La Bce faccia credito, ma non diventi un bancomat

La Bce faccia credito, ma non diventi un bancomat

L’economia italiana, come quella di altri paesi della periferia dell’Eurozona, si trova in una situazione di stallo: il Pil si contrae ormai da sette trimestri consecutivi e la disoccupazione ha raggiunto l’11,5 per cento. Alcuni commentatori individuano nella stretta al credito uno dei fattori che contribuiscono ad acuire la crisi. Nonostante la Bce abbia recentemente abbassato i tassi iniettando nuova liquidità nel sistema creditizio, questa onda di credito a costo ridotto sembra non raggiungere l’economia reale.

Da un lato, le banche devono ridurre il loro profilo di rischio e la concentrazione in certi settori, dall’altro esistono investimenti alternativi che offrono rendimenti più alti, per livelli di rischio meno elevati. A questo si aggiungono altri due fattori: la presenza di portafogli di prestiti in sofferenza o non performanti e le regole sul capitale che potrebbero imporre alle banche di trattenere un cuscinetto di liquidità più elevato di quello corrente, dall’8% ad oltre il 10. Se da un lato le istituzioni finanziarie devono ridurre gli impieghi, ottimizzare il capitale e adottare le rigide regole di Basilea sul default e sull’utilizzo delle agenzie di valutazione del rischio di credito, dall’altro gli stessi governi e le stesse autorità di vigilanza richiedono a gran voce, per le decisioni a livello retail, una riapertura di quelli stessi mercati che vorrebbero restringere.

L’aspetto interessante di alcune delle soluzioni proposte è che ripropongono alcune delle strutture che in forma diversa hanno contribuito alla stessa crisi. Per esempio, politiche che favoriscono la cartolarizzazione dei prestiti alle piccole medie imprese da parte delle banche. Una volta cartolarizzati, questi prestiti sarebbero venduti sul mercato liberando capitale. Per creare un mercato per questi prodotti finanziari si pensa ad una garanzia da parte della Bce, sul modello del programma Talf lanciato dalla Federal Reserve nel 2008. 

Le autorità centrali agiscono, nei confronti delle banche, da almeno tre lati, non sempre coordinati. Primo, attraverso programmi come il Funding for Lending implementato nel Regno Unito, che impongono alle banche criteri e misure con le quali riattivare i canali creditizi; secondo, con manovre come il Quantitative Easing, che permettono alle istituzioni finanziarie di ottimizzare il loro capitale in un contesto di regolamentazione protettiva, per ultimo, imponendo attraverso organismi internazionali parametri, coefficienti di capitale e restrizioni che sembrano in contraddizione con lo spirito di ammorbidire le restrizioni al credito.

L’obiettivo di liberare capitale mettendo sul mercato i prestiti alle Pmi è condivisibile e a beneficiarne sarebbero non solo le banche, che potrebbero erogare nuovi prestiti, ma anche le imprese e le famiglie che potrebbero finanziare i propri investimenti. Esiste, però, un problema di reputazione attorno alle cosiddette Collateralized Debt Obligations (Cdo), perché considerate come le operazioni che, grazie a generosi rating esterni e a strutturazioni sintetiche, portarono alla creazione di una bolla speculativa nel mercato immobiliare.

Se esiste una soluzione attraverso le cartolarizzazioni dovrebbe essere probabilmente alimentata e puntellata da qualche forma di supporto da parte della Bce, di un fondo europeo come il Esm o dei governi nazionali sul modello del Talf e del Tarp negli Stati Uniti.

Ma esistono delle problematiche che vanno risolte o che meriterebbero di essere esaminate da vicino:

– Cherry picking: chi decide quali asset sono adatti a essere garantiti e come possono funzionare le garanzie da parte di enti sovrani o supernazionali? Esiste il rischio che si torni ad un processo di cartolarizzazione fortemente guidato dalle banche, a meno che le autorità centrali impongano forme di due diligence sugli asset usati per ottenere le garanzie governative o della Bce;

– Disponibilità di dati ed informazioni: le strutture di cartolarizzazione necessitano di sistemi informativi e di dati corretti. Dato che la granularità dei portafogli è molto alta, bisogna che il gestore e chi si accolla il rischio possano avere accesso a informazioni dettagliate sulla performance del portafoglio che molte banche minori non possono al momento fornire, a meno di sostanziali investimenti.

– Benefici per chi? L’intervento della Bce sarebbe nei fatti una politica fiscale. Infatti, a beneficiare della garanzia sarebbero in particolar modo le banche, e le economie, dei paesi periferici dell’Eurozona che potrebbero liberarsi del rischio di credito a buon mercato. Si tratterebbe quindi di un trasferimento di risorse verso i paesi in maggiore difficoltà: difficile credere che i paesi più ricchi, Germania in primis, darebbero il via libera. Allo stesso tempo, è possibile che proprio le banche dei paesi con sistemi finanziari più sofisticati, come la Germania, possano più facilmente costruire e mettere sul mercato i propri bad loans con il supporto della Bce.

Anche mettendo da parte questo problema politico, resta l’impressione che le difficoltà dei paese periferici non siano semplicemente di accesso al credito ma bensì strutturali. Per esempio in Italia, in valori assoluti, lo stock nominale di prestiti di fine febbraio 2013 è del 2,8% inferiore a quello di un anno prima, ma rimane comunque superiore del 9,7% rispetto a quello di due anni prima (e del 14,8% rispetto a fine 2007). In rapporto al Pil nominale, lo stesso stock di prestiti è salito dall’82,3% di fine 2007 al 95,5% di fine 2012 (1).

Stiamo assistendo ad un grande aggiustamento in cui inevitabilmente molte imprese chiudono e chiuderanno e milioni di lavoratori dovranno trovare una diversa occupazione, probabilmente con competenze diverse. In altre parole, le banche non offrono credito non solo per mancanza di capitale, ma anche perché molte imprese ancora in piedi hanno prospettive future molto incerte e probabilmente finiranno per chiudere e non potranno restituire quanto dovuto. Tenere in vita queste imprese, oltre ad essere costoso, rischia di pregiudicare la futura crescita delle nostra economia.

Allo stesso tempo, la domanda di credito sembra essere più legata alla ristrutturazione delle operazioni esistenti che a nuove linee di credito o nuovi prestiti. Da questo punto di vista, un intervento pubblico o normativo sarebbe importante per ridurre le more e le penali per chi voglia ristrutturare le operazioni, estendendo le scadenze e rivedendo le forme di pagamento.

Non è certo facile lasciar chiudere migliaia di imprese come non è facile vedere milioni di persone perdere il proprio lavoro. Compito della politica e dei governi è quello di accompagnare tutte queste imprese e lavoratori lungo questo percorso doloroso: per esempio, con procedure concorsuali e di bancarotta agevolate e snelle; legislazione e procedure che semplifichino e rendano meno costoso dare vita a nuove imprese; programmi di formazione e training per i lavoratori; sussidi economici per chi abbia perso il lavoro. Allo stesso tempo, i governi nazionali devono portare avanti quelle riforme strutturali che riducano il costo di fare impresa (per esempio, in Italia, cuneo fiscale, costo dell’energia, burocrazia, etc).

Esiste un rischio inerente all’intervento pubblico in settori come quello del credito, ed è un rischio politico: laddove le misure vengano introdotte, è bene che ci sia un’allocazione chiara della responsabilità e dei ruoli fra settore del credito, autorità di vigilanza e bancarie, e ruolo della politica.

Twitter: @nicolaborri @CosmayDamiano

(1) L’evoluzione negli anni è stata dal 82,3% di fine 2007, al 84,9% del 2008, 88,5% del 2009, 94,1% del 2010, 95,7% del 2011 e infine 95,5% di fine 2012 (Dati Abi)