorante, del coatto, del borgataro arricchito. Lui non si scompone e si mette a fare gli spot per la Vodafone con moglie Ilary in stile casa Vianello. Altro che ignorante, fa cambiare idea a tutti. La Fiat di Agnelli lo sceglie come testimonial della Stilo snobbando i giocatori della Juve, fa scattare in piedi San Siro dopo un partitone contro il Milan e Marassi per una rete al volo contro la Samp, Carlo Zampa (storico telecronista romanista) urla “divento gay!” dopo il pallonetto del 5-1 nel derby. E per chi si fosse dimenticato di quel cucchiaio ad Amsterdam, zittisce chi lo accusa di non pensare abbastanza alla Nazionale. A Euro 2004 è caduto nella trappola delle telecamere danesi che lo immortalano mentre sputa verso un avversario. L’Italia è in ansia, rischia una lunga squalifica e per lui si scomoda l’avvocato Giulia Bongiorno, quella del processo ad Andreotti tanto per capirci.

Nel 2006, al Mondiale tedesco del riscatto lui ci arriva con una caviglia piena di viti, ‘regalo’ di un contrasto con Vanigli in un Roma-Empoli in febbraio. Tutti temono non ce la farà ad andare in Germania e le sue sorti diventano ancora un caso nazionale. Ci andrà, a servire a Materazzi l’assist contro la Repubblica Ceca da calcio d’angolo e a sfondare la rete dal dischetto contro l’Australia, all’ultimo secondo di un caldo pomeriggio di Kaiserslautern. Torna a Roma, la sua Roma, con la Coppa del mondo, ma dal bus scoperto che celebra gli azzurri se ne sbuca con la bandiera giallorossa. Può farlo, può tutto. Re di Roma, d’Italia, del mondo, passando pure per la carica di re d’Europa con la Scarpa d’oro nel 2007, anno in cui è capocannoniere con 26 reti.
 

Il segreto di Totti sta nel non accontentarsi mai. Avrebbe potuto farlo dopo lo scudetto. E invece vince due coppe Italia, una Supercoppa Italiana, sfiora un secondo tricolore nel 2010 e infrange il record di Nordhal: 226 reti e secondo posto nella classifica marcatori della storia della serie A dietro Silvio Piola. E alla ‘Gazzetta dello sport’, in un’intervista per i suoi 20 anni di carriera, spiega: “Se avessi giocato sempre centravanti quanti gol avrei già fatto? Almeno trecento: avrei già superato Piola. Adesso spero solo di non avere problemi fisici e continuare così. Senza considerare che fra un anno mi scade il contratto”. A 37 anni, il pensiero di smettere ancora non c’è. Ci sono ancora tre obiettivi. Diventare il primo giocatore a vincere due scudetti con la Roma, innanzitutto. Un ultimo Mondiale da protagonista in Brasile, chissà. E visto che il patron della Roma è americano,c’è da imparare bene l’inglese, come dimostra un simpatico video girato di recente a Trigoria. La sfida è appena cominciata. Nel frattempo, auguri capitano.

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