Il Giro d’Italia nel Paese che non rinuncia all’auto

A qualcuno è stata ritirata la patente, ha scoperto la bici e non l’ha più abbandonata

Puntata numero 5. Non è il paradiso, certo. Ma dopo un lungo purgatorio si intravede la speranza di un’ascensione. Non è cosa da poco, ma nemmeno un passo avanti decisivo. È più che altro la consapevolezza che c’è un meglio a cui ambire nonostante ciò sia migliorabile. Perfettibile. Quattro tappe in Toscana e le mie paure di dover sotterrare il Giro e suonare un requiem in suo onore si sono attenuate, sparite via come la nebbiolina del mattino sui campi. Certo rimane un senso di stranezza. Perchè qui sì e altrove no?

Sarà la tradizione, saranno i grandi campioni che sono nati in queste zone, da Bartali a Magni, da Bitossi a Nencini, da Bettini a Ballerini, gente capace di vincere Giri, Tour e classifiche. Sarà forse che qui ci sono corse importanti, che inizia l’appennino e si sa le storie di bici e salita attraggono spesso i ragazzini. Ma non è solo questo. Non può essere solo questo. La gente davanti agli schermi, i bar che «qui si guarda il Giro quindi non urlate troppo se volete giocare alle carte», la passione per uno scatto, per un ricordo di un’impresa passata. C’è dell’altro.

Pedalando capisco. Il perchè non lo devo cercare, il perchè ce l’ho davanti agli occhi. E ha due ruote, una forcella, un manubrio, un telaio, due pedivelle e due pedali. La sella non si vede perchè la gente c’è seduta sopra, a pedalare. Piano, forte, vestita tecnicamente o con una pipa in bocca e una coppola in testa che va a trovare la “mi figliuola”. Comunque la gente è lì, in sella, che muove circolarmente le gambe. C’è chi lo fa per amore domenicale, c’è chi lo fa per smaltire gli eccessi alimentari, chi per necessità, perchè non è luogo solo i bici ma anche di vino, e chi magari trasforma la necesità in scelta di vita. 

Loris è empolese, ma vive a Terranuova Bracciolini, provincia di Arezzo, e lavora a Figline Valdarno, 15 km a nord lungo l’Arno. «Tre anni fa mi trovano con 1.2 di alcol nel sangue. Patente ritirata e multa salatissima. Ero uscito con gli amici per il compleanno di uno e ci simo andati giù pesanti», racconta. «Ma neanche tanto», sottolina a sua parziale discolpa. «Niente macchina e mi sembrava di morire. Mi venivano gli incubi, non sapevo come fare per il lavoro. Poi mi sono detto, son 15 km, provo con la bici. Ho ritirato fuori la bici del mio babbo, l’ho fatta rimettere a posto e via. I primi giorni arrivavo a casa con le gambe morte. Poi ho iniziato a prendere l’abitudine e non sudavo quasi più. La patente l’ho ripresa, ma la macchina ha preso il posto della bici, in garage». Loris sorride, dà una pacca alla sua Legnano verde. «Ora continuo con la bici. Anche mia moglie si è convertita e in paese (Montevarchi, ndr) a lavorare ci va in bicicletta. Una macchina l’abbiamo venduta, con i soldi che risparmiamo di bollo, assicurazione e benzina ci facciamo due settimane al mare d’estate con le bambine, invece di una come abbiamo sempre fatto».

C’è chi non puó rinunciare all’auto, ma vorrebbe. «Abito a 10 km dal primo mezzo pubblico e lavoro in un altro posto a 15 km dal primo mezzo pubblico», spiega Mauro incavolato. «Se la provincia o la regione facesse qualcosa lascerei a casa la macchina». Inserisce le chiavi nel cruscotto e se ne va. Lo ribecco un chilometro dopo fuori dal bar. «Beh al bar almeno ci potrebbe andare in bici», mi rivolgo a lui scherzoso. Mi guarda e fulminandomi con gli occhi mi dice: «Te fatti i cazzi tuoi, pedala e non rompere le scatole». Tante parole e pochi fatti.

Esempi. Esempi, però, di una regione che la bici sa cos’è e che ogni giorno si confronta con essa. Lo si percepisce anche per le strade, non le principali o le statali dove la fretta regna comunque sovrana, uguali e pericolose in ogni zona d’Italia, ma in quelle secondarie, quelle degli amatori. Gli automobilisti sanno che ci sono le biciclette e si adeguano a loro. Non è una cosa scontata, lo dovrebbe essere certo, ma così non è. Nessun sorpasso azzardato, mantenimento delle regole minime di sicurezza, coscienza del fatto che chi pedala ha due ruote e che non può scomparire dalla carreggiata.

Se in campagna o in collina automobili e bici riescono a convivere facilmente così come nei centri storici delle città più grosse, ovvero all’esterno dei sensi unici, zone a traffico limitato, zone semi o totalmente pedonali, al di fuori di questi luoghi lo scenario muta repentinamente e per chi pedala non c’è posto. Poche piste ciclabili, ma soprattutto poco rispetto per chi non ha un mezzo a motore. «Bisogna arrangiarsi, cartina e strade alternative, che allungano la strada ma che non ti danno pensieri», mi dice Serge, un cicloturista belga che da La Spezia sta scendendo verso Roma. 

I cicloturisti italiani invece scelgono l’estero. Rosi e Antonio vivono a Borgo San Lorenzo, Mugello, e già da diversi anni hanno scelto la bici per passare le ferie. Le mete dei loro viaggi sono sempre all’estero, nel nord Europa, «perché lì non si rischia la morte in strada, ci sono le infrastrutture, c’è soprattutto il rispetto per te ciclista. Noi facciamo cicloturismo, per passione pedaliamo, però sono vacanze, non possono diventare un incubo per via delle strade». 

*Giovanni Battistuzzi, 28 anni, è un giornalista freelance di Conegliano Veneto (Treviso). Dal 4 al 26 maggio sarà in sella alla sua bicicletta per raccontare il Giro d’Italia, da Napoli a Brescia. Lo farà anche per Linkiesta. Lo trovate su www.girodiruota.it

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Linkiesta Paper Estate 2020